I giovani e il futuro della Russia

Le proteste di Mosca (Foto: Ap/Photostock)

Le proteste di Mosca (Foto: Ap/Photostock)

Le elezioni del 4 dicembre 2011 hanno dato una scossa alle nuove generazioni, che scendono in piazza come non succedeva da tempo. Cosa cambierà?

Le elezioni si sono concluse e anche le emozioni che ne hanno accompagnato l’esito presto si calmeranno. Con tutto il rispetto per i partecipanti degli eventi di piazza Triumfalnaja, queste fiammate di attività restano un fenomeno locale. Tra una settimana il Paese avrà dimenticato la politica e inizierà i preparativi per Capodanno. Forse è proprio questo il momento di analizzare tutto con calma e pensare a quali potranno essere gli sviluppi futuri.

Molto probabilmente l’elettorato più vicino alle proteste cadrà di nuovo in letargo, perché una parte di esso è appagata dal fatto stesso di avere espresso il proprio dissenso e la restante parte si convincerà ben presto che non c’è per chi valga la pena di spezzare una lancia. I membri di Russia Giusta e i sostenitori di Zhirinovskij entreranno in una coalizione con Russia Unita. Ovvero, per dirla con parole semplici, otterranno alcune posizioni di prestigio in parlamento e tanto basterà per accontentarli. I comunisti riprenderanno la consueta posa degli “eterni secondi”, pronti a criticare con aria offesa. Insomma, per quanto concerne il parlamento non si sono avuti cambiamenti radicali, e ben presto anche gli elettori più accesi se ne renderanno conto.

Proprio per questo motivo, d’altronde, era importante che Yabloko ottenesse un buon risultato. Nella struttura del potere ciò non avrebbe cambiato nulla, ma avrebbe permesso all’intellighenzia democratica di tornare a sentirsi importante e di riattivarsi dopo dieci anni di silenzio.

Quanto alle elezioni presidenziali, parrebbe tutto chiaro. Probabilmente si farà davvero più chiasso rispetto al 2004 e al 2008, ma la gente comunque capisce che al momento non c’è una figura in grado di concorrere con Putin. L’unico problema per lui, una volta ottenuta la vittoria, sarà quello di non permettere alla propria immagine di deteriorarsi ulteriormente.

Di fatto, l’opposizione si trova di fronte a problemi assai più complessi di quelli di Putin. Nella Russia odierna, che ha alle spalle una ricca esperienza di rivoluzioni, è impossibile vincere senza avere un obiettivo da proporre, senza un’alternativa comprensibile per il popolo. L’opposizione non possiede niente di tutto ciò: ha soltanto un sentimento di protesta. 

Ma la questione non riguarda soltanto i politici. Le elezioni appena concluse hanno confermato che in Russia esistono tre zone profondamente diverse tra loro per la mentalità dei loro abitanti. La prima zona è quella delle due capitali, Mosca e San Pietroburgo, dove il dissenso è forte e sono ancora diffuse come in passato le idee di una democrazia sul modello occidentale. La seconda zona è quella delle vastissime province, invase da un sentimento di protesta privo di connotazione democratica. La terza zona comprende dei territori facilmente manovrabili dove l’unica legge è la volontà del satrapo locale. 

Viene da domandarsi se sia mai possibile realizzare delle riforme serie in un Paese le cui componenti sono così diverse l’una dall’altra per mentalità. Nella nostra storia questa domanda era già sorta all’epoca delle riforme di Gorbaciov, e la risposta è stata negativa. Dopo di allora, abbiamo avuto sistemi politici completamente diversi nelle varie ex repubbliche sovietiche. Ciò non significa forse che il tentativo di condurre delle riforme reali, e non solo di facciata, su scala nazionale nella Federazione Russa comporterebbe il rischio di un nuovo sgretolamento territoriale? Non c’è una risposta a questa domanda. E non ci sono nemmeno le riforme. Che cosa se ne deduce? Ci aspetta il protrarsi di una stagnazione letale per il Paese, di una situazione di completo stallo? Parrebbe che sia proprio così, anche se due tendenze positive cominciano a delinearsi.

La prima è la politicizzazione dei giovani. La “Pepsi Generation”, così come è stata definita dallo scrittore Viktor Pelevin, per lungo tempo non si è interessata d’altro che di sé stessa, ma i rappresentanti del potere l’hanno fatta risvegliare con le ultime elezioni. In segno di protesta i giovani, con l’aiuto dei social network, hanno organizzato una vera e propria caccia ai falsificatori, e ora sono profondamente indignati dai presunti brogli elettorali. Di certo, una parte significativa di loro presto si calmerà e tornerà allo stato d’animo di prima; molti però hanno fatto in tempo ad assaporare la lotta politica e si sono avvicinati ai partiti di opposizione. Ciò è di particolare importanza per il campo democratico, perché è quello che da più tempo aveva bisogno di svecchiare le proprie file.

La seconda tendenza è la stessa che abbiamo osservato quest’anno nei Paesi arabi: l’auto-organizzazione della società, sempre per mezzo dei social network.  La “comunità virtuale” ha già raggiunto la forza necessaria per influenzare gli altri cittadini e ha persino cominciato a livellare le differenze tra le varie regioni del Paese. Probabilmente questo processo d’ora in poi tenderà ad accelerare. La questione è se questa comunità sia capace solo di protestare o anche di sostenere qualcuno. E se sì, chi?

Nella “Russia virtuale” sono due le forze predominanti: i nazionalisti, accomunati dall’atteggiamento ostile nei confronti degli immigrati, e il rinnovato movimento democratico.  Verosimilmente, entrambe le correnti usciranno dallo spazio virtuale per entrare in quello reale, e si troveranno in opposizione tra loro e al tempo stesso contro il Presidente e la sua verticale del potere. È difficile predire quali saranno le conseguenze di tutto ciò, ma a quanto pare, oltre alla “Pepsi Generation” non c’è nessun altro su cui contare.

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