Il tacchino, business della Russia

Foto: Sergey Venyavsky/RIA Novosti

Foto: Sergey Venyavsky/RIA Novosti

L’allevamento dei pennuti da cortile ha registrato una crescita inaspettata nel settore agroindustriale russo. La storia di successo di un imprenditore

Dal 2005 in Russia si conducono le più classiche tipologie di allevamento. Siccome i mercati pionieristici della carne, ormai avanzati nel loro sviluppo, si stanno gradualmente avvicinando al punto di saturazione, gli investitori iniziano a rivolgere la loro attenzione alle attività di nicchia, come la produzione di carni bovine marmorizzate o di pancetta per l’industria del catering. Il loro sviluppo non ha niente di sorprendente: le richieste e le idee sono molte, ma i progetti, realmente funzionanti, sono pochi.

Tuttavia, vi è un’impressionante eccezione: la carne di tacchino. Dal 2006 al 2010 la sua produzione in Russia è quadruplicata e le importazioni interrotte. Quest’anno, le aziende agricole russe e internazionali si aspettano guadagni ancora superiori; la crescita del settore, a loro avviso, continuerà nel medio termine. Un business relativamente giovane nel suo sviluppo qualitativo che potrebbe persino superare la produzione di carne di pollo, che è iniziata per prima e detiene il primato tra le tipologie di allevamento di maggior successo. 

Il boom di questo specifico sottosettore richiama particolarmente l’attenzione poiché è sorto quasi dal nulla. L’industria della carne di tacchino è concentrata relativamente in pochi Paesi del mondo. In epoca sovietica non vi era la tradizione di allevare e utilizzare la carne di questo volatile, che si incontrava per lo più nei cortili privati. 

Abbiamo discusso le ragioni di questo successo con Vadim Vaneev, presidente del gruppo societario Evrodon, nella regione di Rostov. L’azienda ha intrapreso il progetto più importante nel settore dell'allevamento di tacchini in Russia, per un costo complessivo di circa 250 milioni di dollari ed è riuscito a diventare il leader indiscusso del settore. 

I tacchini sono stati la sua prima grande attività. Dove ha trovato i soldi?


Sì, quasi del 100%. Abbiamo ottenuto un finanziamento bancario e abbiamo iniziato i lavori di costruzione nel 2006. Abbiamo investito 41 miliardi di euro nella prima fase per una capacità di 12 mila tonnellate di carne. Questa è stata la tappa più costosa del progetto: abbiamo dovuto acquistare l’appezzamento di terra e costruire le infrastrutture. La seconda fase è stata decisamente meno costosa. Al momento la capacità dell’allevamento è di 30,2 mila tonnellate. Entro la primavera del 2012 progettiamo di aumentarla di altre 4 mila tonnellate, così da completare il progetto. Abbiamo creato tutto dal nulla, in campo aperto. Il tacchino è un animale delicato e si ammala facilmente. Naturalmente, è stato tutto disposto in luoghi diversi. Ma la nostra tecnologia è pienamente sotto controllo, e qualora lo volessimo, potremmo richiedere, in qualsiasi momento, il certificato dell’Unione Europea per esportare. Rimane tecnicamente solo la questione dello sterco: al momento gli imprenditori lo considerano un rifiuto e sono pronti a ritirarlo gratuitamente, sebbene esso contenga elevate quantità di fosforo e potrebbe garantire pertanto un aumento della produttività. Dovremmo scegliere la tecnologia di lavorazione in modo da poter guadagnare anche su questo "sottoprodotto". 

E dove avete cercato i vostri dipendenti? Chi ha selezionato le soluzioni tecnologiche per il nostro clima? 

