La pena capitale di Lukashenko

Una veduta di Minsk (Foto: Itar-Tass)

Una veduta di Minsk (Foto: Itar-Tass)

La Corte Suprema ha condannato a morte i due giovani ritenuti colpevoli dell'attentato alla metropolitana di Minsk ad aprile 2011

C’è ancora un Paese in Europa dove esiste la pena capitale: la Bielorussia. E il boia presto colpirà. L’attentato terroristico, che ad aprile 2011 aveva colpito Minsk, aveva provocato quindici morti e sconcerto in Bielorussia e in mezzo continente. Una bomba era esplosa nella metropolitana, a pochi passi dal palazzo presidenziale di Alexander Lukashenko. L’attentato era avvenuto nell’ora di punta, nella stazione di incrocio delle uniche due linee della metro, proprio nel cuore della città, e lo stesso capo di Stato era accorso subito sul luogo della strage.

Allora il presidente aveva parlato di un atto per destabilizzare il regime e presto erano stati arrestati due giovani con l’accusa di essere i responsabili. Fino a questo episodio la Bielorussia non era mai stata colpita da attentati terroristici in grande stile. Solo nel 2008 lo scoppio di una bomba artigianale aveva causato una cinquantina di feriti alla vigilia di un concerto, ma le circostanze non furono mai davvero chiarite. Anche per questo fatto, come per un altro analogo del 2005 a Vitebsk, ora la Corte Suprema ha decretato i colpevoli, gli stessi due ragazzi condannati per la bomba in metropolitana.

I due venticinquenni Dmitri Konovalov e Vladislav Kovalov, provengono proprio da Vitebsk e secondo la Corte “rappresentano un pericolo eccezionale per la società”, per questo è stata emessa la condanna. Il movente delle loro azioni non sarebbe stato però di natura politica e i due non avrebbero fatto parte di alcun gruppo organizzato, semplicemente solo spinti “dall’odio per il genere umano”.

La sentenza deve essere firmata però ancora dal presidente Lukashenko, a cui spetta di fatto l’ultima parola. C’è ancora una speranza dunque che la condanna a morte non venga eseguita, anche se di questi tempi la Bielorussia non si contraddistingue certo per il clima disteso nei confronti degli oppositori del regime, come dimostra la recente sentenza a quattro anni e mezzo di prigione per Ales Bialiatski, presidente del Centro di difesa per i diritti umani Viasna (Primavera) per evasione fiscale.

Il caso ha sollevato l’attenzione anche dell’Unione Europea, che ha parlato di un “verdetto politico” e ha chiesto il rilascio immediato del condannato, il quale è anche vicepresidente della Federazione internazionale dei diritti umani (Fidh). Bialiatski era stato arrestato a Minsk il 4 agosto 2011, dopo che in Bielorussia erano arrivate informazioni sui suoi conti bancari in Lituania e Polonia trasmesse dalle autorità dei rispettivi Paesi. Il ministro degli Esteri polacco Radoslav Sikorski aveva poi chiesto formalmente scusa per l’aiuto indiretto a portare Bialiatski dietro le sbarre.  

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