Sulle orme di Quasimodo

La storia di Riccardo Fiore, lontano parente del Premio Nobel, che ha lasciato Torino per insegnare italiano a Mosca, senza rimpianti

Da Torino a Mosca con un biglietto di sola andata. Per un trasferimento definitivo, dopo la prima vacanza nella capitale russa nel 2000 e vari ritorni per viaggi-studio della lingua russa, prima di fare il grande passo. È la storia di Riccardo Fiore, 42 anni, fino a 4 anni fa assicuratore all'ombra della Mole, oggi insegnante privato di Italiano sotto le cupole di San Basilio. In mezzo lo slancio a cambiar vita e la passione per la poesia, che lo accomuna a un suo avo, il Premio Nobel Salvatore Quasimodo.

Come è arrivato a Mosca?

Vivevo a Torino e grazie ad amici milanesi ho avuto il primo contatto con Mosca nel 2000 ed è stato casuale. Abbiamo organizzato una vacanza da soli per scoprire la Mosca costruttivista, un viaggio inusuale con un percorso inusuale attraverso l’architettura dei primi due decenni del Ventesimo secolo.

Quel viaggio ha segnato la sua vita?

È stata un'esperienza molto interessante. Alcuni esempi del Costruttivismo russo sono sconosciuti agli stessi moscoviti, perché ormai sono opere abbandonate, non in buone condizioni o semplicemente dimenticare. Gli esempi più famosi? La Torre Shukhov, oggi transennata. Poi la casa di Melnikov, uno dei maggiori esponenti di questo movimento, vicino alla vecchia Arbat, una costruzione molto particolare con una pianta a forma di 8. Avevamo una mappa e gli otto giorni sono stati sufficienti per farmi innamorare della città.

Cosa l'ha colpita di Mosca?

Mosca ha un suo fascino particolare, piace o non piace, perché è una città forte, con forti attrattive e forti disturbi, le classiche facce della medaglia. Quello che mi è piaciuto allora era stato il fatto che è una delle megalopoli del mondo e sicuramente mi ha attratto la lingua. Abito qui anche perché mi piace il russo. Personalmente sono stato affascinato da Mosca nel suo complesso: una megalopoli con la struttura della capitale sovietica, una città che offre tantissime opportunità. Mi è piaciuta anche la gioventù del posto.

È diversa da quella italiana?

Purtroppo devo dire che i ragazzi russi si stanno sempre più occidentalizzando ed è una cosa che ho notato molto in questi anni. Se devo confrontare i sorrisi che c’erano per la strada nel 2000 con quelli che ci sono adesso, oggi ce ne sono molti meno. Allora c’era più semplicità, più ingenuità. Nelle nostre società occidentali c’è una barriera di diffidenza che separa le persone, questa barriera qui non c’era, ora si sta alzando. Il cittadino sovietico era una persona semplice e di buon cuore. Il buon cuore è rimasto, però bisogna scavalcare questa barriera che si fa sempre più alta.

Che conoscenze aveva della lingua e della cultura russe?

Quando avevo venti anni ho letto la letteratura classica russa, soprattutto Dostoevskij. Al ritorno a Torino ho iniziato a studiare la lingua, attraverso l’associazione Russkij Mir. Ma ho iniziato a frequentare il corso senza particolari idee per il futuro, semplicemente guidato dal piacere. Alla fine ho studiato russo per sette anni: più studiavo, più mi piaceva e intravedevo anche dei risvolti più concreti.

Perché?

Io non ero contento della vita che facevo, ero un subagente di assicurazione: non mi piaceva la città dove vivevo, non mi piaceva il lavoro che facevo. Volevo cambiare radicalmente la mia vita e siccome in Occidente sono poche le persone che parlano russo, mi sono convinto a dare una svolta. All'inizio non ho pensato all’insegnamento, perché avevo alle spalle una carriera nel mondo assicurativo e quindi volevo propormi in questo ambito. Ma sono molto contento di aver cambiato strada: vivo in completa libertà, mi sono inventato un lavoro che mi piace, la metodologia d’insegnamento è mia, l’approccio con gli studenti è mio, gli orari li decido io. L’italiano che viene a lavorare a Mosca viene mandato qui dalla sua ditta, non lo fa per sua iniziativa ma per ambizione di carriera; io ho scelto di venire qui e sono venuto qui a fare la vita di un russo, perché non sono collocato in un’impresa italiana o in una multinazionale, lavoro autonomamente.

