Ricette di convivenza

Foto: Lori/Legionmedia

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Come abbattere il muro di indifferenza che separa i vicini di casa negli immensi condomini dei quartieri dormitorio di Mosca. Il racconto di un'inquilina dal grande spirito di iniziativa

“Party per tutti! Sabato alle 8 di sera siete invitati a una festa al primo piano”. Recita così un annuncio pubblicato sul giornale Il giorno dei vicini, lasciato all’entrata del mio condominio: un invito apparso non solo sulle pagine della rivista, che io stessa redigo, ma che viene lanciato anche dai sociologi. Un modo, secondo loro, per sviluppare buoni rapporti tra vicinato e per conoscere i propri dirimpettai nei quartieri dormitorio delle megalopoli.

Tutto ha avuto inizio con una riunione di condominio alla quale hanno preso parte otto inquilini dello stabile.

“Allora, cosa facciamo con quelli che urinano per le scale?”, ha esordito Boris, il signore dell’ottavo piano, indicando delle macchie gialle sulla parete.

Il blocco di condomini dove vivo io, nel quartiere di Butovo, a Sud di Mosca, ha ormai sedici anni. Qui sono oltre quaranta gli appartamenti abitati. Nessun portiere custodisce l’ingresso, spoglio e senza alcuna parvenza di comfort. Niente fiori. Niente quadri appesi. Tutto è vuoto e tetro: solo una porta con un citofono, che non funziona. Ogni mattina i ragazzi del volantinaggio, nelle cassette della posta, lasciano fogli pubblicitari con i numeri di qualche speedy pizza o di qualche fast food a domicilio. E ogni mattina, gli inquilini dello stabile tirano fuori i volantini pubblicitari dalle proprie cassette e li gettano per terra.

Il quadro viene completato da un ascensore scarabocchiato, da una toilette improvvisata sul pianerottolo e da qualche scarafaggio che si aggira per l’ingresso.

Vika, una signora bionda e magrolina, dallo sguardo stanco, si è offerta di fare ogni tanto da guardia all’entrata. “Vika, non appena vede qualche brutta compagnia sulle scale, chiami noi uomini - ha detto Vladislav, un paffuto signore con gli occhiali -. Non importa anche se è di notte. Ci chiami e stop. Basta una sola bella lezione e vedrete che non tornano più”.

“Ah! Io li ho già spaventati una volta! Ma non è servito a niente”, ha fatto eco Semen, del decimo piano, cambiando poi discorso. “A proposito, hanno tolto la corrente qualche giorno fa per riparare il tetto che continua a gocciolare. Entra acqua in continuazione. E ogni anno viene qualcuno a ripararlo. Ma non serve a niente, l’acqua continua a infiltrarsi come prima”.

“Se succede ancora, organizziamo una nuova riunione di condominio”, ha deciso Vika. “E cosa facciamo con il piano terra? Lo abbelliamo un po’?”, ho ricordato io. “Finché non abbiamo un custode, non servirà a niente – si è intromesso un anziano signore -. Avevo già provato a sistemare dei fiori. Ma in pochi giorni sono spariti”.

La professoressa Elena Shomina, della scuola superiore di Economia, da anni studia la convivenza tra vicini di casa in alcune zone della Russia. Ed è arrivata a mettere a punto un esperimento condotto nel quartiere Khorvino di Mosca. Da allora, l’ingresso non è più stato sporcato e l’edificio viene gestito da un gruppo di inquilini. Prima ancora di ristrutturare lo stabile, i vicini hanno eseguito qualche lavoro di manutenzione. Ed è così che hanno stretto amicizia: il gruppo pubblica periodicamente il giornale Il foglio dei vicini di casa, con il quale gli inquilini possono diffondere qualsiasi notizia.

All’interno del suo condominio Elena Shomina è riuscita a risolvere i problemi di convivenza. Le ho chiesto quindi come raggiungere questa chimera.

Ricetta numero uno: invitare i vicini a prendere un tè. L’idea di far entrare in casa degli sconosciuti, magari gente stramba e alcolista, non mi piaceva per niente. Ma ho pensato che il “tè party” si sarebbe potuto organizzare su un territorio neutro. Ad esempio nella hall di ingresso.

Ricetta numero due: invitare personalmente tutte le famiglie dello stabile, per permettere che anche le persone più disinteressate possano conoscere l’iniziativa e prenderne parte.

Infine, la terza ricetta: è necessario cambiare le nostre regole di comportamento, che ci portano a malapena a salutare le altre persone facendo poi piombare il silenzio. Se vediamo ad esempio qualcuno con il passeggino, potremmo complimentarci ed esclamare “Evviva! Abbiamo un nuovo inquilino!”. Oppure potremmo esprimere le nostre condoglianze se succede qualcosa di brutto. Non dobbiamo ovviamente interferire sulla privacy dei nostri vicini, ma dobbiamo essere bravi a trovare il giusto equilibrio tra l’indifferenza e l’essere inopportuni.

La cosa più importante, l’idea che deve passare, è che tali iniziative devono essere viste in un’ottica ben più ampia: servono non solo per stringere amicizie, ma per creare rapporti sani per i nostri figli e per far sentire meno soli gli anziani.

Ed è così, con questa rivelazione, che il giorno seguente ho deciso di realizzare il giornale Il giorno dei vicini. “L’invasione degli insetti”, si legge su una pagina. Oppure: “Filtrerà acqua dal tetto in ottobre?”. Ma oltre alle notizie una sezione è dedicata agli incontri, ai suggerimenti e a come abbellire l’ingresso.

Ho appeso la rivista al muro e, allontanandomi di qualche passo, mi sono messa ad ammirarla. Chiedendo ai vicini di intervenire sulle pagine del giornale, nessuno ha risposto. In compenso ha chiamato un signore, chiedendo: “Vi serve un portinaio? Può farlo mia moglie”. Mentre nel giorno della riunione di condominio, scendendo le scale, mi sono accorta che effettivamente il nostro gruppo stava prendendo forma. “Eccoci qui – ha esclamato Boris -. I coinquilini più attivi si sono presentati”.

La sua voce è stata sormontata da quella di Eduard che, uscendo dall’ascensore, ha esclamato: “Boris, grazie mille per quello che hai fatto con la spazzatura”. Nel giro di dieci minuti sono arrivati anche alcuni inquilini fino a quel momento sconosciuti: famiglie che abitano in piani diversi del condominio. Con loro c’era anche il nostro Lev Tolstoj, un anziano signore con la barba, completamente sordo e solo. Il suo unico amico era un cagnolino che però non è riuscito a sopravvivere alla calda e fumosa estate del 2010. Sono contenta che si sia presentato anche lui, così perlomeno so come si chiama. “Diciotto, diciannove..”, ha iniziato a contare Vladislav. “La seduta è aperta”.

È così che è nato il nostro bel gruppo di vicini di casa. Sulla bacheca in entrata da tempo, in mezzo ai volantini pubblicitari, appaiono annunci e auguri, oltre al ritratto di un Santo. Probabilmente non avremo mai un portiere e nemmeno una telecamera per controllare chi entra in ingresso e deturpa l'ascensore.  Ma è pur sempre meglio di niente.

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