Labirinto underground

Foto: Itar Tass

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Mosca vista dal basso di un'italiana. I post
Credit: Niyaz Karim
Credit: Niyaz Karim

15 aprile 2012

Affrontare la metro nelle ore di punta, a Mosca, equivale quasi a cadere in uno stato di trance. Non si presta attenzione più a niente, non si guarda in faccia nessuno. Si cerca solo di scansare i pestoni ed evitare di essere travolti dalla corrente.

Così era anche l’altro giorno, nel sottopassaggio che collega Pushkinskaya a Chekhovskaya, mentre mi destreggiavo in uno slalom tra la gente verso le scale mobili. All’improvviso la mia attenzione viene catturata da una coppia dall’aspetto familiare. "Where? Where?", li sento dire, rivolgendosi a un signore dagli zigomi alti e con le scarpe a punta. Lui li guarda, non capisce.

Io avanzo verso le scale mentre dalla tasca di uno di loro spunta una mappa. Al loro fianco, due valigie. Indicano, si sbracciano, sillabano un'altra domanda in inglese, guardando con aria spaesata i cartelli appesi lungo il corridoio. "Poveri, - penso -, forse è il caso di aiutarli", ricordando quanto sia stata fortunata io, i primi giorni, nel poter girare a Mosca fin da subito con gente del posto.

Foto: Itar-Tass

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Lungo l'intera rete metropolitana non si incontra infatti neanche un'indicazione in inglese. Solo lettere cirilliche che, per uno straniero che non conosce la lingua, possono sembrare banali segni senza senso: una "enne" rovescia; un "tre" e un "quattro" dimenticati in mezzo a una sequenza di lettere; una "erre" storta; una "a" mozzata. Impossibile, se non si è in grado di leggere, arrivare a destinazione senza sbagliare strada almeno un paio di volte. Come riconoscere il cartello con scritto "Uscita" da quello con scritto "Sottopassaggio"? Un vero pasticcio che può portare gli sfortunati turisti, che non hanno alcuna conoscenza di russo e di Mosca, esattamente nella direzione sbagliata.

Così decido e mi avvicino. "Avete bisogno?", chiedo loro, d’istinto. Accorgendomi immediatamente della gaffe: "Avrei dovuto rivolgermi in inglese", penso, rendendomi conto che in una città grande come questa non si possa interloquire con uno sconosciuto in italiano, avendo anche la pretesa che capisca.

"Grazie a Dio!", esclama il ragazzo, reggendo la valigia. Tombola! Mi dico. Tra conterranei dev'esserci una speciale formula chimica che permette di riconoscersi a pelle, senza parlare, anche in capo al mondo.

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