Antartide, la disputa continua

Foto: Itar-Tass

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Nell’anniversario della firma del Trattato, gli scienziati russi fanno il punto della situazione e si preparano a effettuare una delle scoperte più importanti sul continente bianco

Nel corso dell’incontro sul Trattato Antartico, svoltosi nell’estate 2011 a Buenos Aires, la rappresentanza russa aveva mostrato un piano attività di ricerca scientifica da condurre sul continente fino al 2020. La realizzazione di uno dei maggiori progetti russi, ovvero la trivellazione della calotta di ghiaccio che ricopre il lago Vostok, il più grande bacino subglaciale, le cui acque non sono completamente ghiacciate, è in fase di completamento. I lavori sono durati 20 anni.  Gli scienziati si augurano di poter raggiungere la superficie dell’acqua già a partire da dicembre 2011.   

Il lago Vostok, che si estende per circa 15.690 chilometri quadrati, fu scoperto da un gruppo di scienziati russi negli anni 90. Già allora furono intrapresi i primi lavori di perforazione dello spesso strato di ghiaccio. Si tratta di un progetto unico nel suo genere: i restanti 150 laghi, scoperti nell’Antartide, si trovano sotto chilometri e chilometri di ghiaccio. Lo spessore della calotta sul Vostok raggiunge i 3600 metri. Stando alle parole del direttore del museo dell'Artico e dell'Antartico di San Pietroburgo, Viktor Bojarskij, i ricercatori nel 2010 avevano quasi raggiunto la superficie del lago, li separavano dall’acqua ancora 60-70 metri. Gli studiosi si augurano di poter completare la perforazione a dicembre 2011. “Si tratta di un progetto d’avanguardia della scienza nazionale. Avremmo finalmente la possibilità di prelevare dei campioni di acqua e capire com’era la vita sul nostro pianeta 500.000 anni fa”, osserva il direttore del museo.

Gli scienziati di tutto il mondo seguono con attenzione l’andamento dei lavori, dal momento che i risultati di queste ricerche possono rappresentare una vera e propria rivoluzione nell’ambito della scienza moderna o, almeno, costituirne un contributo senza precedenti. Ad ogni modo, rimane accesa la polemica riguardante la misura in cui sia consentito l’intervento umano nell’Antartide e quali conseguenze esso comporti.

A dicembre 2011 saranno trascorsi 52 anni dalla firma del Trattato Antartico, che conferiva al sesto continente del mondo lo status di patrimonio dell’umanità nonché di riserva naturale dedicata alla pace e alla scienza. Tutti i Paesi concentrano le loro ricerche in questa regione. Il motivo è chiaro: l’area raccoglie circa l’80% della riserva di acqua dolce del mondo, per non parlare dei potenziali giacimenti di risorse minerarie e combustibili fossili. I geologi e gli economisti ritengono che le profondità dell’Antartide e dei mari adiacenti rappresentino una sorta di “cuscinetto di sicurezza” per l’umanità. Ciò nonostante, non risulta ancora possibile attingere a questa enorme ricchezza: in primo luogo perché non si dispone di una tecnologia tale da consentire attività di estrazione a basissime temperature e in presenza di ghiacci alla deriva; in secondo luogo perché è stata imposta una moratoria su questo tipo di attività fino al 2048 dal Protocollo di Madrid, siglato dai Paesi membri del Trattato Antartico, che proibisce qualsiasi pratica legata alle risorse minerarie della Penisola Antartica, fatta eccezione per la ricerca scientifica.

Aleksandr Panov, scienziato e diplomatico, ex-rettore dell’Accademia Diplomatica del Ministero degli Esteri russo spiega che il Protocollo di Madrid vieta la perforazione dell'Antartide per fini economici, ma non quella per scopi scientifici: “Le trivellazioni di prova sono state sempre condotte senza limitazioni, inclusi i tentativi di raggiungere il terreno solido del continente. Di questo si occupano scienziati provenienti da diversi Paesi”.

Nonostante gli obiettivi delle ricerche condotte nel continente bianco siano di natura puramente scientifica, la comunità internazionale esprime la sua preoccupazione in merito al fatto che gli studi, compresi quelli condotti dalla parte russa, possano nel tempo assumere un carattere industriale e commerciale.

Valerij Masolov, geologo, membro del consiglio scientifico dell’Accademia delle Scienze russa specializzato nello studio dell’Artide e dell’Antartide, ritiene che, prima di iniziare a estrarre minerali, sia necessario capire “a che cosa serva tutto ciò e quali siano i costi”. Secondo lo specialista, il potenziale di risorse minerarie del continente può essere diviso in due regioni: la terraferma, ricoperta da uno strato di ghiaccio che va da alcune centinaia di metri a 4,5 chilometri, e i mari adiacenti. “Sarà conveniente economicamente estrarre qualcosa da sotto lo spesso strato di ghiaccio? Ne dubito”, afferma lo studioso. Un’altra questione è la possibilità di estrarre petrolio e gas dai mari adiacenti. Come sostengono i geologi, i mari potrebbero custodire una grande quantità di idrocarburi. Tuttavia, allo stato attuale, queste risorse rimangono una “ricchezza virtuale”: gli esperti, infatti, non hanno presentato prove concrete della loro effettiva esistenza. 

Inoltre, come sostiene Viktor Mizin, vicedirettore dell’Istituto di Ricerca Internazionale dell’Istituto Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali del Ministero degli Esteri russo, la priorità degli scienziati della Federazione rimane al momento la ricerca nell'Artico; seppure, nemmeno in questo caso, la Russia disponga di risorse proprie sufficienti: “Siamo vicini a un continente vastissimo, l’Artico, e non sappiamo ancora come sfruttarlo. È evidente che, senza l'apporto tecnologico dei nostri amici dei Paesi nordici, da soli, non ce la possiamo fare. Parlare già di estrazione delle risorse nell'Oceano Meridionale è insensato”, sostiene convinto Mizin.

Eppure, gli scienziati russi non escludono la possibilità che, in futuro, la comunità internazionale possa giungere alla decisione di revocare la moratoria stabilita dal Protocollo di Madrid. “Non appena lo sviluppo di nuove tecnologie ci permetterà di sfruttare i nuovi territori senza arrecare danni all’ambiente, allora anche le convenzioni inizieranno, in poco tempo, ad adattarsi alla nuova realtà”, sostiene Sergej Jakunceni, presidente del consiglio pubblico dell’Agenzia Federale per l’Uso del Sottosuolo. Jakunceni ritiene che prima del 2048, data di scadenza della moratoria, si potrebbe compiere un passo da gigante in campo tecnologico. Le multinazionali potrebbero richiedere degli emendamenti al Protocollo di Madrid, sebbene ciò non sarà così facile, visto che gli ambientalisti e gli avvocati provenienti dai 48 Paesi membri dell’Accordo Antartico molto probabilmente li osteggeranno.  L’estrazione di risorse nell’Oceano Meridionale rappresenta una seria minaccia per l’unicità del suo ecosistema, pur permettendo non solo di studiare i processi biologici e climatici, ma anche di raccogliere informazioni su come fosse la vita sulla Terra migliaia di anni fa.

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