I lettoni dicono "ne"

Vladimir Linderman (Foto: AP)

Vladimir Linderman (Foto: AP)

Il 75 per cento dei votanti per il referendum della ex repubblica sovietica si è espresso contro l’introduzione del russo come lingua ufficiale. La minoranza russofona del Paese protesta

A dire il vero non è che si potessero aspettare grosse sorprese dal referendum tenutosi in Lettonia e che doveva decidere sull’introduzione del russo come seconda lingua ufficiale del Paese accanto, ovviamente, al lettone. Il 75 per cento dei votanti ha detto chiaramente "ne" (no) alla proposta lanciata dal comitato organizzatore di Vladimir Linderman e solo il 25 per cento si è espresso favorevolmente.

L’alta affluenza alle urne, oltre il 70 per cento - un record per la repubblica baltica indipendente dal 1991 - è stato il segnale che la stragrande maggioranza dei lettoni ha percepito la questione della lingua in ogni caso come fondamentale. I problemi però rimangono.

La minoranza russofona del Paese, circa il 27 per cento della popolazione lettone secondo il censimento del 2011, si sente discriminata, considerando anche il fatto che oltre 300.000 persone sono senza vero passaporto (o meglio, ne hanno uno dove sta scritto Alien) e non hanno diritto di voto (e rappresentano circa il 15 per cento degli abitanti della Lettonia).

La questione è ancora irrisolta e proprio nel caso del referendum è saltata di nuovo alla ribalta dopo le proteste di Mosca che ha alzato la voce dicendo che il voto “non riflette la realtà”. Nel Paese, con una popolazione di 2.200.000 abitanti, i russi sono circa 600.000, ma ci sono anche decine di migliaia di bielorussi e ucraini. Chi ha preso la cittadinanza lettone durante gli ultimi vent’anni (come il sindaco di Riga e capo dell’opposizione Nils Usakovs, leader del Centro dell’armonia, il partito di maggioranza relativa che è stato anche il motore del referendum) gode naturalmente di tutti i diritti civili e politici, ma i cosiddetti nepilsoni, i non-cittadini appunto, vivono in un dramma che anche l’Unione Europea non è riuscita sin’ora a sciogliere.

Il netto risultato della votazione e la grande partecipazione al voto riflettono così da un lato la volontà lettone di rimanere slegata anche dal punto di vista linguistico dalla Russia e da un passato che pesa ancora, dall’altro pone l’esigenza di trovare una soluzione che fin’ora non si è trovata. Il presidente Andris Berzins ha detto che il Paese deve superare gli ostacoli seguendo la strada del dialogo.

Per Linderman la sconfitta non rappresenta certo la fine e la minoranza russa continuerà a combattere per i propri diritti. Con quali mezzi e con quale esito non è però ancora chiaro. Ciò che è certo è il fatto che la Lettonia rimane un Paese dove la questione della lingua è essenzialmente un problema politico e come tale è stato utilizzato sino ad oggi per tenere sotto controllo l’elettorato su base etnica, cosa che alla lunga potrebbe far esplodere pericolosi conflitti sociali. Se il passato non viene elaborato, la strada dell’integrazione sarà ancora più lunga.

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