Cosa (non) fare a Mosca

Foto: Itar-Tass

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Mosca vista dal basso di un’italiana. I post
Niyaz Karim
Credit: Niyaz Karim

25 novembre 2011

Per sopravvivere a Mosca bisogna coltivare le amicizie. Difficile. Anzi difficilissimo. In una città che risucchia qualsiasi energia, trovare il tempo da dedicare agli amici risulta più impegnativo di qualsiasi altra cosa. E così, in una sera di relax con una cara compagna di avventure, si è iniziato a vaneggiare sulla Russia. Un po’ per gioco (ma non troppo) abbiamo iniziato a stilare una lista delle cose da fare, e soprattutto quelle da non fare, a Mosca. Una sorta di decalogo su come sopravvivere nelle terre dell’Est.

Al primo posto abbiamo scritto: “Mai chiedersi il perché delle cose”. Una frase stupida, è vero, che ho accolto con un po’ di scetticismo, ricordando chi tempo addietro l’aveva pronunciata con scherno. Mi sembra una stupidaggine, ho pensato, e prendendo alla lettera il suggerimento, l’ho infilato nella lista, senza farmi troppe domande.

Da lì a pochi giorni mi sono ritrovata alla biblioteca Leninka, la più grande e imponente biblioteca di tutta la Russia. Un edificio maestoso, dai soffitti infiniti e nonnette austere sedute dietro le scrivanie di legno massiccio. Con l’aria di chi arriva per la prima volta in un posto alieno, mi siedo a un tavolo appartato, scegliendo quello con la vista migliore: le torri del Cremlino. Che meraviglia! Fuori nevica, e dal terzo piano della biblioteca scorgo le sagome dei passanti imbacuccati. Poco male, mi dico, quando fuori il termometro precipita sotto zero è piacevole guardare il gelo da un vetro.

Ma inaspettatamente una donnetta dai capelli cotonati e dai fianchi larghi si alza, si avvicina alla parete ricoperta di finestre e, una a una inizia, con zelo ad aprirle tutte. Il gelo. Oddio penso, è uno scherzo. La gente continua a leggere senza scomporsi. Io resto allibita, mi infagotto dentro al maglione pregustando già il raffreddore. Aspetto un po’ e finalmente, dopo dieci minuti, la signora si rialza e torna a chiudere le finestre. Una ad una.

Mi tranquillizzo cercando di scacciare i brividi di freddo. E mi rimetto a leggere.

Ma non è finita: nel giro di un’ora la solita donnetta, puntuale, si riavvicina alle finestre, e riprende ad aprirle tutte. Una ad una. Per poi richiuderle. Un’operazione che si ripete una, due, tre volte. Il naso mi si congela e io mi innervosisco. All’ennesima sventolata mi alzo, mi avvicino, e provo a chiederle se è proprio necessario spalancare tutto se fuori il termometro segna 15 gradi sotto zero. “E’ la procedura”, mi risponde. E se ne va, lasciandomi allibita, e con la curiosità di sapere il perché di questa ossessione. Mi risiedo sconsolata, in attesa di una nuova folata di gelo. Che arriva puntuale un’ora più tardi.

Mi spazientisco, e con le mani fredde torno all’attacco. “E’ la procedura”, risponde a una mia nuova richiesta di spiegazioni. “E’ così e basta”, taglia corto, tornandosene di nuovo alla sua scrivania. Io incasso il colpo, mentre mi torna in mente la sciocca lista stilata con quella mia amica. “Mai chiedersi il perché delle cose”, mi risuona in testa. Che sia forse vero? Ad ogni modo la lista si è allungata, e ai piedi dell’elenco ho aggiunto: “Mai sedersi vicino a una finestra in pieno inverno. Potresti sempre ritrovarla aperta, anche sotto zero”.

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