La crisi dell`Ue vista dalla Russia

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Le situazioni economiche disastrose di Grecia e Italia minano la sopravvivenza dell`Unione Europea che si ritrova senza denaro e senza accordi. Qual è la soluzione?

Per orientarsi nei futuri scenari degli eventi europei è necessario soffermarsi sulle peculiarità del sistema economico greco. La Grecia è, oggettivamente, uno degli anelli più deboli dell’Unione Europea, per la sua scarsa capacità produttiva e la carenza di risorse naturali. Nel sistema economico greco, che per una fetta consistente, circa il 50%, è fatto di terziario, e soprattutto di trasporti marittimi – settore che include il trasporto internazionale di merci e il turismo straniero -  l’industria e l’agricoltura si sono sviluppate grazie principalmente al sostegno statale e agli investimenti esterni e stranieri. A partire dal 1960, complici una serie di fattori, non ultimi l’attrazione di capitali esteri e l’impulso dato dalla politica statale alla costruzione di grandi imprese industriali nonché l’incremento del commercio estero, la Grecia si è trasformata in uno Stato agrario-industriale.

In tal modo, il sistema economico greco è stato foraggiato “dall’alto”, il che ha creato terreno fertile per il proliferare della corruzione che si è rivelata un fattore frenante dello sviluppo dell’intera economia del Paese. Proprio la corruzione ha provocato, da un lato, un aumento degli investimenti statali e della spesa pubblica e, dall’altro, una riduzione degli investimenti di capitale straniero e privato. Colpevoli una cattiva legislazione e un malcostume capillare,  la Grecia ha conquistato la fama di essere “il Paese dell’Unione Europea con il minor appeal per gli investitori”.

A tutt’oggi lo Stato detiene un ruolo rilevante nell’economia, possedendo il 77 % di Banca agricola greca e il 34 % di Banca postale e bloccando e controllando i pacchetti azionari, attraverso il monopolio della produzione e distribuzione dell’energia elettrica e della telefonia fissa. Inoltre, risultano di proprietà dello Stato anche la società del gas Depa con la società di gestione reti e infrastrutture Desfa. Infine, il governo detiene anche il controllo dei porti commerciali e il monopolio dei giochi d’azzardo con Opap Sa, nonché del mercato immobiliare.

La ricerca di una via d’uscita da questa complessa situazione apparirerebbe un compito noioso persino per uno studente del secondo anno della Facoltà di Economia. Basterebbe vendere i pacchetti azionari statali, ridurre la spesa pubblica, rafforzare le istituzioni, migliorare l’apparato legislativo o perlomeno affrontare il problema di una corruzione che ha superato ogni limite, riformare l’economia sommersa ed eventualmente il sistema fiscale. Bisogna che produrre e lavorare in Grecia diventi vantaggioso, solo così si potrà ridurre il debito. Vi ricorda forse qualcosa? La Grecia è un Paese ricco, ma non possiede come la Russia il petrolio, ed è perciò costretta ad  attuare dei cambiamenti immediati.

L’incapacità delle autorità greche di controllare la situazione  ha lasciato disarmati gli ottimisti. Senza un intervento diretto dell’Unione Europea il Paese non potrà sfuggire al default e al collasso economico. La Grecia perderà almeno per due anni l’accesso al mercato dei capitali. Le riforme non saranno attuate tanto in fretta.

 

E l’Italia?


Per la complessa situazione italiana potrebbe non esservi altra scelta che l’uscita dall’euro e il ritorno alla moneta nazionale, la lira, anche se ciò dovesse portare al crollo dell’unione economica e monetaria, scrive sulle colonne del Financial Times Nouriel Roubini, consigliere economico del presidente degli Stati Uniti e insigne economista. Il tasso di rendimento dei titoli di Stato ha superato ogni limite immaginabile e compromette la possibilità di ottenere prestiti sul mercato, determinando la necessità di un’immediata ristrutturazione del debito pubblico italiano; mentre si parla di un Paese la cui economia è “troppo grande per farla fallire o per essere salvata”.

Il default o l’annullamento di una parte del debito consentirebbe di ridurre l’annoso onere, ma non di risolvere i tanti problemi dell’economia italiana: corruzione, deficit delle partite correnti, insufficiente competitività del sistema economico, rallentamento della crescita del Pil e dell’attività  economica.

