Fare affari con i collant-burattini

Foto: Sergey Porter/Vedomosti

Foto: Sergey Porter/Vedomosti

Come una trovata di design si è trasformata in una fiorente impresa: la calzamaglia con occhi e naso da far indossare ai bambini capricciosi

Quando nel 2002 Maksim Djachkov è diventato padre di una bambina, si è reso conto che la cosa più difficile del mestiere di genitore è quella di mettere la calzamaglia  ai propri figli. Così insieme al suo socio Dmitri Serebrjakov ha deciso di alleggerire la dura sorte dei padri mettendo sul mercato delle calzamaglie che anche i bambini più capricciosi indossano volentieri.

 

Il giro d'affari della compagnia cresce di 500.000 dollari all'anno e le vendite vanno a gonfie vele non solo in Russia, ma anche negli Usa.

 “Mia moglie se la cavava bene, io invece non riuscivo proprio a capire le gambe di mia figlia”. Djachkov ricorda così com'è nata quella che oggi è una fiorente impresa. Allora ha deciso di elaborare una sua tattica personale: ha messo le calze al rovescio e sulla punta del piede ha disegnato un paio di occhi. Le calze così sembravano due pupazzi. Dopo di che bastava fare un po' il burattinaio inventando ogni volta storie diverse da raccontare alla figlia. E così il tragicomico processo di vestizione si è trasformato in un gioco.

 

Ma l'idea di mettersi a produrre abbigliamento per bambini dal design originale e insolito ha iniziato a concretizzarsi soltanto nel 2006. Fino ad allora Djachkov aveva fatto in tempo a lavorare come massaggiatore e insegnante di ginnastica correttiva in un centro di riabilitazione per bambini e come vice responsabile del reparto operazioni non commerciali alla Rosevrobank. Nel frattempo aveva anche continuato a perseguire la propria idea, e aveva fatto brevettare un modello destinato alla produzione che consisteva in un paio di calzamaglie con occhi e naso disegnati sul rovescio, anche se per il momento non si era ancora deciso a registrare la società.

 

Finché, una sera, il futuro imprenditore incontrò a una festa un conoscente di vecchia data, Dmitri Serebrjakov, e gli propose su due piedi di diventare soci in affari al 50%. In quel momento tutto quello che avevano erano 450.000 rubli di risparmi, i quali vennero completamente investiti nell'elaborazione del design delle calze.

 

Quando arrivò la prima commessa da 10.000  dollari (5000 paia di calze), Djachkov e Serebrjakov decisero di affidare la produzione allo stabilimento “Tekstilnaja Manifaktura” di Sergjevo Posad. “Fu un esperienza disastrosa, - ricorda Djachkov -: le calze vennero prodotte con una materia prima scadente e al primo lavaggio si accorciavano e perdevano il colore”. “Prima di proporle ai negozi decidemmo di verificare il risultato,- continua. - Quando ho messo a lavare un paio di calze rosa col reggiseno di mia moglie, è diventato esattamente dello stesso colore delle calze. Era impensabile metterle sul mercato”.

 

Gli imprenditori si misero di nuovo alla ricerca di un produttore. E trovarono la fabbrica “Duna Vesta” in Ucraina. L'idea del marchio Lap'n'cap piacque così tanto agli ucraini che si resero disponibili anche a lavorare senza pagamenti anticipati e addirittura a rateizzare il saldo dell'ordinazione. “Erano in grado di soddisfare tutte le nostre richieste, tranne una: quella di mettere gli occhi e il naso sul rovescio,- racconta Djachkov. - Con la Duna Vesta ci limitammo a produrre calzamaglie normali, calze e calzettoni per circa quattro anni”.

 

L'idea di fare dei collant-burattini però non aveva abbandonato i due imprenditori. Finalmente trovarono una tipografia in Russia che accettò di stampare il disegno sulle calze. “Ma anche questo tentativo fallì, - sospira Maksim. - Ci rovinarono circa un quarto della produzione. Quando misero le calze stampate nella macchina asciugatrice, gli operai inserirono una temperatura troppo elevata e i fili della parte interna del ricamo si sciolsero”.

 

Oggi gli imprenditori  non lavorano più né con la Duna Vesta, né con la tipografia.  Alla fiera “Tekstillegprom” hanno conosciuto il rappresentante della ditta turca “Lateks” e a partire da gennaio 2011 hanno firmato con essa un contratto di cinque anni. “Si tratta di uno stabilimento attrezzato sia per produrre le calze che per stampare il disegno sul rovescio”, dice Serebrjakov.

 

All'inizio della crisi economica del 2008 il giro d'affari della compagnia era di 2 milioni di dollari, nel 2009 di 2,5 milioni e nel 2010 di 3 milioni di dollari. Oggi i prodotti col marchio Lap'n'cap (non solo calzamaglie, ma anche calze e calzettoni) vengono venduti sia a Mosca che nelle regioni russe. Circa il 20% delle vendite riguarda il mercato all'ingrosso.

 

Gli imprenditori raccontano che dopo aver deciso di ampliare il proprio assortimento, hanno iniziato a produrre calze da uomo e da donna colorate e con disegni vivaci, ma il prodotto non è andato tanto bene. “In Europa gli uomini possono tranquillamente indossare calze a righe colorate, i russi invece sono più conservatori e preferiscono calze a tinta unita nere”, si rammarica Serebrjakov: la prima partita di allegre calze per adulti, nella cui realizzazione sono stati investiti circa 80 mila dollari, in quasi due anni non è ancora stata venduta tutta.

 

Comunque gli imprenditori hanno deciso di  non limitarsi al mercato russo e nel 2010 hanno aperto un ufficio di rappresentanza negli Stati Uniti, a New York. La prima partita di calzamaglie con gli occhi Lap'n'cap è sbarcata in America nell'ottobre del 2011.

 

Oggi i prodotti della ditta russa vengono venduti in due piccole catene di negozi per bambini a Jersey City e New York. “Siamo riusciti a concludere un contratto con Amazon e stiamo aspettando di vedere come le nostre calze verranno mandate in tutti gli Stati, anche in California, Texas e Florida, dove fa sempre caldo e i bambini non portano quasi mai la calzamaglia”, dice Djachkov.

 

Il socio in affari della compagnia in America è l'attrice Irina Shmeleva, emigrata negli Usa alla fine degli anni '90. Con la sua agenzia di marketing via3pr in Madison Avenue aiuta gli imprenditori russi a diffondere i prodotti Lap'n'cap sul mercato americano, ricevendo a sua volta una percentuale sugli incassi. “In America tutto costa molto meno che in Russia: l'affitto di un magazzino di 100 metri quadri, ad esempio costa 500 dollari al mese, mentre da noi, almeno mille,- sottolinea Serebrjakov. -Per alcuni servizi, come la realizzazione di foto e video con bambini, la confezione, i cataloghi, adesso ci rivolgiamo esclusivamente agli americani”.

 

L'articolo è pubblicato in versione ridotta. L'originale è disponibile in lingua russa sul sito del quotidiano Vedomosti

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta