Némirovsky e lo spirito di un immigrato

Arriva in Italia “Il signore delle anime”, un nuovo romanzo postumo della celebre scrittrice, edito da Adelphi. La dura vita di un russo in Francia, psicologo di professione, scandagliata a 360 gradi

Inizialmente a puntate tra il maggio e l'agosto del 1939 sul settimanale politico e letterario parigino Gringorie, dal baule delle figlie di Irène Némirovsky arriva un altro piccolo gioiello letterario della scrittrice morta appena trentanovenne nei campi di concentramento. E' da poco disponibile, infatti, nelle librerie italiane “Il signore delle anime” edito da Adelphi.

Pubblicato con il titolo “Echelles du Levant”,  il romanzo è stato pubblicato per intero solo nel 2005 seguendo quell'opera di recupero dei romanzi materni che le figlie della scrittrice hanno iniziato qualche anno fa.

Il protagonista de “Il Signore delle anime” è Dario Asfar, un “medicastro” nato in Crimea e emigrato con la giovane moglie Clara in Francia alla ricerca di fortuna. Ma al di là dei personaggi la vera protagonista del libro è l'umanità descritta in tutte le sue sfaccettature più profonde e più dure.

Come sempre, infatti, Irène Némirovsky riesce a studiare e scandagliare l'animo umano a 360 gradi. Dario Asfar è, come lei, un emigrato che non riesce a farsi accettare dalla Francia e dai francesi (la scrittrice stessa lottò duramente per poter ottenere il riconoscimento letterario cui aspirava), ma a differenza della Némirovsky il dottore proviene dagli strati più bassi della società, dal “fango della terra”.

E proprio da quegli strati, dal quel “fango” in cui è nato cerca di staccarsi andando alla ricerca del denaro, della fama e del successo. Ma per arrivare tanto in alto il dottor Asfar è costretto scendere a compromessi, a fare i conti con una realtà che in quegli anni guardava l'immigrato, il métèque, con profonda diffidenza.  Una volta ottenuto ciò cui da sempre aspira non riesce, però, a cancellare il passato: i debiti e l'avidità perseguitano Dario dall'inizio alla fine, come un'ombra da cui è difficile staccarsi perché lui come altri appartiene “a una stirpe di affamati,  che non sono ancora sazi e che non lo saranno neanche tra mille anni! Non mi sentirò mai abbastanza al sicuro, abbastanza rispettato, abbastanza amato”. 

Nato “lupo affamato”, Asfar diventa “animale selvatico” e rimane sempre quel mascalzone, ciarlatano che era destinato ad essere. E proprio per questo la prima anima a perdersi in queste pagine è proprio la sua. Lui che da novello psicologo cura, o almeno illude tutti di farlo, le anime degli altri, in realtà perde prima di tutto la propria e da preda oggetto di pietà e disprezzo diventa cacciatore senza scrupoli.

“Il signore delle anime” è un romanzo spietatamente umano, ma anche e soprattutto profondamente crudele e aspro in cui Irène Némirosvky mostra di conoscere in maniera perfetta la condizione dell'immigrato nella Francia degli anni Trenta e quanto fosse difficile per lui riuscire a integrarsi in una realtà che lo rifiuta e non riuscirà mai a vederlo con occhi diversi.

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