La qualità italiana che strega Mosca

Foto: Ria Novosti

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Cresce la disponibilità di consumo della classe media russa e con essa le esportazioni dal Belpaese. Focus su meccanica, automotive ed elettrodomestici

La crescita economica russa che quest’anno dovrebbe attestarsi intorno al 3,5 per cento, rispetto a un’economia italiana ricaduta in recessione. L’incremento dei consumi, che rappresenta una costante degli ultimi anni, in linea con l’irrobustirsi di una classe media particolarmente attratta dal gusto italiano. L’acquisita stabilità a livello istituzionale. Tre motivi che spiegano l’ottimismo che si respira sul fronte delle relazioni commerciali tra Italia e Russia, sia per quanto concerne l’interscambio, sia sul versante degli investimenti diretti.

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La presenza di aziende italiane nella Federazione ha nella Fiat il nome più prestigioso. L’azienda automobilistica torinese ha iniziato a produrre in joint-venture con la Vaz nel 1970, in seguito a un accordo siglato quattro anni prima – in piena Guerra Fredda, con un seguito di tensioni con gli Usa - dall’allora numero uno Vittorio Valletta, prima di cedere lo scettro del gruppo a Giovanni Agnelli. Nacque così la motorizzazione di massa nell’Urss con la Zhiguli (riadattamento della “124”), nome che traeva origine dall’omonima catena di colline situata nei dintorni di Togliatti, la città dove si trovava lo stabilimento in cui le auto erano prodotte. L’evoluzione del Lingotto in terra russa ha vissuto di alti e bassi, fino alla firma di una lettera di intenti con Sberbank – avvenuta a inizio marzo 2012 - per la produzione e distribuzione di vetture e veicoli commerciali leggeri. Le parti sono al lavoro per finalizzare l’accordo che dovrebbe portare entro il 2013 all’avvio della produzione della nuova jeep, per poi includere anche altri modelli e motori, da produrre e assemblare in loco. La motivazione è semplice: la Russia si appresta a diventare il primo mercato europeo dell’auto e questo attira gli investimenti delle aziende occidentali, che nei loro Paesi si trovano a fare i conti con una situazione della domanda che nel migliore dei casi è stagnante.

E lo stesso vale per altri big dell’economia italiana che negli anni sono approdati nella Federazione, da Eni a Danieli ed Enel (che tra le altre cose è azionista di Severnergia), da Coeclerici a Pirelli e Alenia Aeronautica (intesa con Russian Helicopters), da Iveco a Ferrero e Indesit, da Candy a Mapei e Italtel, a guidare una schiera di circa 500 aziende della Penisola, composta in prevalenza da realtà dell’industria pesante, della meccanica e degli elettrodomestici. Nel 2010 gli investimenti diretti italiani in Russia si sono attestati a quota 972 milioni di euro, in sensibile crescita rispetto ai 721 milioni del 2009 (anno della recessione globale) e le prime stime sul 2011 potrebbero confermare il ritorno ai livelli del 2008 (1,18 miliardi).

L’ultima scheda-Paese di Sace colloca la Russia a un livello intermedio con un outlook “stabile”, alla luce del miglioramento in atto del clima economico, pur in una situazione di tensione sul fronte inflazionistico (poco sopra il 4 per cento, un dato comunque in calo di due punti percentuali nel confronto anno su anno). "L’atteggiamento delle autorità verso l’afflusso di capitali è positivo", sottolinea il report, aggiungendo che "molte regioni hanno approvato leggi e programmi specifici per attrarre un flusso maggiore di investimenti", ma si sofferma anche sull’eccessivo peso della burocrazia locale. Il prossimo ingresso del Paese nel Wto, con l’accettazione quindi delle regole commerciali di interscambio, potrebbe favorire un ammodernamento su questo fronte, così come gli investimenti pubblici nelle infrastrutture – dalle strade alle reti telefoniche – promettono di facilitare l’insediamento di aziende internazionali.

Se le realtà che hanno creato stabilimenti in loco restano comunque una quota limitata, molte sono quelle che guardano alla Federazione come a un mercato di sbocco interessante per i propri prodotti. Soprattutto a fronte di un’economia locale che continua a galoppare e che si mostra particolarmente interessata al Made in Italy: in particolare sono i prodotti di qualità che hanno i maggiori spazi di mercato, a dimostrazione della presenza di una classe media (diffusa in particolare a Mosca e San Pietroburgo, ma in crescita anche a Ekateriburg, Samara, Krasnodar e Novasibirsk) che non guarda solo al prezzo come variabile di acquisto. La produzione locale riesce solo in parte a soddisfare questa domanda e, per restare competitiva, spesso si rivolge a fornitori italiani di macchine e know-how.

Nel 2011 l’export italiano nel Paese ha toccato quota 9,31 miliardi di euro, con una crescita del 17,8 per cento rispetto al 2010. La classificazione per prodotti vede in vetta l’abbigliamento (10,9 per cento del totale), seguito dalle macchine, dalle calzature, dai mobili e dall’alimentare, con spazi di mercato in crescita anche per le pmi, a patto di aver raggiunto livelli di eccellenze in nicchie di mercato. Anche se le statistiche di Rosstat indicano una progressiva perdita di competitività rispetto ad altri partner, l’Italia continua a essere al settimo posto tra i fornitori internazionali della Federazione.

Che da Est dipenda una parte importante della ripresa italiana sono ormai in pochi a dubitarne: resta da capire in che misura le imprese italiane saranno capaci di mettersi in gioco per conquistare questo mercato e quale sarà il sostegno delle istituzioni, a fronte di un’azione concertata pubblico-privati da parte di altri Paesi occidentali.

L'articolo è stato pubblicato sull'edizione cartacea di Russia Oggi

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