Quasi l’80% dei dipendenti è del posto. Siamo andati alla ricerca dei dirigenti di medio e alto livello per tutta l’ex Unione Sovietica. Per esempio, il responsabile delle tecnologie per l’allevamento dei tacchini viene dall’Uzbekistan. Si sono fatti le ossa all’estero e poi hanno insegnato ai giovani di qui. Il processo di condivisione dell’esperienza da noi è costante; i veterinari viaggiano in Europa, i manager visitano continuamente le aziende estere, e gli stranieri si recano poi da noi ogni mese.  Le apparecchiature e le soluzioni ingegneristiche sono state progettate da israeliani, ma solo nella prima fase. In seguito, alla fine del 2006, in Russia, i prezzi del cemento sono bruscamente aumentati, e abbiamo iniziato ad avere dei problemi di finanziamento, e allora abbiamo abbandonato i nostri vecchi partner. Abbiamo ultimato le apparecchiature restanti con le nostre forze e il nostro know-how, incluse le opere ingegneristiche. Dal 2008 tutti i progetti sono di nostra realizzazione. Se mi fossi rivolto a costruttori esterni, mi sarebbe costato il 30%, se non il doppio, in più e non avrei avuto nessuna garanzia che nel giro di dieci anni i pollai fossero rimasti in piedi. Per quanto riguarda le soluzioni tecniche abbiamo utilizzato quanto avevamo, abbiamo girato il mondo per vedere come gli altri avessero organizzato le loro attività, e abbiamo pensato con le nostre teste. Circa il 30% della seconda fase del progetto si è basato puramente su nostri progetti, in particolare le soluzioni per la protezione termica.

 

Date più importanza alla carne o alla sua lavorazione? In generale, la nostra struttura di vendita è molto diversa da quella occidentale? 

Circa il 90% della carne che introduciamo sul mercato è stata tagliata e lavorata. La quantità di tacchini venduti interi, per lo più esemplari femmina, non è molto elevata. Inoltre produciamo circa 25 tipi diversi di salsicce. Sotto questo punto di vista, il nostro mercato si differenzia molto, per esempio, da quello statunitense, dove circa il 50% dei tacchini vengono venduti interi nel Giorno del Ringraziamento. Per questo da loro è più comune il tacchino di dimensioni più piccole e con peso inferiore, mentre da noi è più pesante. Sebbene anche da noi ultimamente vi sia la tendenza a comprare il tacchino intero per Pasqua o Capodanno. In futuro vorremmo aumentare la percentuale di prodotti lavorati, tra cui anche i piatti pronti.

Abbiamo una ricetta tutta nostra per il mangime, anche se riceviamo costantemente offerte da stranieri che ci propongono di utilizzare degli integratori alimentari. Noi ci rifiutiamo di darli ai nostri tacchini: la reputazione conta molto di più. Ci è capitato un caso divertente. Una volta, in occasione di una degustazione, abbiamo avuto in visita l’amministratore delegato di una società inglese. Ha assaggiato la nostra carne, e ha continuato a mangiare e mangiare, poi ha chiesto: “Posso portare tutto via con me?” Ha raccolto tutto dai piatti, e si è portato via con sé altri 5 chilogrammi di carne macellata. “Da me non ho mai mangiato una cosa simile”, ha esclamato. Abbiamo organizzato delle degustazioni con la carne dei nostri concorrenti, e tutti hanno riconosciuto e apprezzato la nostra produzione.

Quali sono approssimativamente i costi di questa attività?

Il 68% delle spese è legato all’alimentazione. Il mangime è a base di farina di soia e grano da foraggio (circa il 30% del peso totale), così come di mais, orzo, premiscele e integratori vitaminici; in tutto utilizziamo solo 13 ingredienti.

 

Lei, con la sua ambizione, sarebbe in grado di sorprendere anche la persona più esperta.  Mi chiedo, quale sia il suo sogno? 

Diventare il numero uno al mondo per la produzione di carne di tacchino. Di recente, proprio sulla vostra rivista ho letto che c’è bisogno di imprese globali. Nel settore della carne bovina, con i nostri costi, non riusciremo mai a superare la concorrenza straniera; per quanto riguarda la carne di maiale il leader indiscusso rimane la Cina, mentre negli Stati Uniti ci sono già dei giganteschi allevamenti di pollame. Pertanto, ritengo che proprio la carne di tacchino sia il settore di nicchia dove possiamo diventare leader mondiali. 

Il testo è stato presentato in forma abbreviata. L’originale è stato pubblicato in lingua russa sulla rivista Ekspert

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta