Quel 9 Maggio di chi c'era

Foto: Itar-Tass

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Le toccanti testimonianze dei veterani russi della Seconda Guerra Mondiale che sconfissero la Germania nazista 67 anni fa

Alla vigilia del 67° anniversario della vittoria dell’Urss nella Grande Guerra Patriottica, così come i russi chiamano la Seconda Guerra Mondiale, Russia Oggi ha raccolto le testimonianze di alcuni veterani di Novosibirsk, che all’epoca avevano 17 anni. Ricordi toccanti che vanno ben oltre dei freddi resoconti informativi.

 

“Probabilmente è per questo che sono sopravvissuta, perché il ricordo della guerra non scomparisse…”. Nina Novgorodova sorride e inizia il suo racconto. Nina è una narratrice eccezionale, la sua giovane voce e lo scintillio negli occhi mi fanno dimenticare in un attimo che sto facendo un’intervista a una veterana di guerra.

Quando quelli che oggi chiamiamo “veterani” combattevano, avevano tutti diciassette anni. La guerra arrivò in quel momento della vita in cui ci si innamora e si fanno progetti per il futuro. Sulle loro spalle invece si posò un fardello dal peso inconcepibile. Verso i vent’anni diventavano persone esperte e navigate, ottenevano il grado di comandante e alti riconoscimenti.

Oggi malgrado l’età e la salute precaria vanno nelle scuole,  parlano negli istituti. Li ascoltano incantati, a gruppetti li accompagnano alla fermata, chiedono loro di tornare ancora. Quando la storia cessa di essere una riga su un manuale, la vivi inevitabilmente come fosse la tua.

 

Nina Andreevna Novgorodova, sottoufficiale del servizio medico della brigata carrista 111

I tedeschi avevano un enorme aerodromo nei pressi di Voronezh. La nostra aviazione all’epoca, nel 1942, non era né grande né potente. E ogni santo giorno ecco che volano 20, 25, 30 aerei. Iniziano alle nove di mattina, a volte anche prima. Compiono metodicamente uno, due, tre giri, colpiscono le posizioni avanzate. Noi siamo lontani, il nostro compito è recuperare gli ustionati e i feriti. A ogni bombardamento si ha l’impressione che sia la fine. Volano tronchi, pietre, terra, a volte persino le macchine. Sembra che nulla possa rimanere intatto. Poi però passa la prima tornata di bombardamenti, guardi e la terra inizia a muoversi; per forza, ci sono i feriti, gli ustionati. E così ogni due ore, due ore e mezza. Quando lavori non ti rendi conto della paura. Era un lavoro vero, soltanto terribile: l’infermiera in prima linea è una persona che ha le braccia intrise di sangue fino al gomito. I combattimenti avvenivano sia d’estate sia d’inverno. Al freddo fasciare i feriti è di gran lunga più difficoltoso, perché il soldato indossa il cappotto, il giaccone, i pantaloni; bisogna scucire tutto, tagliare con le forbici e fare i bendaggi.

 

In guerra mi sono scontrata per la prima volta con delle cose incredibili, con le possibilità nascoste dell’uomo. Forse si chiama intuizione. Vi faccio un esempio. È giorno, stanno bombardando. I tedeschi bombardano in cerchio, prima è un cerchio distante poi più vicino, sempre più vicino. Arrivano quasi sopra il plotone medico. Noi per ripararci dalle bombe scaviamo delle trincee e durante il bombardamento stiamo lì seduti, tre persone per ogni trincea. Quando gli aerei tornano per l’ennesimo attacco una forza incredibile mi alza, salto fuori dal fossato e corro a più non posso attraverso il campo. Al limitare del campo c’è una macchina. Mi ci tuffo sotto. Sto lì sdraiata. Sento che il bombardamento è finito. Mi volto e vedo: il fossato era come se non fosse esistito.

Ecco invece una storia ben diversa. Una volta fecero avere, a noi infermiere, delle tele cerate americane. Sottili sottili, il tessuto è buono, ma pensiamo: come possiamo lavorare con queste addosso? Non so a chi sia venuto in mente di ricavarci dei vestiti! I fotografi che conoscevamo e che amavano fare fotografie, tranne che del fronte e delle donne-soldato, ci suggerirono: “Chiedete il permesso e andate al quartier generale del corpo. Lì c'è un laboratorio speciale dove cuciono e riparano il corredo militare degli ufficiali”. E così abbiamo fatto. Arriviamo; i sarti erano soltanto uomini. Tiriamo fuori le tele cerate e chiediamo se sia possibile trasformarle in vestiti. Il sarto all’inizio ridacchia e poi dice: d’accordo.

Per farla breve, siamo usciti dal laboratorio con dei vestiti. Siamo arrivati al villaggio dove ci eravamo insediati. La sera ci siamo fatte belle, con gli abiti, ci siamo messe dei foularini, legati in modi diversi. Venivano spesso a trovarci i ragazzi “informatori” (in russo letteralmente “esploratori”, vale a dire le spie, ndr). Venivano quando tornavano dalle missioni. Se tornavano. Ed ecco che arrivano, guardano e non riescono a capire. Dopo dicono: “O, ragazze, ma quanto siete belle!”

Vladimir Nikolaevich Kislicyn, soldato semplice, mitragliere

All’inizio è stato terribile. Un giorno guardo e vedo il mio compagno disteso accanto. È morto. Terribile! Poi passa. Come giocare ai soldatini. Da piccoli ci giocavate? Lì era la stessa cosa. È come se il cuore diventasse di pietra, però ti metti al riparo, certo, dalle pallottole e dai proiettili. Corri via, ti fai una trincea con la pala, nascondi la testa. La prima arma di un soldato è la pala. Appena c’è silenzio, non c’è tempo da perdere – scavare! A volte fai trincee così profonde da nascondere tutto il corpo. Altre volte invece stai a quattro zampe. Volano i proiettili, le raffiche e tu sei in trincea. Arriva l’ordine “Avanti!” e molli tutto, si va all’attacco. Ma guai a farti sfuggire di mano la pala e l’arma! E la mitragliatrice deve essere pronta. Appena la sistemi hai già una difesa. In realtà se arriva un proiettile mica vede che tu sei riparato. Appena il tedesco ti scopre vuole soltanto togliere di mezzo il puntino. Colpisce con un mortaio. La prima volta il tiro è corto. La seconda è lungo. La terza volta vattene: colpirà esattamente dove ti trovi. Infatti una volta sono dovuto scappare. Mi aveva puntato un cecchino. Appena ho messo la testa fuori eccolo lì. Sono stato gravemente ferito, mi hanno mandato all’ospedale.


Ekaterina Vasilevna Chudorozhkova, caporale, informatore

Una volta ero di guardia accanto al rifugio interrato del comando generale. Quando il nemico vola dobbiamo dire: “Aria!” Lo dissi al comandante. Mi chiede: “Da dove?” Rispondo: da quella tal direzione vola un aereo carico (di bombe, ndr). Risponde: “Qui dicono che è dei nostri”. Dico: “No! È del nemico”. Conosco i segnali dei nostri, le ali, i motori, la distanza e l’altezza. Ci comunicano: è dei nostri, ma io insisto: nemico! Lo abbatterono.

Mi venne freddo, tremavo addirittura. Penso: non posso aver sbagliato! Avevamo studiato il rumore dei motori, mi è rimasto tutto in mente. Lo spionaggio antiaereo è un affare complicato. Dopo qualche tempo arriva il comandante del comando maggiore del reggimento e chiede: “Dov’è il vostro informatore?” Io guarda caso ero di guardia. Mi dice: “Brava, vi vengo a portare i miei ringraziamenti”. In seguito le altre ragazze informatrici si stupirono: ma come, l’aereo era già vicino e nessuno aveva capito che era dei nazisti?!

Aleksandr Nikolaevich Rafalskij, meccanico carrista della brigata corazzata 55

Arrivammo a Nizhnij Tagil, facemmo il carico e ci dirigemmo verso Krakov. Quella notte dovevamo prendere d’assalto una delle città lungo il percorso, attraversarla tutta e prendere posizione dall’altro lato. Accanto a una casa con un cunicolo un tedesco colpisce con un panzerfaust il fianco del carro armato. Il carro prende fuoco. Bisogna correre. Il comandante salta fuori, un cecchino lo prende. L’addetto al cannone lo segue – stessa fine. Io rimango nel carro. Fa caldo, da sotto gocciola l’olio, si sta già infiammando. Apro un pochino la botola per prendere una boccata d’aria; guardo: il tedesco è sparito, probabilmente ha deciso che aveva ucciso tutti. Apro del tutto la botola, nessuno spara. Salto fuori di corsa e subito mi infilo nel tunnel. Sono praticamente disarmato, ho soltanto una pistola tedesca che spara a 25 metri. Sto sdraiato nel cunicolo, sento dei passi. Mi zittisco. Tengo la pistola pronta. Il carro brucia, illumina l’angolo del tunnel di fronte a me. Vedo un’ombra. Arriva un tedesco. Quando arriva alla mia altezza sparo. Gli porto via il mitra e due caricatori, li indosso e via, ora sono già un eroe. Torno verso i miei per raggiungere i carri armati.

Nel 2000 in occasione del sessantesimo anniversario della vittoria è andata in Germania una delegazione di veterani di guerra. C’ero anche io fra di loro. Siamo stati un po’ dappertutto, anche nei cimiteri. Là hanno una tale cura delle tombe dei nostri soldati! Ci sono molti monumenti con i nomi, sono tutti tutelati dallo Stato. Non ho notato nessuna ostilità nei nostri confronti. E io stesso non ne provavo.

Nikolaj Aleksandrovich Cherepanov, soldato semplice, meccanico aeronautico dell’Il-2

Il giorno più felice per me? Il 27 gennaio, il giorno della fine dell’assedio di Leningrado. Sono un meccanico dell’aereo Il-2 999 del reggimento dell’aviazione d’assalto. Il 27 gennaio risuonò la salva che annunciava la fine dell’assedio di Leningrado. Il giorno più triste per me fu il 14 dicembre. Quel giorno il nostro aereo fu abbattuto. Avevano perforato una candela. L’olio zampillava. Quel giorno volavo come tiratore, non avevo nemmeno il paracadute. Guardo, qualcosa di caldo cominciò a uscirmi fuori. Mi avevano ferito, perdevo sangue, mi girava la testa. In qualche modo però atterrammo. Portarono via il pilota e io fui subito mandato in un ospedale da campo, mi fecero delle punture. Non mi fecero trasfusioni di sangue, anche se avrebbero dovuto. Rimasi nel letto per tre giorni e basta.

Lei mi chiede da dove prendiamo oggi la forza? Amiamo la nostra patria. La difendiamo. Mio padre morì sotto Stalingrado, mio zio anche. Perché dopo la guerra sono diventato insegnante di storia? Per parlare della vittoria, di quest’impresa, dell’onore, della dignità. Spiego ai bambini: “Non lasciamo in eredità le case, le dace, i dollari. Noi lasciamo in eredità i nostri stessi figli, quelli che abbiamo allevato e quelli a cui abbiamo insegnato qualcosa”. Presto ce ne andremo e basta. Per questo ripeto sempre ai miei allievi: “Tra poco se ne andrà un vecchietto pieno di medaglie, l’ultimo combattente del pianeta. Guardateli, finché non sarà troppo tardi” (tratto dalla poesia di guerra: “I budet tak neotvratimo budet / Così sarà, inevitabilmente”).

Foto: Andrei Shapran

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