Una risposta congiunta alle sfide

A sinistra, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov con il collega italiano Giulio Terzi (Foto: Ria Novosti/Ruslan Krivobok)

A sinistra, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov con il collega italiano Giulio Terzi (Foto: Ria Novosti/Ruslan Krivobok)

Il ministro degli Esteri italiano Giulio Maria Terzi di Sant'Agata in un editoriale sulle relazioni Russia-Nato a dieci anni dalla Dichiarazione di Roma, pubblicato da Rossiyskaya Gazeta

Sono passati dieci anni dalla firma, nella base aerea di Pratica di Mare, della Dichiarazione di Roma “Relazioni Nato–Russia: Una Nuova Qualità”. Istituendo il Consiglio Nato–Russia come principale struttura e foro per l’avanzamento delle relazioni tra la Nato e la Russia”, si volle lanciare in quel momento una nuova era nella cooperazione tra Mosca e l’Alleanza Atlantica.

Meno di un anno prima, gli attentati dell’11 settembre avevano cementato la solidarietà di fronte a un nemico letale e sfuggente. A Pratica di Mare il Presidente Putin e i capi di Stato e di governo della Nato seppero riconoscere l’urgenza di superare le logiche logore del passato e di lasciarsi definitivamente alle spalle il confronto tra blocchi contrapposti. Nasceva l’idea, forte, di improntare a unitarietà di intenti e di azioni la risposta dell’Alleanza e della Federazione Russa alle nuove, complesse sfide alla sicurezza internazionale.

Penso che sia essenziale ripercorrere le ragioni che condussero alla firma della Dichiarazione di Roma e gli obiettivi che furono fissati allora, proprio in una fase, come quella attuale, in cui emergono idee non coincidenti su aspetti importanti della sicurezza internazionale. Sappiamo che in particolare sulla Difesa Missilistica le posizioni non sono le stesse. Le rispettive valutazioni sono ormai ben note ed è stata molto opportuna a tal fine la Conferenza internazionale ospitata a Mosca a inizio maggio, utile piattaforma di confronto sul piano tecnico.

Da parte sua il recente vertice di Chicago ha ribadito al massimo livello che il progetto non è diretto contro la Russia né ha la capacità di minacciarne il deterrente strategico. L’importante è mantenere fermo il comune impegno a proseguire e rafforzare il dialogo in materia, ed è proprio il Consiglio Nato–Russia che ci offre il tavolo attorno al quale dibattere – su un piede di parità – anche di temi controversi, mettendo a frutto il patrimonio di collaborazione e fiducia realizzato in questo decennio.

Il nostro convincimento è che le sfide continuino a essere comuni e tali debbano essere le risposte, che si sia costituito un capitale di conoscenza reciproca da non disperdere e che i meccanismi di interazione instaurati fra la Nato e la Russia conservino appieno la propria utilità e le proprie motivazioni. In breve, esiste un acquis che è nel nostro interesse preservare e sviluppare.

A partire dal 2002, infatti, il Consiglio Nato–Russia ha lavorato con assiduità e conseguito risultati assai significativi. Per contrastare il terrorismo ha dato vita a esercitazioni comuni, ha intensificato gli scambi di informazioni, potenziato la cooperazione scientifica. Navi russe hanno partecipato a operazioni di pattugliamento del Mediterraneo e oggi le due parti collaborano nella lotta alla pirateria nel Golfo di Aden.

Fondamentale è stata e resta la collaborazione tra Alleanza e Russia per la stabilizzazione dell’Afghanistan, a partire dal settore dei transiti di materiali e rifornimenti verso e da quel Paese, ma vorrei ricordare anche la formazione di personale anti-droga e, da ultimo, il “trust fund”, co-finanziato dalla Federazione, sugli elicotteri di produzione russa forniti a Kabul. Altre iniziative hanno posto le basi per collaborazioni concrete in aree di diretto interesse per i cittadini dei 29 Paesi: penso alle cooperazioni industriali, alla risposta alle emergenze, alla gestione delle crisi, alla non proliferazione e alla prevenzione del traffico di armi.

Il bilancio a dieci anni dalla Dichiarazione di Roma è quindi largamente positivo, in termini di risultati conseguiti e di solide premesse a partire dalle quali superare le questioni aperte. Le ragioni che ci spinsero a pensare questo storico e coraggioso progetto sono tutte valide e attuali. La globalizzazione del terrorismo, della criminalità organizzata, del narcotraffico, le nuove sfide alla sicurezza come la pirateria internazionale, necessitano più che mai di risposte efficaci e con il pieno coinvolgimento delle due parti. La sicurezza del nostro continente resta indivisibile. Dobbiamo essere capaci di pensare al mondo che verrà.

Come confermato nella riunione ministeriale Esteri-Difesa svoltasi a Mosca ad aprile 2012, l’Italia è impegnata con convinzione a sostengo dell’obiettivo di partenariato strategico con Mosca fissato dal Vertice del Consiglio Nato-Russia di Lisbona del 2010; sarebbe d’altro lato difficile immaginare il forte sviluppo della cooperazione industriale nel settore della Difesa fra la Russia e vari Paesi europei, fra cui spicca l’Italia, se non fosse stato per la nuova atmosfera che siamo riusciti a creare a partire da Pratica di Mare.

Nei nuovi scenari vi è non solo lo spazio, ma anche l’esigenza di un ambizioso partenariato fra la Russia e la Nato. I 29 Paesi che vi danno vita affronteranno il futuro con maggiore serenità ed efficacia se lo guarderanno assieme. L’Italia farà con grande determinazione la sua parte e sono convinto che la Federazione Russa sia pronta a fare altrettanto. È nell’interesse di tutti noi dare nuovo vigore allo “spirito di Pratica di Mare”.

Intervento pubblicato su "Rossiyskaya Gazeta"

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