Quali difficoltà ha incontrato all'inizio?

La barriera climatica francamente è forte, poi ci si abitua a tutto, ma il clima è un po’ pesante, con sei mesi di inverno a -15, a -20. Fortunamente negli ultimi anni il clima è cambiato. Quando mi sono trasferito nel 2008, ho iniziato a cercare lavoro in imprese italiane che operano qui in Russia, senza successo. Dopo una delle mie visite estive, - dal 2000 in poi tutte le mie vacanze le passavo a Mosca a studiare russo - ho capito che potevo avere un futuro nell'insegnamento della lingua italiana; dall'Italia mi sono proposto come docente nelle scuole della città. Di nuovo a Mosca, al primo colloquio di lavoro, avevo già una studentessa che mi aspettava.

Un identikit dei suoi studenti?

L’età media è sui 25-30 anni; sono persone che conoscono almeno una lingua straniera, in genere l’inglese. Normalmente sono single con una passione grande per l’Italia. Ho avuto oltre 200 allievi in quattro anni. Molti italiani non se ne rendono conto, ma questo Paese per noi è una fortuna, perché fra tutte le nazioni dell’emisfero settentrionale la Russia è l’unico ad avere una passione sfegatata per l’Italia.

La passione per l'italiano e la nostra letteratura è nel suo Dna, dal momento che un suo lontano parente era il poeta Salvatore Quasimodo.

Era il cugino di mio nonno, da parte di mamma. Durante l’epoca sovietica, essendo lui comunista, è stato in Russia e avevano tradotto in russo le sue opere.

Possiamo dire che Lei sta ripercorrendo la strada del Premio Nobel?

Se il sangue influisce in qualche modo, io, non ai livelli di Salvatore Quasimodo certamente, scrivo poesie, e negli ultimi tempi in doppia lingua, e ho pubblicato i miei versi su Internet. Ma la relazione con Quasimodo, che non ho mai conosciuto perché è morto prima che nascessi e il rapporto con la sua famiglia si è perso, si ferma al fatto che siamo parenti e scrivo poesie anche io. Detto questo, lui ha avuto una vita completamente differente. Il rapporto che ha avuto con la Russia non è stato intensissimo: le sue opere sono state tradotte in russo per affinità politiche e quando era malato è venuto qui a curarsi. Inoltre, io in questo momento non penso tanto alla poesia, mi dedico all'insegnamento. In questo campo esprimo la mia parte d’italianità; mi piace il mio mestiere e lavoro sempre con il sorriso sulle labbra; esprimo allegria, positività, gioia di vita, passionalità: un po’ quelle caratteristiche che come stereotipi i russi conoscono degli italiani e dell’Italia. Poi, a un certo livello di studio, comincio a far sentire ai miei studenti i successi dei cantautori italiani.

Quali cantautori propone nei suoi corsi?

Ho un vastissimo repertorio; senz’altro tra i miei cantautori preferiti ci sono Fabrizio De Andrè, Lucio Battisti, Francesco Guccini e tanti altri. Cantautori non così noti in Russia, ma il mio interesse è allargare gli orizzonti dei miei studenti. Non solo musica, però. A Mosca ho scoperto la passione per la cucina italiana. L’ho sempre apprezzata, sono sempre stato un buongustaio, ma qui ho cominciato a cucinare per passione. E quindi nelle mie lezioni insegno anche le ricette italiane, e questo riscuote gran successo.

Tornerebbe indietro?

Assolutamente no.

Non rimpiange nulla dell’Italia?

Ci sono delle cose che mi mancano. Qui non c’è la bellezza che c’è in Italia. Per carità, Mosca ha il suo fascino, ma non c’è quell’architettura anche semplicemente del XIX secolo che troviamo in tutti i centri storici delle città italiane. Per non parlare delle testimonianze del Medio Evo o dell'epoca classica. L’occhio, quando torno in Italia, si ricrea. La lingua italiana non mi manca, perché la insegno. Per quanto riguarda la cucina, ricordo che avevo nostalgia della focaccia genovese, ma ho imparato a farla a casa e viene abbastanza bene. E mi manca un po’ quel tessuto di amicizie che avevo in Italia. Per il resto sono contento, vivo una vita che mi sono costruito io, in cui mi esprimo liberamente. Lo stimolo e le motivazioni per cambiarla ce le avevo e non ho fatto un salto nel buio perché mi sono preparato, ho imparato la lingua e mi sono sempre più avvicinato a Mosca.

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