Le rivoluzioni colorate e la storia

Foto: Vostock Photo

Foto: Vostock Photo

Quello che sta succedendo oggi in Russia fa parte dei processi storici mondiali. Molto prima l’Occidente aveva seguito lo stesso cammino

A dicembre 2011 gli esperti russi e stranieri hanno discusso attivamente gli eventi verificatisi in Russia a seguito delle elezioni parlamentari, soprattutto alla luce della campagna di informazione lanciata dagli Stati Uniti e dall'Occidente in generale,  la quale ha visto, come di consuetudine, l'utilizzo di tecnologie politiche da parte dei loro “agenti di influenza” per destabilizzare la società. Pur rispettando il diritto dei miei colleghi ad avere una propria opinione, non bisognerebbe dimenticare la lentezza evolutiva della società russa (la cui inerzia si applica allo sviluppo in senso sia progressista che retrogrado) che rende il nostro Paese diverso da tutti gli altri del gruppo degli Stati dall'indipendenza recente che sono caduti vittime dell'incantesimo delle “rivoluzioni colorate” a causa del mutare costante dell'allineamento fra le forze socio-politiche interne.

D'altra parte, il conservatorismo della dinamica dell'opinione pubblica in Russia, unito all'ovvia crescita di sentimenti di centrosinistra nella sfera socioeconomica, lascia ai “rivoluzionari arancioni” poche possibilità di riuscire a mettere in pratica i propri progetti “colorati”.

Il Patriarca russo Kirill, in un recente intervento, ha delineato un corridoio di opportunità per la protesta abbastanza realistico. Pur riconoscendo il diritto sovrano delle persone di esprimere il proprio disaccordo con i risultati delle elezioni, ha anche espresso un forte monito contro i pericoli dell'anarchia e i tentativi di destabilizzazione della società.

Ricordando la celebre espressione “La politica è l'arte del possibile” non posso evitare di pensare ad un'altra citazione, più precisa, anche se meno aforistica: “La politica consiste nello scegliere tra il disastroso e lo sgradevole”, disse John Kenneth Galbraith, uno dei maggiori economisti del XX secolo. E' ovvio che questo ha molto più a che fare con la Russia che con gli Stati Uniti. Mi sembra che, nel considerare le prospettive politiche della Russia rispetto all'esperienza globale, dovremmo prestare più attenzione alleleggi della storia che determinano lo sviluppo della società in questo enorme Paese.

E' diventato luogo comune affermare che le elezioni parlamentari del 4 dicembre 2011 hanno dato sfogo all'enorme energia sociale della gente, inaugurando una nuova era della storia politica russa. In effetti la politica è diventata un fenomeno pubblico di massa. (Indipendentemente dalla vostra opinione sull'opera di Lenin, alcune delle sue conclusioni sono esatte: “La politica … dove ci sono milioni... ecco dove inizia la politica seria.”)

Quello che sta succedendo in Russia oggi fa parte dei processi storici mondiali, e sta accadendo perché la nostra società sta perdendo la sua “identità patriarcale” per iniziare a svilupparsi secondo determinate leggi della storia. La società della Russia moderna si sta diversificando a modo suo, indipendentemente dalle autorità; questo processo di diversificazione si esprime anche nei diversi interessi dei gruppi sociali e professionali da cui è costituita la società. Anche l'Occidente ha seguito lo stesso cammino, a suo tempo.

Pertanto, ciò che possiamo imparare dall'esperienza internazionale è semplice e chiaro: se l'economia diverge, gli interessi politici e sociali non possono coesistere sulla stessa “piattaforma”, vale a dire all'interno del partito di governo (che si tratti del Congresso Nazionale Indiano, del Kuomintang cinese, del Pcus o di Russia Unita, il nome non ha molta importanza). Come hanno dimostrato gli eventi del mondo arabo, un fattore importante per la rapida politicizzazione di un Paese è l'aumento, tra la parte più giovane della popolazione, del numero di persone che cercano in modo attivo nuovi canali per salire lungo la scala sociale.

Non serve dire che durante i periodi di transizione tra due fasi, una società ha bisogno di un potere presidenziale efficace, in grado di eliminare le debolezze evidenti della società e il sottosviluppo dei legami orizzontali nel sistema economico e nelle relazioni sociopolitiche. Questo è un imperativo assoluto, e non può essere eliminato da alcun cambiamento nella situazione politica. Allo stesso modo (e su questo punto sono assolutamente d'accordo con Stephen Cohen, un autorevole studioso americano di Storia della Russia), durante il periodo di transizione, c'è anche bisogno di un parlamento capace e professionale, che deve avere il compito principale di compensarela mancanza di maturità della struttura emergente della società russa moderna.

L'esacerbarsi delle tensioni politiche nella società russa è direttamente legato ai difetti genetici del “capitalismo periferico”, il modello scelto dalla classe politica russa risale agli anni '90, l'era delle cosiddette “riforme liberali”, secondo lo stile che venne dato loro dagli iniziatori dei processi di rinnovamento. Per essere più esatti, a distanza di vent'anni, non abbiamo ancora capito che cosa avessero da spartire quelle riforme col liberalismo moderno, quello incarnato, per intenderci, dal New Deal del presidente Roosvelt. E' per questo che molti elettori, secondo alcune stime il 15-20 per cento dei russi, sono riluttanti a sostenere il proseguimento della politica economica neo-liberista.

Un effetto collaterale delle “riforme liberali” fu l'auto-disorientamento delle autorità russe, che in tutti questi anni avrebbero dovuto occuparsi di ingegneria sociale, vale a dire delle riforme socioeconomiche in grado di rafforzare le fondamenta dello stato e della società, piuttosto che concentrarsi sulle tecnologie politiche.

Alcuni dei membri più attivi della cosiddetta opposizione “extra -sistemica” avrebbero dovuto riconoscere prima di tutto (cioè prima di avviare un dialogo serio con la società) che le “riforme liberali” erano state deliberatamente private di ogni significato fin dall'inizio. In altre parole, le riforme non risposero mai alla domanda professionale, molto concreta, di come fare per portare la struttura dell'economia russa più vicina ai modelli economici dei Paesi industrializzati.

La privatizzazione di per sé non rispose, e non poteva rispondere, a questa domanda fondamentale. Dovremmo anche riconoscere che dobbiamo assumerci la responsabilità storica per il degrado della nostra economia e della nostra società, mentre molti russi aspettavano con ansia la “seconda ondata” della Nuova Politica Economica, cioè di quel capitalismo pre-industriale, quel “capitalismo russo” unico nel suo genere che il giornalismo della perestroika ha involontariamente idealizzato. A questo proposito, ricordo le conversazioni con i maggiori economisti indiani all'inizio degli anni '90 che non riuscivano a spiegarsi quali fossero gli obiettivi strategici delle riforme russe.

Quello che abbiamo visto negli ultimi vent'anni è stato di fatto un continuo rimandare  le riforme socioeconomiche più necessarie, soprattutto a causa della crescita esponenziale dei prezzi sulle risorse energetiche sul mercato globale. Di conseguenza,   la crisi evolutiva a forza di essere rimandata si aggravò a tal punto che i membri più impazienti della società russa cercarono di risolverla con l'aiuto dei “parlamenti di strada”, come vennero definite metodiche simili nelle Filippine nel febbraio 1986.

Tuttavia non esistono soluzioni a breve termine ai problemi del nostro Paese. Due sono i problemi che devono essere affrontati prima e più di tutti, e questo non può essere fatto nelle strade. Per prima cosa, è necessario ristabilire l'equilibrio di potere tra il sistema esecutivo e quello legislativo, secondo i principi di controbilanciamento e copertura reciproca, dal momento che la costituzione del 1993, che ha gonfiato incredibilmente i poteri del Presidente, è servita solo a porre nuovi problemi piuttosto che a risolvere quelli esistenti. In secondo luogo, c'è bisogno urgente di sviluppare e potenziare una strategia socioeconomica chiara e coerente che possa essere facilmente spiegata alla gente e che soddisfi le forze politiche principali, offrendo loro la possibilità di partecipare e di ottenere delle gratifiche concrete per i propri sforzi in favore della modernizzazione.

Problemi talmente complessi non possono essere risolti per la strada, perché un simile metodo di risoluzione dei conflitti può portare a una reazione del tipo “protesta contro la protesta”, come sta già accadendo. Inoltre, alcuni leader dell'opposizione dovranno assumersi le proprie responsabilità per la distruzione dell'economia russa durante quella che è stata l' “era dell'avidità” (anni '90), dato che la loro reputazione è tutt'altro che irreprensibile da questo punto di vista. “Riuscirà il governo degli Stati Uniti a capire che sarebbe più saggio smettere di fare affermazioni arroganti a proposito delle elezioni russe e, compiendo uno sforzo di realismo etico, permettere a tutte le persone di buon senso di questa grande nazione di arrivare da soli in fondo alle proprie battaglie?”, si chiede Katrina Vanden Heuvel, editrice della rivista liberale americana The Nation, concludendo che l'esportazione di rivoluzioni colorate non ha futuro.

La prospettiva di uno scenario da rivoluzione colorata durante le elezioni presidenziali che si terranno in Russia a Marzo, non è molto allettante. Come dicono in India, la politica è un affare di grandi numeri e con grandi numeri. Ovviamente per grandi numeri i intendono quelli delle principali forze socioeconomiche delle società, la cui mobilitazione potrebbe arrivare a produrre il risultato “presidenziale” voluto. D'altra parte, non è un segreto che per ora ci siano solo due veri contendenti alla poltrona presidenziale, e nessuno dei due si inserisce nello “scenario arancione”.

Resta il fatto che le “riforme liberali” non sono riuscite a produrre uomini di Stato di tipo nuovo, post-sovietico. Credo che se l'opposizione “extra-sistemica” vuole davvero occupare il Cremlino, dovrebbe iniziare col nominare un proprio candidato alla presidenza (quanto meno questa dovrebbe essere la fase conclusiva delle loro azioni politiche), mantenendo però una partecipazione attiva per creare un meccanismo che coordini gli interessi all'interno della società russa. Questa strada non sarà facile, e il problema maggiore sarà quello di fare una valutazione onesta e professionale dell'era di Eltsin e del suo ruolo nel declino economico, politico (con la de-democratizzazione, come la definisce Stephen Cohen) e culturale della società russa. Presto sarà possibile verificare se l'opposizione avrà superato l'esame di maturità politica.

La cosiddetta primavera araba pone a tutti una domanda: cosa sono le rivoluzioni colorate se non un ricambio delle persone al potere tramite l'utilizzo di tecnologie politiche moderne? Un'altra domanda che emerge è: riuscirà il cambiamento di scenario a soddisfare la maggior parete delle persone russe che, stanche degli “esperimenti liberali” sono disposte ad abbracciare l'attività politica organizzata? Ma c'è un'altra domanda importante: qual è il soggetto storico della “rivoluzione borghese” russa, di cui parlano tanto volentieri alcuni dei nostri politici?

Mi riesce molto difficile vedere i vecchi leader del Komsomol, che hanno beneficiato delle privatizzazioni degli anni '90, o i capi di partito sovietici e gli ufficiali di secondo e terzo livello, con i loro evidenti riflessi prensili/parassitari, come classe borghese emergente. La classe della “borghesia” post-sovietica di oggi è una classe ibrida, e la sua ambizione politica è quella di rimettere di nuovo la Russia in posizione periferica e subordinata nel sistema globale, come fu sotto  Nicola II, l'ultimo zar.

Il problema tuttavia è che tale sistema ha smesso di essere filo-occidentale, e che i Paesi “manifatturieri” della regione Pacifico-Asiatica hanno preso il sopravvento, con i Paesi più forti dell'America Latina che cercano di tenere il passo. Con questo nuovo allineamento di forze sociopolitiche la Russia potrebbe semplicemente ritrovarsi fuori dal sistema economico internazionale e dalla politica globale. Come hanno dimostrato gli eventi recenti, la maggior parte dei russi non ha nessuna voglia di vedere il Paese trasformato in un museo etnografico a cielo aperto.

L'Occidente si sta indebolendo in modo irreversibile. Ne deriva il suo desiderio di mantenere la propria posizione globale a tutti i costi, incluso l'utilizzo delle tecnologie politiche dispiegate durante le varie rivoluzioni colorate. Da un punto di vista storico, le rivoluzioni colorate non sono tanto il figlio partorito dal cervello di George Soros (che con i suoi occhi astuti ha messo in fretta a posto le cose e perso interesse in esse), quanto una specie di progetto politico ed economico inteso prima di tutto ad alienare parte della sovranità a favore di centri di influenza esterni, per poi passare al “saccheggio dello stato” da parte di alcuni dei nuovi gruppi dirigenti e allo sfruttamento indiscriminato (di fatto, pre-industriale) delle risorse naturali del Paese.

In Russia il valore di questo “modello di sviluppo” si è ormai esaurito, il che dimostra chiaramente l'obiettività delle leggi della storia. Il processo di superamento della “crisi nelle nostre teste” farà sì che coloro che si definiscono politici imparino in fretta a ragionare in termini di Paese e società. Sarà soltanto allora che lo spettro delle rivoluzioni colorate nella nostra mente verrà finalmente sostituito dalla lucidità delle leggi della storia.

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta