La pigrizia intellettuale dell'Occidente

Alexei Navalny (Foto: Sergey Savostianov)

Alexei Navalny (Foto: Sergey Savostianov)

Come in passato, l'Ovest guarda alla Russia e ai suoi recenti movimenti di piazza attraverso una serie di cliché che denotano "ignoranza volontaria"

Le pubblicazioni mondiali più autorevoli sembrano non voler approfondire le sfumature che caratterizzano la realtà russa, traendo a volte conclusioni affrettate e poco probabili. Questa percezione non è dovuta a dei pregiudizi, bensì a una semplice pigrizia intellettuale.

I fatti del dicembre 2011 hanno suscitato, come previsto, l’ennesima eruzione di tentativi sporadici da parte della stampa estera di capire ciò che stava succedendo in Russia. In particolare, per diversi giorni di fila, i media francesi mi hanno mitragliato di domande, interessati come al solito, con mia grande sorpresa, a questioni di carattere secondario e non a comprendere il motivo principale della dimostrazione di attivismo civico, senza precedenti, che ha visto come protagonisti i cittadini russi.

Ciò si è rivelato particolarmente evidente dopo la manifestazione svoltasi in Corso Sakharov, quando i miei interlocutori si sono dimostrati interessati, neanche si fossero messi d’accordo, solo ad Alexei Navalny, come figura politica, e alle conseguenze dell’invito di Mikhail Gorbaciov, che suggeriva a Putin di presentare volontariamente le proprie dimissioni. 

Ho risposto che l’ovazione in Piazza Bolotnaja e la tenacia di Navalny non lo rendono affatto il leader favorito dell’opposizione. Ho inoltre cercato di spiegare che la Russia, un Paese in cui la maggioranza della popolazione continua a venerare Putin per semplice abitudine, non ha bisogno di appelli per lanciarsi all’assalto del Cremlino, urlando magari “truffatori e ladri”, bensì di un lavoro paziente, cosciente e curato, volto non alla creazione di slogan, ma di un’opposizione forte, che rappresenti gli interessi di una certa fetta della società. Ed è proprio per questo che, per quanto rispetti profondamente Mikhail Gorbaciov, ritengo che il suo appello a Putin sia stato solo una manciata di chiacchiere al vento.

Ho richiamato l’attenzione dei miei colleghi stranieri sul fenomeno di Alexei Kudrin e sul suo programma d’azione, che, nel contesto attuale, rappresenta un’evoluzione della società civile russa, pur ribadendo che sia Navalny che Kudrin non sono affatto due leader, ma semplici sintomi di quei processi che stanno avendo appunto luogo ora nel tessuto sociale russo. Ciò nonostante, i miei tentativi si sono sempre scontrati con l’impazienza e l’irritazione dei miei interlocutori, che si sono attenuti rigidamente ai temi di loro interesse, quasi a voler evitare un’analisi più approfondita della situazione. Come se non bastasse, quando al termine dell’intervista ho cercato di spiegare, più nel dettaglio, il succo della mia posizione, i colleghi della stampa estera hanno ignorato le mie argomentazioni, considerando superflua la discussione di fatti privi, a loro avviso, di rilevanza internazionale.

Questa assenza militante di interesse ha portato le pubblicazioni mondiali più autorevoli a trarre delle conclusioni, che, seppur aneddotiche, stanno assumendo un carattere sempre più perentorio. È sufficiente fornire l’esempio dell’autorevole settimanale americano Business Week, che sostiene che l’unico leader brillante dell’opposizione potrebbe essere solo l’ex-campione del mondo di scacchi, Garri Kasparov, dal momento che, continua il giornale, “Kasparov è l’unico rappresentante del movimento dell’opposizione a godere di una reputazione internazionale”.

