Se il racconto passa per i videogames

Intervista a Tullio Avoledo che con il suo "Le radici del cielo" aggiunge un tassello Made in Italy alla saga russa di "Metro 2033"
Tullio Avoledo
Foto: Blackarchives/Eastnews

È il buio la chiave di tutto. "Non capiamo l’importanza del cielo, della luce, degli spazi liberi. Non ci rendiamo conto di cosa voglia dire avere l’orizzonte davanti a sé. E la possibilità di guardare il sole". Ed è proprio su questo buio soffocante che è stato costruito l’universo di "Metro 2033", la saga post-apocalittica nata dalla mente di Dmitri Glukhovsky, ambientata in un mondo in ginocchio, dove i pochi sopravvissuti si rifugiano nelle viscere di Mosca.

Convertita in un videogame di successo, ampliata dai lavori di molti altri scrittori, russi e stranieri, la saga è stata affrescata con dettagli italiani da Tullio Avoledo, autore del primo spin-off Made in Italy Le radici del cielo (edito da Multiplayer.it Edizioni), pubblicato in 10mila copie in Italia, 50mila in Russia. Amante dei videogiochi, definiti "una forma narrativa notevole, trait d’union tra i ragazzi e la letteratura", Avoledo su Twitter si presenta così: "Terrestre, prevalentemente bipede. Nato 5 mesi prima del lancio dello Sputnik 2, quello della cagnetta Laika. Che in realtà si chiamava Kudrjavka".

Avoledo, al di là della bizzarra presentazione sul suo profilo nel social network, da dove nasce questo preciso riferimento alla Russia?

Sono coetaneo della corsa allo spazio. Un tema che affascina da sempre non solo me, ma anche tanti altri scrittori. Una curiosità che si è tramutata in passione.

Veniamo alla nascita del libro Le radici del cielo . Com’è stato l’incontro con Glukhovsky?

L’ho visto per la prima volta tre anni fa al Salone del Libro di Torino. Io non lo conoscevo: avevo semplicemente accompagnato mio figlio che giocava con il videogame tratto da Metro 2033 e aveva letto il libro. Sono rimasto subito affascinato da un progetto di tali dimensioni.

Immagino che vi siate incontrati anche in altre occasioni.

Certo, ci siamo rivisti con calma a Venezia vicino alla Fenice. Non c’era caldo. Nonostante questo Glukhovsky si è presentato in maniche corte. Lui ha ordinato un thè, io una Coca Cola. Abbiamo parlato della saga e io ho cercato di capire il mondo inventato da lui. All’inizio non è stato facile per me lavorare su un universo pensato da altri: mi sembrava di essere ospite in casa altrui, non mi sentivo libero. Poi mi sono abituato, e il risultato è stato un libro di successo, venduto soprattutto in Russia.

Che tipo di persona è Glukhovsky?

Ha un grande senso dell’umorismo. È una persona carica di umanità e di una straordinaria intelligenza. In sintesi si tratta di un perfetto manager di sé stesso.

Che rapporto c’è tra di voi?

Un rapporto cordiale direi, prevalentemente riferito all’ambito lavorativo. Qualche tempo fa ci siamo scambiati una copia dei rispettivi libri autografati.

Le radici del cielo è ambientato in uno scenario post-apocalittico: un viaggio tra Roma e Venezia, passando per le Catacombe di San Callisto. Come è stato possibile ricreare la stessa lugubre atmosfera che si percepisce nei sotterranei di Mosca, descritta in Metro 2033?

In Italia non abbiamo metropolitane così estese. Quindi ho optato per le catacombe: sono un labirinto suggestivo che tra cripte, loculi e graffiti, potrebbe ospitare centinaia di persone. Così come in Metro 2033 , anche qui si percepisce l’assenza del cielo, lo spazio finito, soffocante. A volte ci dimentichiamo di quanto sia importante l’orizzonte.

Negli anni Lei ha contattato diversi scrittori inglesi, con i quali ha intrapreso una piacevole corrispondenza. Se potesse contattare qualche autore russo, del presente o del passato, a chi scriverebbe oggi?

Sicuramente a Mayakovskij che, insieme a Blok e a Bulgakov, è uno dei miei autori preferiti. Lo inviterei a fare un viaggio a Parigi. E gli direi di non suicidarsi.

Intervista pubblicata sul numero di maggio 2012 di "Russia Oggi"

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta