Musica, il futuro è etno-rock

Foto: Aleksei Kalabin

Foto: Aleksei Kalabin

Fisarmoniche e chitarre elettriche, metropoli e lande siberiane. Ecco i protagonisti della nuova scena russa

La contaminazione del folk nel suono ruvido degli Iva Nova, nell’energia dei Deti Picasso. E nella chitarra di Svetlana Surganova, che seduce il suo pubblico da un decennio. Neanche il crollo del muro di Berlino ce l’ha fatta. Le sue macerie hanno seppellito un sistema intero, il Paese più vasto della storia contemporanea, ma non hanno scalfito secoli di tradizione folk. Che, grazie alla vitalità musicale degli oltre 100 gruppi etnici che vivono nell’attuale territorio della Federazione Russa, non solo è sopravvissuta, ma da qualche tempo ha trovato addirittura nuova forza vitale.

Certo, non esattamente nelle sue forme originali. Si mescola al rock, sconfinando spesso nell’elettronica, nella techno, nel punk, nel pop. Impiega strumenti improbabili, persino arnesi come pentole e padelle. Lingue come l’armeno e il georgiano, oltre al russo. E, soprattutto, ha un alto tasso di progesterone.

Il più alto lo registra senza dubbio la band Iva Nova. Un quintetto di sole ragazze, divertenti, scatenatissime. Che, a motivi slavi, mescolano assoli di fisarmonica, tubi metallici, chitarra elettrica e le percussioni del washboard. Esploratrici del suono, ma con un orecchio sempre teso verso il passato. Rockers nude e crude, ma in grado di trasportarci all’improvviso a immagini di allegre orchestre che riscaldano villaggi sperduti nella Taiga, o a quelle di bettole caucasiche dove fumo, vodka e musica inebriano tutti assieme.

Luoghi dove probabilmente avranno messo piede i Deti Picasso. Armeni di origine, moscoviti d’adozione, “I figli di Picasso” si definiscono esponenti di “un suono inebriante e incisivo, costruito su solide radici etniche, psichedelia, energia ipnotizzante”. Non solo, dicono anche di loro stessi che sono “i moderni traduttori dell’antico folk cristiano-armeno”. Ethno-rock in salsa armena, insomma. Ed, effettivamente, dall’Armenia arrivano alcuni loro strumenti tradizionali, ma anche fiabe e canti antichi. Che la voce femminile della band, Gaya Arutyunyan, esotica e sensuale, ha portato sui palchi di mezza Europa.

Tanto che persino la rivista Rolling Stone non ha potuto fare a meno di notarli, definendoli “la carta migliore della musica ethno-rock della Russia moderna”. Una fama che li ha portati a essere il gruppo spalla di Depeche Mode e Massive Attack; e che, probabilmente, almeno all’estero, ha scalzato lo scettro della popolarità a un’altra band dall’inconfondibile voce femminile: gli “Surganova i Orkestr”. Eppure, melancolica come una landa siberiana, la musica della chitarrista (e icona del lesbismo) Svetlana Surganova e della sua orchestra in casa continua a sedurre il pubblico da quasi dieci anni. Al tal punto che ogni loro album entra puntualmente nelle top-ten dei migliori dischi del rock russo.

La versione folk degli Iva Nova

Gioca meglio fuori casa Iva Nova. Nato nel 2002, il quintetto russo tutto al femminile che fonde rock duro, elettronica e folk ha all’attivo tre album, più di 20 tour europei e la partecipazione a 30 festival internazionali.

Perché vi esibite più spesso nel Vecchio Continente?

Katia (batteria): In Russia è più difficile ritagliarsi uno spazio sulla scena dei locali. Invece in Europa trovi locali ovunque, e buoni. Anche se per “sfondare” bisogna puntare sui festival.

Che differenza c’è tra quelli europei e russi?

Inna (voce e chitarra): Da noi vige un certo feudalesimo. Pagano gli headliner e a noi riservano solo un grazie.

E in Europa capiscono i testi delle vostre canzoni in russo?

Katia: Capiscono lo stato d’animo, questo è l’importante.

Nastia (voce e percussioni): A ogni modo cantiamo anche in bulgaro, tartaro, georgiano.

Dov’è nata l’idea di suonare musica folk?

Katia: Ci è sempre piaciuta, ma noi uniamo motivi slavi a ritmi technodance e punk. Uno stile eclettico.

Techno folk?

Katia (batteria): Techno folk, etnomeccanica, punk gitano, folk turbo. Non facciamo che collezionare nomi per il nostro stile. (Ride).

Quale strumento del gruppo non può mancare?

Katia: Nessuno forse. A volte usiamo anche vasi di terracotta, cucchiai, tamburi.

Fate mai sogni legati alla musica?

Nastia: Solo incubi! Come trovarmi su un palco di dieci metri e il pubblico non riesce a vederci.

Katia: O che il concerto sta per iniziare ma non ci sono gli strumenti.

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