Il ritorno della Russia alla politica

Fonte: Niyaz Karim

Fonte: Niyaz Karim

Le elezioni del 4 dicembre 2011 sono state una sorta di referendum popolare sui dieci anni di potere di Russia Unita. Il ruolo dei nuovi media mette a rischio la terza presidenza Putin

Quando il Presidente Dmitri Medvedv e il primo ministro Vladimir Putin sono apparsi sugli schermi televisivi russi,  la sera seguente alle elezioni della Duma del 4 dicembre 2011, i loro volti erano più che eloquenti. Un sorriso tirato non è riuscito a mascherare la delusione dei due massimi dirigenti del Paese. Il loro partito, Russia Unita, è stato silurato in massa dai russi, e le preferenze ottenute dalla consultazione nazionale sono scese dal 64 per cento circa al 50 per cento, nonostante i brogli elettorali che sono stati segnalati in modo massiccio in tutta la nazione.

I governatori regionali, le autorità locali e la polizia guidano la carica contro i partiti dell’opposizione, gli osservatori elettorali e i giornalisti. Ma inutilmente. Fenomeno ancora più imbarazzante è che Russia Unita abbia ottenuto i peggiori risultati a  Mosca, a San Pietroburgo e in altre grandi città importanti.  Se non si fossero verificati brogli elettorali su larga scala, il partito sarebbe potuto finire benissimo al terzo posto nelle due città più importanti, e in un Paese nel quale “la politica è centrale”, volendo parafrasare “Tip” O’ Neil, tutto ciò equivale a un vero e proprio affronto che va ad aggiungersi al danno.

Quella sera stessa alla radio ho intervistato Andrei Vorobyov, capo del comitato esecutivo di Russia  Unita (carica più o meno equivalente a quella di presidente di partito negli Stati Uniti). Egli si è ripetutamente rifiutato di rispondere alla mia domanda e spiegare come giustifica la perdita di quasi quindici punti percentuali nelle preferenze. Ho provato una certa simpatia nei confronti di Vorobyov, che insieme ai suoi amici di partito si sente effettivamente sconfitto. Come, del resto, è doveroso che si senta. Ciò a cui abbiamo assistito il 4 dicembre 2011 è il ritorno in Russia della politica, proprio quando tutti ormai la davano per spacciata. Ed è pertanto opportuno trarne alcune doverose conclusioni.

Fonte: Niyaz Karim


Prima di tutto questa elezione è stata di fatto un referendum sui dieci anni al potere di Russia Unita. Anche nel caso in cui considerassimo i risultati ufficiali ineccepibili e immuni da brogli (cosa che non sono nella maniera più assoluta), alla classe al governo del paese è stato lanciato un segnale molto serio e inequivocabile. Non si tratta ancora di un messaggio – persone diverse hanno votato contro il partito al potere per motivazioni diverse – bensì di un segnale preciso: la popolazione è stanca del monopolio politico di Russia Unita e della corruzione a essa associata.

Secondo: è vero che molti in Russia credono ancora che gli affiliati a Russia Unita siano un manipolo  di “cattivi boiardi” alla corte dello “zar buono” Vladimir Putin. Nondimeno, è anche evidente che per un buon numero di russi queste elezioni sono state l’occasione giusta per manifestare la propria insoddisfazione nei confronti di Putin in persona. Da questo punto di vista le consultazioni elettorali di dicembre 2011 possono essere considerate una sorta di “round zero” delle elezioni per la presidenza, fissate in Russia per il marzo 2012, per le quali si prevedeva un’ampia vittoria di Putin al suo terzo mandato di Presidente.

Ma le elezioni della Duma in realtà adesso hanno gettato un’ombra su questo pronostico scontato. Se a primavera Putin  si lancerà in quella sorta di battaglia simulata che sono state tutte le elezioni finora, perderà ulteriore credibilità. In realtà, avrebbe  potuto giocare d’azzardo e aprire il campo a una vera e onesta competizione sul campo, seguendo una sorta di “strategia Putin 2.0” (francamente uno scenario inverosimile), ma le leggi restrittive che lui e Russia Unita hanno promosso lasciano molto poco tempo perché possano materializzarsi  una sfida autentica e autentici concorrenti. Tutto ciò fa sì che a Putin non resti che affrontare la crescente insoddisfazione delle masse, e anche la sempre più grande disillusione per la sua capacità di tenere sotto controllo la situazione dall’interno della classe di governo. Uno scontro interno al Cremlino al momento non appare probabile, ma le cose potrebbero cambiare radicalmente nei mesi a seguire.

Terzo: queste sono state le ultime consultazioni elettorali nelle quali la televisione di Stato ha potuto rivestire ancora un ruolo decisivo. La penetrazione di Internet in Russia infatti sta aumentando esponenzialmente: dai 32 milioni di utenti mensili del 2008 si è arrivati ai  50 milioni di utenti quotidiani del 2011. Entro il 2016, quando inizierà il prossimo round elettorale, probabilmente avrà accesso online il 75-80 per cento degli elettori. E benché l’80-90 per cento degli attuali utenti che navigano in Rete cerchi informazioni e pettegolezzi sui vip, si colleghi a siti per incontri o di compravendita, di fatto ormai la popolazione che ha a cuore la politica dispone di una piattaforma dalla quale intavolare dibattiti e organizzarsi.

Smascherare i brogli elettorali sarebbe stato pressoché impossibile senza gli smartphone, Facebook e Twitter. È vero: la politica reale ha sempre a che vedere con l’interazione diretta con il popolo, ma questa volta l’attivismo online ha reso non soltanto possibile organizzarsi da soli offline, ma anche farlo in modo efficace. Ecco perché è possibile che il governo tenti nell’immediato futuro di introdurre leggi restrittive per ciò che concerne Internet, e perché questo sarà sicuramente un punto da seguire con grande attenzione nel 2012.

Questo ci porta alla quarta conclusione: quelle appena terminate sono state le prime elezioni russe nelle quali si è recata alle urne la cosiddetta “middle-classe” russa, quella in ascesa, autosufficiente, che parla inglese, che utilizza l’iPad, che ha più o meno una trentina d’anni. Si tratta della generazione che ha ricavato i maggiori vantaggi dal “decennio delle vacche grasse”, corrispondente ai primi due mandati alla presidenza di Vladimir Putin dal 2000 al 2008. Quelli sono stati gli anni del boom petrolifero che ha arricchito tanti di loro, per lo più a digiuno di politica e poco  interessati a essa, ma per questi stessi motivi di supporto a Putin e a Russia Unita. La crisi economica, la stagnazione politica e la corruzione adesso hanno distolto dalla politica questa fetta della  cittadinanza  russa e il vero problema è che essa non tornerà  mai a interessarsi nuovamente alla politica. Perdere il supporto di coloro che rappresentano il futuro della Russia – o quanto meno ottenerne solo l’indifferenza – non è qualcosa a cui  porre rimedio facendo semplicemente spallucce.

Quinto, infine: quanto più le autorità ricorreranno a tattiche dal pugno di ferro, tanta più opposizione infiammeranno. Con la politica che incombe su ogni loro pensiero, i russi non vedono molte alternative in giro. Non esistono credibili forze politiche di centrodestra. Quel 30 per cento circa dell’elettorato nazionalista moderato non ha  nessuno da acclamare. Un simile vuoto costituisce teoricamente un terreno molto fertile per i populisti e i demagoghi. Attualmente il pericolo più grande per la Russia è proprio quel potenziale vuoto pericoloso che potrebbe spalancarsi all’improvviso come una voragine qualora non si prendessero subito e in modo efficace tutti  gli opportuni rimedi per modernizzare e affrancare l’obsoleto e improduttivo apparato politico russo.

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