Le motivazioni della piazza

Vignette: Alexey Iorsh

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Chi dei russi manifesta per elezioni giuste in realtà chiede al potere non un lavoro migliore ma la chance di salire più in alto nella scala sociale

Vladimir Putin, seppur malvolentieri, ha instaurato un dialogo a distanza con piazza Bolotnaja. Va detto che, nello stile che gli è proprio, ha indovinato lui stesso che cosa volesse la piazza ed ha espresso le idee corrispondenti.

Putin ha dedotto che i partecipanti alle proteste vogliono un lavoro più interessante e meglio retribuito. Così come prima volevano, a quanto pare, una migliore qualità dell’istruzione. Candidandosi alla presidenza, Putin dapprima ha promesso 25 milioni di nuovi posti di lavoro; adesso annuncia agevolazioni per le piccole imprese, un meccanismo di difesa dai “grandi azionisti”, imposte ridotte per le imprese che non lavorano con le materie prime.   

Forse anch’io farò lo stesso errore, cercando di dare il mio punto di vista sulle istanze di piazza Bolotnaja. Eppure mi sembra che quello che vuole la gente non sia un buon lavoro. Non vuole tanto giustizia, elezioni regolari e il ritorno della politica. In realtà, esercitando una pressione sul potere, la piazza vuol fare aprire gli ascensori sociali. Vuole una chance per salire più in alto nella scala sociale.  

Non a caso alcuni esperti si dicono convinti che se Medvedev si fosse candidato per un secondo mandato non ci sarebbe stato il corteo di piazza Bolotnaja. Questo è un aspetto importante. Perché se le nostre classi dirigenti fossero davvero intelligenti, avrebbero dovuto capire che Putin non sarebbe comunque uscito di scena. E che l’“alterità” di Medvedev è stata appositamente gonfiata da un gruppo di esperti vicini al pPresidente.

Questa autosuggestione è facilmente spiegabile. Ci si è illusi che fossero imminenti dei cambiamenti, e che questi di sicuro avrebbero aperto la strada alla gente per salire verso alte vette. Il lavoro indefesso e la carriera a piccoli passi non attirano quasi nessuno nel nostro Paese. 

Soprattutto se si considera che ai giovani è stata inculcata un’idea del tutto ingannevole, secondo cui sarebbero in possesso di un’istruzione di altissima qualità che li deve portare a una posizione lavorativa eccellente.  Del resto, ancora oggi il potere continua ad alimentare questo mito: Putin è orgoglioso del fatto che il nostro Paese è tra i primi quattro al mondo per la percentuale di giovani laureati; anche se ormai nessuno se la sente più di parlare del livello attuale della nostra istruzione. La tesi secondo cui ogni scolaro russo leggerebbe per conto suo la bellezza di 100 libri non fa più nemmeno sorridere. 

Ad ogni modo, ai manifestanti che protestano non serve semplicemente un lavoro. Lo hanno già. Vogliono le altezze dirigenziali e un pass per entrare in ascensore. E hanno una terribile paura che le porte si siano chiuse per i prossimi 12 anni; ora gli viene fatto intendere che forse le porte resteranno chiuse solo per sei anni, se loro non faranno troppo chiasso, ma non ne sono più troppo sicuri. 

In verità, l’istanza di aprire le porte il potere l’aveva già raccolta prima delle elezioni, ma aveva risposto con un certo cinismo, aumentando il numero complessivo dei funzionari statali. Nonostante ciò, non tutti i neodiplomati in quell’occasione sono riusciti a trovare impiego nelle strutture amministrative. Sono stati sostituiti circa 60 governatori; c’è stata un’ampia rotazione alla Duma. Vero è che tutto ciò è stato fatto nella logica “Volevate delle facce nuove? Eccole! Queste sono quelle che abbiamo da darvi”.

Svetlana Zhurova, poniamo, è stata per così dire sostituita da Nikolaj Valuev. Alla fine, molti dei nuovi governatori e deputati freschi di nomina sono riusciti a diventare oggetto di beffa e di derisione, ma non sono riusciti a far credere alla gente che gli ascensori si apriranno davvero.

Ed ecco che il potere si è trovato a un bivio scomodo e increscioso: tenere chiuse le porte degli ascensori ormai sarebbe troppo rischioso, ma l’idea di aprirle lo spaventa. Quei famosi 100 libri che ci vorrebbero non tutti ancora li hanno letti.

Konstantin Simonov è direttore generale del Fondo nazionale per la Sicurezza energetica  

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