Un’altra pubblicazione americana, il Chicago Tribune, ha all’improvviso attribuito a Vladimir Putin una conoscenza approfondita del trattato L’Arte della Guerra del generale cinese Sun Tzu, che, secondo il giornale, spiegherebbe come il nostro “leader nazionale”, in linea con le raccomandazioni del pensatore cinese, “sfrutti contro i suoi oppositori la mancanza di organizzazione che li caratterizza”.  Si potrebbe quindi pensare che senza Sun Tzu, Putin non sarebbe mai arrivato a tanto, osservando le controversie senza fine e senza senso tra i suoi avversari.    

Pertanto, l’ignoranza volontaria, se è così che si può definire, non riguarda solo il mondo dei media, ma anche tutte le cariche politiche. La riluttanza ad approfondire le sfumature di una piuttosto che di un’altra realtà nazionale farà inevitabilmente fare una brutta figura tanto ai Paesi occidentali in Libia, quanto alla Russia in Ossezia del Sud e Transnistria.

In concreto, per quanto riguarda l’idea sbagliata che l’Occidente ha nei confronti della Russia e che rischia di indignare anche i sostenitori della teoria secondo cui vi sarebbe un “complotto mondiale perenne” contro il nostro Paese, ritengo che questa impressione sia frutto di una semplice pigrizia intellettuale, e non di pregiudizi negativi. Tuttavia, di questo è in parte responsabile, chissà involontariamente, anche la stessa Russia, che in settanta anni è rimasta impermeabile al mondo esterno, privandolo della possibilità di conoscere a pieno i suoi reali e specifici processi sociali, e non quelli architettati dal Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Urss.

Nonostante l’attuale apertura della società russa, l’Occidente, come in passato, continua a guardare la Russia attraverso una serie di cliché - che per quanto positivi, negativi o neutrali che siano, rimangono pur sempre dei cliché - senza prendersi la briga di staccarsi dalla consuetudine e da concetti solidificati che non richiedono nessuno sforzo cognitivo profondo: il caviale nero, Dostoevskij, la balalajka, la misteriosa anima russa, la vodka, i dissidenti, il tremendo Kgb, l’oligarchia, le matrioske e i marinai rivoluzionari.  Questa pigrizia intellettuale, condita da un senso di superiorità accuratamente celato, ha già impedito una volta all’Occidente di intravedere lo scenario reale dietro alla caduta dell’Urss, suscitando una delusione, davvero fuori luogo, da parte di quest’ultima, nelle vicende che seguirono.

Attualmente, questi “ignoranti pragmatici” stanno commettendo lo stesso errore, convincendo se stessi che i processi di globalizzazione condurranno prima o poi l’umanità a un comune denominatore di stampo democratico. In realtà bisogna vivere in un mondo surreale per credere che Garri Kasparov possa effettivamente sfruttare la sua “reputazione internazionale” in qualità di leader dell’opposizione, e per ignorare completamente che alla maggioranza dei cittadini russi non interessa il grado di popolarità dei propri politici “nei circoli internazionali”.

Se l’Occidente e l’Europa, in prima linea, vogliono davvero vedere, in un futuro più o meno lontano, emergere una Russia più civile, allora devono approfondire in modo responsabile e paziente le loro conoscenze in merito alla società russa, ignorando le immagini popolari stereotipate e le lamentele dei nostri “microliberali”. È sufficiente smettere di essere pigri e analizzare meticolosamente i sempre più complessi processi sociali russi.   

Infine, è importante capire che quanto sta succedendo in Russia non è interpretabile alla luce della loro esperienza storica, a cui si aggrappano continuamente per giustificare la loro riluttanza ad approfondire le origini dei “capricci esotici” della nostra mentalità e della nostra evoluzione sociale.

Questo è fondamentale tanto per la Russia quanto per l’Occidente. Perché l’alternativa a questo risveglio spontaneo, che la società civile russa sta vivendo per la prima volta, può essere solo il ritorno repentino al tradizionale autoritarismo e autoisolamento.   

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