Segreti da zar nel ventre di Napoli

Sono numerose le opere e i monumenti che legano la capitale del Mezzogiorno al mondo russo. Tra luoghi noti e straordinari e piccoli angoli quasi sconosciuti


Clicca per ingrandire (Infografica: Gaia Russo)

Sono in pochi a notare i “cavalli russi” all’ingresso dei giardini del Palazzo Reale di Napoli, anneriti dal tempo e parzialmente danneggiati dai vandali. Le due sculture sono la prima tappa di un percorso alla scoperta dell’anima russa di Napoli, in compagnia di Nina Mustighina, docente all’Università L’Orientale e partenopea d’adozione da oltre 35 anni.

Le statue, realizzate da Petr Klodt, furono il dono dello zar Nicola II a Ferdinando II di Borbone, dopo un lungo soggiorno dell’imperatore di Russia e della sua consorte nel Regno delle Due Sicilie. Due cavalli pressoché identici dominano il fiume Neva, dall’alto del ponte Aneckov a San Pietroburgo. È il 1846 e la storia ufficiale dell’amicizia tra le due ex capitali comincia qui, come testimoniano altri regali – quadri e strumenti musicali – attualmente esposti negli appartamenti di Palazzo Reale e al Conservatorio di San Pietro a Majella. Le cronache ci restituiscono l’immagine di uno zar entusiasta della bellezza della città, ma interessato soprattutto ai suoi progressi industriali: l’opificio di Pietrarsa, dove si assemblavano le locomotive, viene preso a modello per la costruzione del complesso industriale di Kronstadt. Oggi è uno splendido museo affacciato sul mare, forse un po’ trascurato, ma sicuramente meritevole di una visita.

"Grazie al business lo studio della lingua russa non conosce crisi"

Nina Mustighina (Foto: Marcella Miccolupi)

Nina Mustighina è una bella signora dai tipici tratti slavi, ma dal sorriso partenopeo. Da oltre vent’anni insegna russo all’Università L’Orientale del capoluogo campano, dove risiede dal 1969. Oltre 40 anni non hanno sopito la sua ammirazione: "È una città da favola – dice convinta –. Lo era per i viaggiatori russi nel passato, lo è ancora. La bellezza e il calore della gente sono rimasti intatti nonostante i problemi". Originaria della Repubblica di Mordovia, segue il padre nei suoi spostamenti di lavoro. Prima Odessa, poi Napoli: "Qui mi sento a casa", confessa con trasporto. Ma il legame con le proprie origini resta forte e, di conseguenza, viene trasmesso giorno dopo giorno ai suoi allievi. "Lo studio dell’idioma russo ha avuto un boom negli anni Ottanta quando esisteva ancora l’Urss - sottolinea -, ma l’interesse resta ancora molto forte anche oggi, soprattutto grazie ai consolidati rapporti commerciali tra i due Paesi"

 
"Il legame tra il grande Paese degli zar e Napoli è antico ed è frutto dell’attrazione irresistibile che i suoi paesaggi esercitavano sugli intellettuali europei", spiega la professoressa Mustighina. Aristocratici, pittori e scrittori arrivano a Napoli per vedere con i propri occhi le meraviglie cantate dai posteggiatori partenopei chiamati a corte da Nicola II: "Non dimentichiamo che proprio a Odessa, per opera di due napoletani in tour sul Mar Nero, nascono le note di 'O sole mio", precisa la docente. La famosa canzone dedicata al bel sole del Sud nasce nella primavera del 1898, in un’Ucraina grigia e umida: il clima del Meridione, secondo la Mustighina, è ciò che i russi apprezzano di più. "Sfatiamo il mito di noi russi abituati a sopportare il freddo – aggiunge sorridendo –. Il clima di Napoli è così piacevole che rinunciarvi diventa difficile".

Le tele di Silvestr Scedrin, Karl Brjullov, Pimen Orlov – recentemente esposte alla Galleria Tetrjakov di Mosca nella mostra "O dolce Napoli" – rendono efficacemente l’atmosfera che si respira per le strade cittadine. "Esiste, oggi come allora, una profonda vicinanza tra il popolo russo e quello napoletano: passionalità, ospitalità, tolleranza, disponibilità – prosegue Nina Mustighina –. Questo incantava i viaggiatori più della bellezza dei luoghi". Scedrin, in particolare, s’innamora di Sorrento al punto da lasciare la natale San Pietroburgo per stabilirsi nella cittadina fino alla morte e "non è raro durante la Pasqua vedere qualche anziana sorrentina preparare dolci ispirati a quelli tipici del mio Paese".

Ma non sono solo i piaceri ad attrarre i russi a Napoli. La capitale del Regno delle Due Sicilie è meta di studiosi che trovano nella Stazione zoologica Dohrn un luogo ideale dove approfondire le proprie ricerche: a vederla oggi – ristrutturata, ben inserita nel contesto della Villa Comunale e del Lungomare Caracciolo – si comprende bene perché giungessero qui gli scienziati di mezz’Europa. Fondata nel 1872 dal tedesco Anton Dohrn, la struttura diventa un vivace centro culturale e mondano grazie alla presenza di sua moglie Maria Baranovskaia. Frequenti sono le gite a Capri e Ischia, così come le serate trascorse al Gambrinus, il più antico e famoso caffè di Napoli. "Ma evidentemente i miei connazionali non rinunciavano al piacere di un tè tradizionale", aggiunge la docente. E racconta "la scoperta del tutto casuale di un samovar di fine Settecento, il tipico bollitore slavo, tra gli oggetti in vendita al mercatino dell’usato". Tutta la mole di studi e pubblicazioni in lingua russa di quegli anni è custodita nell’archivio della Stazione zoologica e nella biblioteca dell’associazione “Maksim Gorky”.

Proprio lo scrittore di Nizhny Novgorod è tra i russi più famosi a venire in città in cerca di pace e tranquillità, che troverà a Villa Gallotti, splendida residenza immersa nella quiete del quartiere Posillipo e affacciata sul Golfo di Napoli. La villa s’intravede nascosta tra gli alberi – non è aperta al pubblico perché di proprietà privata – ma anche osservandola da lontano è facile intuire come Gorky si sentisse protetto e sereno. Di Nikolai Gogol invece, "si racconta che amasse la confusione e il buon cibo e che al suo ritorno in patria cucinasse per i propri ospiti gli spaghetti al dente".

L'articolo è stato pubblicato sull'edizione cartacea di Russia Oggi

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta