Il suono risorto

Riprende in Russia la produzione delle campane, per lungo tempo rimaste in silenzio. Uno dei centri più attivi nella fabbricazione è la città di Voronezh


In Russia le campane delle chiese hanno sempre avuto un significato speciale: dai loro rintocchi la gente veniva avvertita degli eventi eccezionali, fossero festività o incendi. La demolizione dei campanili ad opera dei bolscevichi a partire dal 1917 non fu soltanto un atto vandalico, ma un gesto dal tetro significato simbolico, come se  il Paese venisse di colpo privato per lungo tempo della sua voce e del suo udito.

Negli anni del trionfo e del crollo dell’Unione Sovietica le campane russe hanno taciuto: fatte a pezzi, trafugate all’estero, dimenticate in remoti angoli delle proprietà ecclesiastiche. Eppure fino a prima della Rivoluzione d’Ottobre venivano fuse campane per un volume totale di 2.000 tonnellate l’anno. Tanto per fare un confronto, la più grande campana del mondo, la cosiddetta “zarina delle campane”, pesa 200 tonnellate e si trova all’interno del Cremlino di Mosca. Se nella Russia prerivoluzionaria avessero fuso solo campane così gigantesche, ne avrebbero prodotte 10 all’anno!

Oggi in Russia la produzione delle campane sta risorgendo. Uno dei centri di ripresa di quest’arte dimenticata è la città di Voronezh. Dal 1989 l’imprenditore Valery Anisimov di Voronezh ha fuso più di 20mila campane.

Anisimov oggi ha più di 55 anni. Ha chiamato la sua impresa “Vera” (fede), in onore della moglie, ma anche di una delle virtù teologali cristiane. L’imprenditore ha lunghi capelli scuri arrotolati in una crocchia sulla nuca, come un monaco, e la barba brizzolata. Si fa il segno della croce ogni volta che passa davanti a una chiesa e a Voronezh le chiese sono tante. Parla in tono pacato, ma senza tregua, è impossibile interromperlo. Infarcisce i suoi discorsi con arcaismi dallo slavo ecclesiastico che tradiscono un fatto: il suo principale cliente è la Chiesa ortodossa  russa.

Raggiungiamo Shilovo, un villaggio nei pressi di Voronezh, dove Anisimov ha costruito la sua impresa. Dei reparti, un’ala adibita all’amministrazione e alla contabilità, forni, forme metalliche, gru cingolate e una gru enorme, un carroponte, color ruggine, come fosse “antichizzato”, che scivola scricchiolando e cigolando lungo i binari; uno scenario perfetto per l’epilogo di un film d’azione hollywoodiano.

“Che cosa c’era qui prima?”, chiedo. “Solo sabbia. Sono io che ho costruito tutto”, risponde con fierezza.

In mezzo al cortile della fabbrica sta un’enorme campana di bronzo del peso di oltre 16 tonnellate, quanto il peso di quattro autobus, passeggeri inclusi. Gli operai  hanno assemblato un’enorme cupola di bronzo, come api operose celle di miele: perforano, martellano, raschiano, lucidano.

“Nell’antichità cesellavano le decorazioni per sei mesi, raggiungendo la perfezione, mentre noi dobbiamo fare tutto in un giorno”, ricorda Anisimov. Finge di contrariarsi perché i committenti gli danno così poco tempo, ma in realtà ne è orgoglioso. Sa che comunque la squadra riuscirà a cavarsela in un giorno. A causa “della pioggia di granelli di sabbia” tutto lo spazio intorno alla campana è coperto di polvere, ancora poco e anche quest’ala della fabbrica si trasformerà in una spiaggia; una spiaggia che però non sembra fatta per il relax.

Saliamo insieme nel suo studio. Le pareti sono coperte di attestati e benemerenze della Chiesa e dello Stato “per meriti acquisiti nel campo del lavoro”, di fotografie con il patriarca Aleksei e vi campeggia un attestato di partecipazione al pellegrinaggio in Terra Santa. Accanto alla porta sta appeso il brevetto industriale del 28 giugno 1991, ottenuto dal Comitato statale per le questioni relative a invenzioni e brevetti per il progetto del design della “parte superiore della campana”, uno degli ultimi brevetti rilasciati nell’Urss. Anisimov ha costruito da poco un nuovo reparto e ha intenzione di estendere la sua produzione e di fondere non solo campane, ma anche eliche navali. Il plastico del futuro progetto, realizzato in Lego, è esposto sul davanzale.

“Ha visto il carro cisterna nel cortile? Diventerà un forno. Servirà a fondere le eliche navali e le campane più grandi. Sa, i vietnamiti ci hanno ordinato una campana del peso di 250 tonnellate. Sarà la più grande del mondo”.

I primi anni di lavoro alla fabbrica sono stati i più difficili. Sono partiti praticamente da zero, senza esperienza, né competenze adeguate. Valery aveva appreso la tecnica di produzione delle campane in un libricino dell’inizio del XX secolo, che aveva trovato casualmente alla Biblioteca Lenin di Mosca. Ora la sua è una produzione altamente tecnologica. Il modello di campana viene progettato al computer, mentre le decorazioni disegnate dagli artisti su cera vengono scansionate e poi salvate in una banca dati, per essere infine intagliate da un raggio laser sulla superficie da lavorare, nella dimensione desiderata.

Anisimov ritiene che il business delle campane non sia un’attività soltanto proficua, ma anche “benefica per lo spirito”. Ma per far sopravvivere la fabbrica, occorre tagliare i costi: non acquistare attrezzature occidentali troppo costose, evitando di indebitarsi con le banche, e scovare  macchinari adatti tra il vecchio usato sovietico, facendo in modo che funzionino in modo adeguato.

“Bisogna fare tutto quanto è necessario, ma cercando di spendere 10 volte meno di quanto si spende normalmente. Per spostare una campana superpesante occorrerebbe, per esempio, noleggiare in città una gru Liebherr, che costa 650mila rubli al giorno, oppure si possono prendere 5 trattoristi e pagarli mille rubli ciascuno. D’inverno, invece, si possono caricare sulle slitte - le strade sono coperte di neve -  per portarle fino al Don, e da lì su una chiatta fino al porto. E se per il trasporto chiedono troppo, allora mi compro una chiatta e poi la rivendo a Novorossiysk”. 

Dalle costose campane di bronzo molti cercano di ricavare gloria e profitti.

“La Chiesa non ha mai pagato per le campane. A pagare sono i nuovi russi e gli sponsor, mentre il denaro viene gestito da intermediari: le fondazioni e il Ministero della Cultura fanno da fiduciari”, spiega Anisimov. 

Personalità in vista, deputati, senatori, governatori che vogliono “patrocinare” la fusione della campana e lasciare il loro nome inciso nel bronzo. Del resto non c’è da stupirsi, se gli zar possedevano campane con sopra incisi i loro nomi, perché dovrebbero fare eccezione gli attuali gestori del potere? Dai posteri verranno ricordati come mecenati e benefattori. Il loro nome inciso su una campana non è come un banale manifesto elettorale o un’intervista in Tv, ma una strada che conduce dritta all’eternità, a Dio.

“Con queste iscrizioni ci sono sempre dei problemi. I committenti, a volte, sono i primi a non sapere ciò che vogliono. Possono anche telefonarti per dirti di rifarle. E il design delle campane dev’essere di regola approvato dal Patriarcato. C’era una decorazione delle campane per la Lavra che presentava da un lato immagini ortodosse e dall’altro delle piccole figure: da una parte Putin, e dall’altro il Patriarca. Ma se avessi voluto eliminarle, come chiedeva il committente, come potevo esser certo di ottenere l’autorizzazione dal Patriarca di lasciare Putin lì sulla campana?!”.

Le campane russe sono più pesanti di quelle europee, a dondolare è solo il battacchio e non l’intera struttura della campana. Se quel gigante di bronzo dovesse dondolare troppo forte, la campana si distruggerebbe! Più la campana è massiccia e profondo il suo suono, più lo si sente da lontano. È un peccato che non si possano più fondere campane tanto pesanti. Nelle attuali megalopoli non si può più godere pienamente del bel suono delle campane perché ormai il loro suono non è in grado di coprire il frastuono delle auto e dei cantieri. Ma finché sopravviveranno le imprese come “Vera” si può sperare che nei monasteri e nelle piccole cittadine della provincia russa il benefico suono delle campane continui come un tempo a rallegrare la gente.

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