"La Russia e il mondo che cambia"

Foto: AP

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In un suo ultimo articolo, il primo ministro russo Vladimir Putin in corsa per le presidenziali espone la sua visione sulla politica internazionale

La Russia è parte di un mondo vasto, non possiamo né vogliamo isolarci. Contiamo sul fatto che la nostra politica di apertura porti ai cittadini russi un incremento del benessere e della cultura e rafforzi la fiducia, un bene che sta diventando sempre più raro.


Chi compromette la fiducia

Appartengono alla serie di postulati fondamentali: il carattere indivisibile della sicurezza per tutti gli Stati, l’inammissibilità di un impiego ipertrofico della violenza e l’osservanza incondizionata dei principi fondanti il diritto internazionale. Alcuni aspetti del comportamento degli Usa e della Nato non si confanno alla moderna logica di sviluppo, ma sono un allargamento delle prerogative della Nato che includono la dislocazione di nuove infrastrutture militari e la promozione di intese (con il beneplacito americano) per la costruzione di sistemi di scudi antimissile in Europa.


I crimini contro l’umanità devono essere puniti da un tribunale internazionale. Ma se in virtù di questo diritto si può facilmente infrangere la sovranità di uno Stato, se i diritti dell’uomo vengono difesi dall’esterno e su un campione a scelta – e nel processo di “difesa” si calpestano quegli stessi diritti delle masse, incluso il diritto alla vita – non stiamo parlando di un atto di benevolenza, ma di pura e semplice demagogia.


È importante che l’Onu e il suo Consiglio di sicurezza possano contrastare in modo efficace ai dictat di una serie di Paesi e ai soprusi sull’arena internazionale; nessuno ha il diritto di arrogarsi le prerogative e i poteri dell’Onu, specialmente per ciò che riguarda l’impiego della forza in relazione agli Stati sovrani: ci riferiamo in primo luogo alla Nato e al suo tentativo di assumere funzioni di “alleanze difensive” che non le spettano.


“La primavera araba”: lezioni e conclusioni

“La primavera araba” è stata inizialmente recepita favorevolmente, facendo sperare in cambiamenti positivi. Tuttavia è diventato ben presto chiaro che in molti Paesi gli eventi stavano prendendo una piega diversa dallo scenario di civilizzazione che si pensava. Al posto di confermare la democrazia, al posto di difendere i diritti delle minoranze, l’oppositore è stato messo al bando, è avvenuto il golpe.


Si è arrivati al punto in cui una serie di Stati, sotto la protezione di slogan umanitari e con l’aiuto dell’aviazione, si sono sbarazzati del regime libico. L’apoteosi è stata raggiunta con una scena disgustosa, di quelle che non si vedevano nemmeno nel Medioevo: la primitiva azione punitiva contro Gheddafi.


Non bisogna permettere che qualcuno provi a realizzare lo “scenario libico” in Siria. Gli sforzi della comunità internazionale si devono concentrare innanzitutto per ottenere la rappacificazione interna della Siria. È fondamentale non consentire l’insorgere di un’effettiva guerra civile.


Nei Paesi direttamente coinvolti nella “primavera araba”, come prima l’Iraq, le società russe perdono posizioni, acquisite in decenni, sui mercati locali, mentre le nicchie liberate sono riempite da attori economici che appartengono a quei governi che hanno incentivato il cambiamento dei regimi al potere. Può sorgere il dubbio che questi tragici eventi siano stati dettati in buona misura non dalla preoccupazione per i diritti dell’uomo, ma per l’interesse di qualcuno nell’ambito dei mercati.

 

La “primavera araba” ha anche chiaramente dimostrato che oggigiorno l’opinione pubblica mondiale si forma per mezzo dell’attiva mobilitazione di tecnologie informative e comunicative avanzate. Occorre tracciare una netta linea di demarcazione tra dove sia la libertà di parola e il normale attivismo politico e dove invece agiscano strumenti illegittimi di “forza debole”. Non si può che accogliere l’operato a favore della civilizzazione portato avanti dalle organizzazione umanitarie e di beneficenza, incluse quelle che si esprimono con aspre critiche contro i poteri in carica. Tuttavia l’attivismo “pseudo-no profit“ di altre strutture che perseguono con appoggi esterni lo scopo di destabilizzare la situazione attuale in alcuni Paesi non è ammissibile.

