Mantra buddista nel cuore della Russia

Nella regione di Calmucchia la crisi e la disoccupazione al 15 per cento fanno riscoprire radici religiose profonde. Riti e tradizioni in un reportage esclusivo

Foto: Anna Nemtsova

“Che i nostri desideri si avverino! Che tutte le creature viventi siano libere e al sicuro dalle sofferenze, dai pericoli, dalle malattie e dal dolore! Che la pace e la felicità prevalgano sulla Terra!”. Oltre duemila buddisti hanno ripetuto a voce alta questo mantra, inginocchiandosi sulle stuoie davanti al Golden Abode del tempio di Èlista, la capitale della Repubblica di Calmucchia, situata nel Sud-Ovest della Federazione Russa. I fedeli hanno ripetuto le parole di questa preghiera pronunciata dal leader religioso Telo Tulku Rimpoche. In seguito la piazza è stata avvolta dal silenzio della meditazione.


Scesa l’oscurità, sono state accese migliaia di candele. I monaci buddisti in visita dal Tibet, dalla Thailandia, dagli Stati Uniti e dalle altre regioni russe di tradizione buddista – Buriazia e Tuva – hanno benedetto tutti coloro che si erano radunati arrivando dall’intera Calmucchia e dalle regioni meridionali circostanti. Infine hanno liberato in cielo le candele accese che, sistemate dentro piccole lanterne, hanno illuminato il buio del cielo notturno.

Infografica: Gaia Russo


L’offerta della luce a Buddha è una cerimonia introdotta tra i buddisti russi per la prima volta come un evento simbolico, per celebrare l’inizio del forum internazionale intitolato “Buddismo, filosofia della nonviolenza e della compassione”che si è svolto a ottobre 2011 a Èlista.


Malgrado le obiezioni della Cina, un gruppo di 30 monaci tibetani del monastero Gyudmed, assegnato dal Dalai Lama, è arrivato qui per benedire il più importante tempio della Repubblica di Calmucchia e le 17 sculture dei saggi buddisti tibetani custodite al suo interno.

Nel corso della manifestazione celebrativa, le lanterne con le candele accese hanno tracciato una scia di luce salendo nel cielo nero. “Quella è la nostra strada Bianca”, ha bisbigliato qualcuno tra la folla. “Che tu abbia una strada Bianca” è l’augurio più sincero che per tradizione si scambia la gente in Calmucchia. Si tratta di un auspicio modesto, tutto sommato, per questo popolo che vive in una regione infelice, in una steppa sabbiosa e piatta. Con una popolazione di oltre 300mila abitanti, la Repubblica di Calmucchia ha scelto di riportare in vita la cultura e la filosofia tradizionali del buddismo tibetano.


La religione fu adottata nel 17esimo secolo dalle tribù Oirat dalla Mongolia, per essere poi importata nell’impero russo quando gli Oirat vi migrarono nel 1609. Ma la religione fu annientata con violenza insieme a tutti i luoghi buddisti di preghiera, ai templi e alle reliquie sacre, durante le repressioni del potere stalinista degli Anni Trenta del Novecento. Così l’intera popolazione locale ha trascorso 17 anni di esilio in Siberia. E la ferita è ancora aperta. Oggi la Calmucchia è la seconda regione più povera della Federazione russa dopo l’Inguscezia, con un tasso di disoccupazione intorno al 15 per cento, sostanzialmente il doppio rispetto alla media nazionale.


Così la riscoperta delle tradizioni religiose, che ora non sono più bandite in Russia, è anche un modo per fare fronte comune e provare a superare meglio le difficoltà quotidiane. Con l’approccio pacifico che da sempre contraddistingue la filosofia buddista.

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