"Negli abissi col Titanic"

Anatoli Sagalevich (Foto: Itar-Tass)

Anatoli Sagalevich (Foto: Itar-Tass)

Intervista ad Anatoli Sagalevich, che si è immerso più di cinquanta volte nell'Atlantico per esplorare il relitto adagiato da un secolo

È l‘uomo che conosce i segreti sepolti sul fondo dell’Oceano meglio di chiunque altro al mondo: è l’esploratore degli abissi ed eroe della Russia Anatoli Sagalevich. Che si è immerso, più di 50 volte, per raggiungere il relitto del Titanic sui fondali dell’Atlantico.


Lei ha esaminato più volte il luogo in cui affondò questo leggendario transatlantico. Si ricorda le prime impressioni che provò nell’incontro con il Titanic?
Fu nel luglio 1991. Stavamo lavorando con Stephen Low al film Titanic. Ciò che vidi sul fondale mi sconvolse e ancora adesso, ogni volta che partecipo a una nuova spedizione al relitto della nave, provo sentimenti simili. La prima volta, seguendo i segnali riflessi dal fondale arrivammo alla prua della nave. Scorsi subito la cima dell’albero maestro spezzato, con la torre di comando, il cosiddetto “nido del corvo”, ossia la postazione della vedetta che probabilmente avvistò per primo l’avvicinarsi della fine. La stiva sventrata, che lascia intravedere le carcasse di alcune automobili appartenute ai passeggeri facoltosi. Poi il bordo destro del ponte lance, anch’esso distrutto: dal fianco della nave si intravede l’interno della cabina del capitano Smith, la stanza da bagno, il letto. Poi ci sono gli alloggi degli ufficiali, separati dal mondo esterno da degli oblò quadrati. 


In quali condizioni si trova attualmente il relitto? 
L’ultima volta che ci siamo immersi fino al Titanic è stata nel 2005. Naturalmente, il tempo è impietoso con le sovrastrutture, mentre il corpo della nave è in condizioni migliori, è ben conservato. 


E James Cameron, quando fu conquistato dall’idea di girare il più famoso film dedicato al Titanic?
Accadde in mia presenza. Conobbi James in occasione della première di Titanic di Stephen Low, nell’aprile del 1992. Fu allora che espresse per la prima volta l’idea di girare un film su questa immane tragedia. Volle visitare di persona i sommergibili in cui erano state realizzate quelle riprese eccezionali. In generale, a James piace andare fino in fondo in ogni cosa. Per questo, dopo solo un paio di mesi, arrivò in Russia e visitò dall’interno sia la nostra nave base Akademik Mstislav Keldish, sia i sommergibili Mir e si convinse ancor più di voler girare il film. Le riprese subacquee da sole non bastavano. Serviva una trama avvincente. Io, avendo già vissuto la fine di un’epoca nel mio Paese, gli dissi: "Il mondo è stanco del sangue e della violenza, della crudeltà e del banale tran tran quotidiano; metti in scena i rapporti tra le persone, metti in scena l’amore". 


In cosa consisteva questo lavoro di preparazione?
Non basta preparare le attrezzature e i meccanismi. Per assicurare il successo della missione e ottenere riprese cinematografiche di buona qualità dovemmo fare progressi sul piano scientifico. La struttura della cinepresa Panavision è stata modificata appositamente per questo film; inoltre, la Kodak su richiesta di James ha creato una pellicola tre volte più sottile di quella normale. Eppure, anche questo sforzo non è risultato sufficiente. 

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