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Nuove sfide e minacce

È indubbio che la Russia manifesti preoccupazione per la crescente minaccia di un’azione militare in Iran. Noi proponiamo di riconoscere all’Iran il diritto di sviluppare un programma atomico a scopo civile e di arricchire l’uranio. In cambio chiediamo di sottoporre tutta l’attività nucleare iraniana al controllo dell’Aiea (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica). Se questo avvenisse tutte le sanzioni contro l’Iran verrebbero cancellate.


Una situazione altrettanto seria si sta sviluppando attorno al problema del nucleare coreano. La presenza del nucleare nella Corea del Nord è per noi inaccettabile. Ci pronunciamo totalmente a favore della denuclearizzazione della penisola coreana, pur con mezzi esclusivamente politico-diplomatici. Sono convinto che in questo momento occorra dimostrare di essere particolarmente scrupolosi. Sono inaccettabili i tentativi di mettere alla prova la solidità del nuovo leader della Corea del Nord che in sostanza provocherebbero contromisure sconsiderate.

 

Abbiamo la sensazione che i casi sempre più frequenti di brusca ingerenza, persino con la forza, da parte di agenti esterni sugli affari interni di un paese possano stimolare i regimi autoritari (e non soltanto loro) a ricorrere agli armamenti nucleari. Se ho una bomba in tasca nessuno dovrebbe toccarmi perché tiene di più a se stesso; quelli senza bomba che aspettino pure gli interventi “umanitari”.


In Afghanistan il contingente militare internazionale sotto l’egida della Nato non ha risolto gli impegni che si era prefissato. Dopo aver annunciato il ritiro delle truppe nel 2014, gli americani stanno progettando la costruzione, nel Paese e negli stati confinanti, di basi militari benché manchino un preciso mandato, degli obiettivi e la durata del loro funzionamento. Noi non siamo ovviamente d’accordo. L’Afghanistan è un nostro vicino e a noi interessa che questo Paese si sviluppi in modo stabile e pacifico. E soprattutto che smetta di essere la principale fonte della minaccia legata al narcotraffico.


Siamo disposti a esaminare un serio ampliamento della partecipazione russa nelle operazioni di soccorso per il popolo afgano. A condizione però che il contingente internazionale in Afghanistan agisca con maggiore efficienza anche nei nostri interessi e si occupi dell’eliminazione reale delle coltivazioni di oppio e dei laboratori segreti per la sua lavorazione.


L’Onu ha adottato una strategia globale contro il terrorismo, ma si ha l’impressione che la lotta a questo male continui comunque a essere portata avanti non secondo un progetto unico e condiviso, ma reagendo di volta in volta alle sue manifestazioni più gravi o barbariche. Il mondo civilizzato non deve stare ad aspettare una tragedia delle dimensioni dell’attacco a New York nel settembre del 2001 o una nuova Beslan e soltanto dopo, con il cuore in gola, agire in maniera decisa e coordinata.

 

Maggiore importanza al ruolo del Pacific Rim, gli Stati della costa dell'Oceano Pacifico


Sono convinto che la crescita dell’economia cinese non sia una minaccia, ma una sfida che porta con sé un enorme potenziale di collaborazione economica e commerciale, la possibilità di raccogliere il “vento cinese” nelle “vele” della nostra economia.


Con il suo comportamento sull’arena mondiale la Cina non dà adito a pretese di dominio. La voce orientale risuona effettivamente nel mondo in modo sempre più sicuro e accogliamo con gioia questo fatto in quanto Pechino condivide la nostra visione di un ordine mondiale paritario.


Un altro gigante asiatico sta crescendo a grande velocità: l’India. La Russia è legata a questo Paese da rapporti tradizionalmente amichevoli, il cui contenuto è determinato dalla gestione dei due paesi secondo una partnership particolarmente privilegiata e strategica. Dal rafforzamento di tale intesa non sono soltanto i nostri paesi a trarre benefici, ma anche l’intero sistema policentrico mondiale che si sta formando.


Conferiamo, oggi come in futuro, un significato prioritario alla cooperazione con i partner del Brics. Questa struttura unica nel suo genere simboleggia più chiaramente di tutti il passaggio da una politica monocentrica alla formazione di un assetto mondiale più giusto. Tale alleanza unisce cinque Paesi con una popolazione pari a circa tre miliardi di persone, detentori delle più importanti economie in via di sviluppo, di colossali risorse umane e naturali e di enormi mercati interni.


Negli ultimi anni la diplomazia russa e i nostri traffici economici hanno iniziato a prestare maggiore attenzione per sviluppare la collaborazione con i Paesi dell’Asia, dell’America latina e dell’Africa. In queste zone, come in passato, ci sono forti e sincere simpatie nei confronti della Russia. Tra i compiti cruciali dell’imminente futuro vedo un’intensificazione delle sinergie commerciali ed economiche fra i nostri Stati.


Il ruolo crescente dei continenti prima menzionati all’interno dell’emergente sistema democratico di gestione dell’economia mondiale e della finanza si rispecchia nell’attività del “Gruppo dei dodici”. Ritengo che questa unione si trasformerà presto in uno strumento strategicamente importante non soltanto come risposta a situazioni di crisi, ma anche per una riforma a lungo termine dell’architettura finanziaria ed economica del pianeta.

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Il fattore europeo


La Russia è una parte inseparabile e naturale della Grande Europa, della grande civiltà europea. Non siamo affatto indifferenti a come vadano le cose nell’Europa unita. Ecco il motivo per cui la Russia propone di muoversi verso la costituzione di un unico spazio economico e umano, dall’Atlantico fino all’Oceano Pacifico.


La crisi che ha colpito l’Eurozona non può non toccare i nostri interessi, e la Russia ha attivamente aderito alle misure internazionali di sostegno per le economie europee che hanno subito i maggiori danni. Inoltre credo che gli aiuti finanziari esterni siano in grado di risolvere il problema soltanto in modo parziale. Per stabilizzare completamente la situazione occorrono misure forti di carattere sistemico.


L’attuale livello di scambio tra la Russia e l’Unione Europea non è conforme alle sfide globali, prima di tutto sul piano dell’innalzamento della competitività del nostro comune continente. Ancora una volta propongo di impiegare le nostre forze per formare un’armoniosa comunità di economie – da Lisbona a Vladivostok – e, in un futuro, creare una zona di libero commercio e meccanismi più avanzati per l’integrazione economica.


Occorre riflettere anche su una maggiore cooperazione in ambito energetico fino alla costituzione di un unico complesso energetico europeo.


La commissione europea del “Terzo pacchetto energia”, in mano alle lobby, punta a estromettere le società russe, evitando di rafforzare l’interazione con il nostro Paese. Tenendo conto della crescente instabilità dei fornitori di risorse energetiche alternativi alla Russia, il decreto aumenta anche i rischi sistemici per la stessa energia europea, spaventa i potenziali investitori dei nuovi progetti infrastrutturali. Molti politici europei con cui ho avuto modo di parlare si dicono scontenti del “pacchetto”. Bisogna armarsi di coraggio e togliere questo ostacolo sul cammino verso una proficua collaborazione reciproca.


L’eliminazione del visto potrebbe diventare un potente impulso per una reale integrazione tra la Russia e l’Unione europea, favorendo l’ampliamento delle relazioni culturali ed economiche. Nel dicembre del 2011 abbiamo concordato insieme alla comunità europea alcuni “passi collettivi” verso un regime senza visto che si può e si deve realizzare senza temporeggiare ulteriormente.

 

Russia e Usa


Negli ultimi anni è stato fatto non poco per lo sviluppo delle relazioni russo-americane. Tuttavia per ora non è stato possibile risolvere la questione di un radicale mutamento della matrice di questi rapporti. Il problema principale è che la nostra collaborazione e il dialogo politico bilaterale non poggiano su una solida base economica.


Non favoriscono di certo il raggiungimento di comuni identità di vedute nemmeno i tentativi degli Usa di occuparsi dell’”ingegneria politica”, anche nelle aree tradizionalmente di nostro interesse e durante le campagne elettorali in Russia.


Ribadisco che l’iniziativa americana di costruire un sistema di scudi antimissili in Europa desta in noi dei legittime timori in quanto tocca le forze in mano alla sola Russia di una strategica limitazione nucleare e infrange l’equilibro politico-militare assicurato da decenni.


