"A Venezia per la Federazione"

Dopo un lungo silenzio artistico, Vadim Zakharov, esponente del Concettualismo moscovita, accetta la sfida della Biennale 2013, nel centenario del Padiglione Russo. Ecco perché


“Assistiamo ad un importante passaggio di testimone tra artisti”, esordisce l’ambasciatore italiano a Mosca, Antonio Zanardi Landi, presentando Andrey Monastyrsky e Vadim Zakharov, ospiti a Villa Berg il 14 maggio 2012, in occasione di un nuovo appuntamento del ciclo “Caffè in Ambasciata”.

Monastyrsky e Zakharov sono entrambi esponenti del Concettualismo moscovita, una corrente artistica sperimentale che è nata negli anni ’50, si è sviluppata negli anni ’70 del secolo scorso in Russia, in alternativa all’arte ufficiale sovietica e che continua ad esistere tuttora. Il primo rappresentò la Russia alla 54esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia del 2011. A Zakharov il compito di portare il suo Paese alla prossima edizione della Biennale del 2013, anno importante per il Padiglione Russo che compie 100 anni.

Per Vadim Zakharov partecipare a Venezia avrà un valore particolare: sarà la sua prima mostra, dopo una pausa artistica di cinque anni.

Da cosa è dipeso questo intervallo?

In primo luogo, probabilmente, è una questione di età. Oggi ho 53 anni e il mio primo vero lavoro risale al ’79. Gli artisti della mia generazione hanno iniziato a lavorare 10-12 anni più tardi, mentre io appartengo alla generazione antecedente la perestrojka, quella di Andrey Monastirsky che ha 10 anni più di me. In secondo luogo, lo sviluppo dell’arte oggi è cambiato. Nel XX secolo era piramidale ed era visibile a tutti. Un artista disegnava, per esempio, un orecchio verde e tutti cominciavano a interpretare il mondo attraverso questo orecchio. Con il postmodernismo, lo sviluppo è diventato orizzontale, sia a livello concettuale, che fisico. Si aprono nuove piazze, in Sud America, in Cina, in India ed abbracciare con un unico sguardo il panorama artistico completo è diventato praticamente impossibile. Ho quindi voluto fermarmi a riflettere. Ed avrei continuato a farlo se Stella Kasaeva, commissario del Padiglione Russo della Biennale, non mi avesse fermato.

 

Cosa l’ha portato ad accettare il ritorno sulla scena artistica veneziana?

È una proposta di prestigio. Mi interessa poi capire se sono in grado di compiere un lavoro che può essere messo a confronto con quello degli artisti degli altri padiglioni nazionali

 

Pensa di riuscirci?

Non saprei. Per ora mi occupo di combinare e riunire alcune vecchie idee, vecchi lavori. In questo momento, per me è di importanza assoluta trovare soluzioni artistiche completamente nuove. Fondamentale sarà anche trovare un punto di convergenza di diverse tradizioni culturali, non solo russe. Limitarsi alla barriera nazionale non sarebbe interessante per nessuno. Inoltre la Biennale ha un formato particolare a cui bisogna conformarsi: è una parata di attrazioni. Ogni padiglione è un’attrazione ed ogni attrazione, bella o brutta che sia, partecipa alla gara. Non si può quindi pensare di presentare allo spettatore solo i propri problemi. ll lavoro, poi, dovrà essere visualmente e concettualmente comprensibile per ogni visitatore. E sarà questo per me difficile, visto che mi trovo in una fase professionale diversa: in questi 5 anni ha lavorato molto, ma senza volermi trovare al centro dell’arte contemporanea di oggi, che ha smesso di piacermi.

 

Per quale motivo?

Se parliamo di arte sperimentale, di arte che si trova costantemente sul confine tra il comprensibile e l’incomprensibile, allora diventa stimolante continuare. Quando un lavoro diventa comprensibile, ci si può spostare oltre verso l’incomprensibilità. Nell’arte moderna invece si tende a ridurre al minimo la nicchia dell’incomprensibile. Tutto, al contrario deve essere chiaro, spettacolare e bello e lo spettatore deve guardare l’opera, entusiasmarsene e possibilmente acquistarla. Oggi qualcosa sta andando perduto ed io mi son voluto fermare per capire cosa sta accadendo e dov’è il mio posto. Magari, dopo la Biennale smetto di essere un artista di professione.

 

Il padiglione russo della precedente edizione è stato criticato proprio perché troppo poco comprensibile al largo pubblico. Mancavano delle spiegazioni. Si trova d’accordo con questa critica?

Sì, e ne terrò conto. Lo spettatore deve essere trattato con rispetto. Noi artisti del concettualismo moscovita eravamo abituati ad avere il nostro spettatore. Si trattava di un gruppo piccolissimo di 20-30 persone. Non si può nemmeno parlare di arte underground; era una microcultura di artisti, musicisti e poeti di varie generazioni, tutti molto preparati, praticamente nostri coautori. Oggi il pubblico è più vario ed ho il dovere di non dimenticarlo

 

Quali sono le caratteristiche degli spazi del Padiglione Russo?

Ha uno spazio inferiore ed uno superiore ed un aspetto molto nazionale che poco si adatta all’arte contemporanea. Formalmente il Padiglione Russo rappresenta  la Russia stessa, dove l’arte contemporanea continua ed evolversi con enorme difficoltà. Negli ultimi venti anni, infatti, nel contesto dell’arte moderna, il dialogo tra la cultura russa e quella europea non si è sviluppato. Gli artisti russi che dalla provincia si trasferiscono a Mosca rimangono parte di un piccolo circolo molto localizzato e non riescono a vedersi in un contesto internazionale. Paradossalmente noi, in epoca sovietica, cresciuti artisticamente in una società completamente chiusa, ci sentivamo perfettamente parte dell’arena artistica mondiale. Forse questo fenomeno è da imputare allo sviluppo odierno dell’arte in senso orizzontale. Di fronte a un orizzonte di cui non si vedono né confini, né configurazione, gli scrittori e gli artisti di oggi si perdono in uno stato di depressione, che va superato.

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