Il default dell’Italia, o in altri termini, l’incapacità del Paese di ripagare i debiti, seppure parzialmente, non può essere evitato senza un intervento diretto dell’Unione Europea.

Nell’Eurozona né denaro, né accordi


L’Eurozona sta vivendo simultaneamente tre crisi: la crisi bancaria, la crisi finanziaria e quella del mercato delle obbligazioni.

È proprio tale complessa situazione economica a determinare delle contraddizioni le cui conseguenze hanno effetti anche sul piano politico. I singoli Paesi all’interno dell’Eurozona hanno posizioni diversificate e la loro politica rispecchia una visione particolaristica, e non l’interesse delle nazioni; proprio da ciò scaturirebbero, a detta di Soros, tutti i conflitti.  

A mio parere, l’Eurozona è stata costruita fin dalle origini su un conflitto di interessi. Alcuni Paesi come Germania, Francia, Olanda, possedendo un’economia forte,  possono contare in Europa su un enorme mercato di consumo, pari al 17% dell’intero mercato mondiale, ma bisogna domandarsi chi è che acquista. Oltre ai consumatori stabili del mercato mondiale, con l’introduzione dell’Eurozona, sono comparsi nuovi consumatori nei Paesi dipendenti dalle importazioni, che non sono in grado di produrre autonomamente beni e servizi per il proprio fabbisogno, come Grecia, Portogallo, Italia, Spagna, Irlanda e i paesi dell’Europa Orientale. Ma come si acquista? Si acquista in denaro, investito sui mercati finanziari. E tale sistema sembrava potesse durare all’infinito.

Ma a questo mondo niente dura all’infinito. Non si parla di denaro anonimo, bensì di denaro proveniente dalle banche francesi, dalle case automobilistiche tedesche, dalle aziende agricole olandesi. Il cerchio si chiude. Io vendo e tu compri; e se non hai mezzi, compri a credito.

Per la soluzione di questi complessi problemi, l’Eurozona dovrebbe in teoria possedere un’"arma micidiale",  la riserva di liquidità; un’arma che potrebbe impedire la caduta dell’Italia, della Grecia e di altri Paesi nell’insolvenza.

Ma l’Europa non possiede una simile riserva. Germania e Francia hanno i loro problemi e tutto il denaro viene convogliato sulle misure da adottare per trovare una soluzione alla gravità dei problemi. Le soluzioni possibili, ossia emissione di eurobond, emissione aggiuntiva di euro o di moltiplicatori finanziari non sono praticabili a causa della posizione della Germania e delle difficoltà di trovare un accordo all’interno dell’Unione Europea. Germania e Francia non intendono più standardizzare il problema differendo la soluzione “a un remoto futuro”, né deprezzare l’euro e pagare di tasca propria i debiti del “vicino di banco”.

Ogni Paese membro dell’Eurozona deve rispettare le restrizioni economico-finanziarie e i rigidi parametri imposti, inclusi un tasso di  inflazione non superiore al 3% e un indice del debito pubblico non superiore al  100%  del Pil, pena la privazione automatica del diritto di emettere valuta in euro dal trimestre successivo al rendiconto.

L’esito dovrebbe essere il ritiro dall’Eurozona, ma non dall’Unione Europea, innanzi tutto della Grecia, e forse, a seguire, a distanza di tre mesi, di Portogallo, Spagna, Irlanda e, da ultimo, dell’Italia.

Conclusione


La variante più praticabile appare quella di un consolidamento dell’Euronucleo, mediante una politica economica e fiscale unitaria che aggreghi la minoranza dei Paesi sani. Solo l’istituzione di un’eurofederazione unitaria sulla base di Germania, Francia e dei Paesi del Benelux può evitare il rischio del collasso.

Ma si tratta di un cammino arduo, minato dai nuovi limiti imposti dalla sovranità nazionale; un cammino che quasi certamente verrà intrapreso soltanto da pochi Paesi dell’Unione Europea. Così il processo di  federalizzazione dell’Europa appare compromesso dallo sfaldamento dell’Unione Europea.

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