L’indissolubile legame tra lo scudo antimissile e le armi strategiche offensive si rispecchia dal Nuovo trattato Start (Strategic Arms Reduction Treaty, ndr) del 2010. Siamo disposti a esaminare varie alternative su ciò che potrebbe rientrare nell’agenda dei prossimi mesi comune a noi e agli Stati Uniti nell’ambito del controllo sugli armamenti. Un punto fermo dovrà essere l’equilibrio degli interessi, la rinuncia ai tentativi di raggiungere, per mezzo di trattative, vantaggi unilaterali per il proprio Paese.


Negli ultimi anni altre proposte sono state avanzate dal governo russo riguardo ad alcune possibilità di accordo sullo scudo antimissile. Sono tutte ancora valide. Non vorremmo arrivare all’installazione del sistema americano su una scala così ampia da esigere l’applicazione delle contromisure da noi già annunciate.

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La diplomazia economica


Nel lungo e impervio cammino di trattative per l’annessione della Russia al Wto avremmo voluto ancora una volta “sbattere la porta”. Ma non ci siamo lasciati sopraffare dalle emozioni. Siamo in definitiva riusciti a provvedere agli interessi dei produttori russi tenuto conto della crescita imminente della concorrenza esterna.


Ci occorre uno sbocco sui mercati esteri più ampio e non discriminatorio. Al momento attuale gli operatori economici russi non ricevono calorosi benvenuti all’estero: vengono adottate nei loro confronti misure restrittive di natura politico-commerciale, sono innalzate barriere tecniche che li pongono in una situazione di minore profitto rispetto ai concorrenti. Pensiamo per esempio alla storia con la tedesca Opel che alla fine non è riuscita a includere investitori russi nonostante l’accordo avesse ricevuto il beneplacito del governo tedesco e fosse stato recepito positivamente dai sindacati tedeschi. Oppure gli scandalosi casi in cui ai business russi che pongono seri investimenti nei capitali esteri non viene concesso di subentrare in qualità di investitori. Situazioni simili si verificano spesso nell’Europa centrale e orientale.


Tutto ciò fa pensare alla pressante esigenza di rafforzare l’affiancamento politico-diplomatico per quanto riguarda le operazioni degli imprenditori russi sui mercati esterni, fornendo un sostegno più concreto ai grandi e importanti progetti economici.

 

L’appoggio ai connazionali e la dimensione umanitaria


Saremo risoluti nell’ottenere l’adempimento da parte delle autorità lettoni ed estoni delle numerose raccomandazioni promosse dalle organizzazioni internazionali riguardo l’osservanza dei diritti universalmente riconosciuti alle minoranze nazionali. È inammissibile l’esistenza del vergognoso status di “non cittadino”. E come è possibile accettare che un cittadino lettone su sei e un cittadino estone su tredici siano privati dei fondamentali diritti politici, elettorali e socio-economici, della possibilità di utilizzare liberamente la lingua russa?


Il modo in cui la problematica dei diritti umani viene utilizzata nel contesto internazionale non ci è molto gradita. In primo luogo gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali tendono ad appropriarsi della documentazione sulla tutela dei diritti, politicizzandola e sfruttandola come strumento di pressione. Secondariamente gli oggetti del monitoraggio per la tutela dei diritti sono scelti a campione e pertanto non in base a criteri universalmente riconosciuti, ma a discrezione dei paesi che hanno “privatizzato” tale documentazione.


La sfera dei diritti dell’uomo non deve essere concessa in appalto a nessuno. La Russia è una giovane democrazia. Manifestiamo sovente un’eccessiva modestia, abbiamo riguardo per l’amor proprio dei nostri partner di maggiore esperienza. Tuttavia anche nelle vecchie democrazie si incontrano gravi infrazioni su cui non bisogna chiudere gli occhi. Ovviamente un tale lavoro non deve essere condotto secondo il principio “ognuno pensi per sé”; da un dialogo costruttivo sui problemi in ambito di diritti umani tutte le parti ne possono trarre vantaggio.


La Russia ha praticamente sempre avuto il privilegio di condurre una politica estera indipendente. Continuerà a farlo anche in futuro. Sono inoltre convinto che la sicurezza mondiale possa essere assicurata soltanto insieme alla Russia e non cercando di “metterla da parte”, indebolendo la sua posizione geopolitica e arrecando danni alle sue capacità difensive.

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