Brodsky e il sogno di Venezia

L'artista di origine polacca Ewa Zebrowski ha tradotto in immagini, grazie a un suggestivo lavoro fotografico, gli scritti del grande autore russo esiliato nella città lagunare

“Venezia, ispirazione eterna per la nostra quiete”, si legge sulla lapide di Sergei Diaghilev, uno dei russi più celebri che riposa nel cimitero veneziano di San Michele. Ma questo legame con la città italiana non riguarda solo lui: c’è una larga fetta di artisti, non solo russi, che si sono piegati al fascino surreale di Venezia, riprodotta e clonata fino alla sazietà. Tuttavia la città lagunare ha con la Russia, e in particolar modo con San Pietroburgo, un legame speciale, sintetizzato nell’appellativo che si riserva a quest’ultima città, chiamata per l’appunto la “Venezia del Nord”.

Non a caso proprio dalla Russia arriva il 30 per cento dei visitatori che raggiungono il capoluogo veneto. Uno degli ospiti più assidui di questi luoghi era proprio lo scrittore Joseph Brodsky, premio Nobel per la Letteratura nel 1987, le cui spoglie riposano ora nel cimitero di San Michele.

Ewa Zebrowski, fotografa canadese di origine polacca, ha esposto “Remembering Brodsky” nell’ultimo Foto Fest dedicato alla Russia: un’esposizione che fa rivivere l’autore attraverso la sua opera “Dolore e ragione”.

Il saggio di Brodsky Fondamenta degli Incurabili (Watermark il titolo in inglese) è stato suggerito dal Consorzio Venezia Nuova. L’amministrazione italiana si preoccupava infatti dei problemi di sostenibilità di questa città costantemente minacciata dalle particolarità geografiche e dallo sfruttamento dei turisti.

Coinvolgere una figura come quella di Brodsky per attirare l’interesse internazionale, sembrava qualcosa di produttivo. Convinti che il problema di Venezia fosse una questione che riguardava l’intera umanità. E Brodsky, effettivamente, era la figura giusta: secondo lui infatti Venezia era “l’opera d’arte più spettacolare che l’umanità abbia mai creato”.

La sua opera Fondamenta degli Incurabili è ad ogni modo non solo un saggio lungo Venezia, ma anche una sorta di autobiografia. La condizione di esiliato lo contraddistingueva, infatti, da quella di qualsiasi altro visitatore o turista.

Alcune città sono rimaste legate agli scrittori che le hanno raccontate nelle loro opere: la Dublino di Joyce, la Lisbona di Pessoa, così come la Praga di Kafka. E, ovviamente, la Venezia di Brodsky diventata meta di pellegrinaggi, dove la gente si lascia sedurre dall’idea di camminare lungo le stesse vie percorse anni addietro da quello stesso autore che le ha descritte e raccontate.

Nella recente edizione del Foto Fest di Houston, Ewa Zebrowski ha presentato questa versione del suo viaggio letterario: la fotografa ci mostra la Venezia eterna, costruita su uno sfondo di pietre e riflessi. Ed è proprio Ewa Zebrowski a raccontarci come è nato il suo progetto fotografico.

“Sono figlia di una coppia di immigrati polacci a Vancouver – racconta -. Sono nata a Londra e cresciuta tra Vancouver e Seattle. Poi ci siamo trasferiti nel Quebec a metà degli anni Settanta. Sono cresciuta con mia nonna, che non parlava inglese. Si prendeva cura di me e del suo giardino. Verso l’Italia ho iniziato a nutrire un forte amore che è andato aumentando da quando ho iniziato a lavorare a Roma, negli anni Ottanta, occupandomi di un progetto cinematografico per l’Ambasciata canadese. Mi sentivo più a mio agio con la lingua italiana che con la mia lingua madre, il polacco, o l’inglese e il francese”.

 

"Fondamenta degli Incurabili è una delle mie letture preferite. Un mio amico mi aveva prestato il testo durante il mio primo viaggio a Venezia, nel maggio del 2003: da lì ho scoperto Brodsky. Ho deciso così di fotografare Venezia in inverno mettendomi sulle sue tracce. Come lui, ho ripercorso le calli attenta ai riflessi di una città meravigliosa, che sembra sospesa nel tempo. Volevo tradurre le parole di Brodsky in una serie di immagini".

Lei ha definito le Sue fotografie come “dettagli sospesi nel tempo”, una sorta di eternità.

Sì, in un momento ben preciso lascio scappare una immagine, come fossero degli uccelli che si librano in volo. Credo sia un processo molto difficile, quello di scegliere il dettaglio che si vuole immortalare. Fotografare è solo una piccola parte di tutto il processo: dopo lo scatto c’è il lavoro di laboratorio, l’editing. Talvolta, quando cerco significati e emozioni nel mio archivio, mi sento come un archeologo.

La grande presenza della pietra a Venezia, sferzata dall’acqua dei canali, si unisce all’elemento della nebbia della città: che posto occupa la fotografia in una città come questa?

Mi piace l’immagine che Lei propone. Venezia è come un sogno, una città di riflessi dove si ha una percezione distinta del tempo. Si converte in uno stato d’animo che l’autore cattura nel suo libro. Dopo tre o quattro giorni trascorsi a Venezia, ho iniziato a percepire che il suolo sembrava muoversi. Ho ripercorso il Canal Grande al tramonto, e mi sono messa a fotografare. Le migliori immagini di Venezia si riescono a catturare solo dall’acqua.

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