Rappresentare Goldoni in Russia

Alessio Bergamo (Fonte: N. Cheban/http://sdart.ru/archives/5480)

Alessio Bergamo (Fonte: N. Cheban/http://sdart.ru/archives/5480)

Alla vigilia della prima dello spettacolo “La trilogia della villeggiatura”, al Teatro Vasiliev di Mosca, il regista Alessio Bergamo si racconta

La Russia ce l`ha nel dna. Alessio Bergamo, classe 1964, regista e studioso di teatro, si è formato alla Scuola d'Arte Drammatica di Mosca di Anatolij Vasiliev e all'Università di Roma. Del maestro russo è stato assistente in molti progetti internazionali dal 1990 al 1997 e, mettendo in scena spettacoli dal '94 soprattutto in teatri russi (Vologda, Petrozavodsk, Odessa, San Pietroburgo, Mosca), oggi Bergamo è molto apprezzato nella Federazione. E si racconta alla vigilia della prima dello spettacolo “La trilogia della villeggiatura” di Goldoni, al teatro Scuola d'Arte Drammatica di Mosca.

Cosa la lega alla Russia?

Ero appassionato di cultura russa fin da bambino. Poi, nel 1989 sono partito per l’Unione Sovietica con una borsa di studio, grazie al programma di scambi culturali fra l’Italia e l’Urss. Dopo aver trascorso un anno qui, mi sono innamorato della Russia, quella reale, non quella letteraria o musicale. In quell’anno ho viaggiato quanto ho potuto (Uzbekistan, Siberia, le città russe). Poi gli amici, gli studi con Vasiliev, i miei primi spettacoli, nel 2000 il matrimonio con una donna di Vologda... insomma molte sono le cose che mi hanno legato alla Russia.

A suo avviso in che cosa differiscono i teatri di provincia da quelli di Mosca?

Mosca è molto caotica, tutti si muovono in gran fretta, fanno mille cose insieme. Ancor più caotica, se è possibile, di quanto già non fosse fino a dieci anni fa. Gli attori mi pare patiscano di questo caos, anche loro tendono a sovraccaricarsi, a fare più lavori. Nei teatri di provincia gli attori hanno una vita più tranquilla e con loro è più facile lavorare. In compenso a Mosca circola molto più denaro e questo incentiva il lavoro, ovviamente.  

Quali sono i registi teatrali russi che considera come suoi punti di riferimento?

Tutte le mie nozioni fondamentali di teatro le ho acquisite da un uomo che considero il mio maestro, Anatolij Vasiliev, lo stesso uomo che ha fondato questo teatro. Un regista, teorico e pedagogo eccezionale, di caratura mondiale.

Che ruolo gioca la nazionalità nel rapporto tra il regista e l’attore? Su che cosa si deve lavorare affinché un autore russo possa recitare una commedia del teatro classico italiano?

Quello dell’identità nazionale è un problema che riguarda soprattutto l’approccio al materiale. Esiste un’identità nazionale che si radica nelle persone in base alle circostanze in cui vivono, alla lingua che usano, alle leggi della società, a quelle del costume sociale. Quest’identità si esprime nelle pièce e l’artista che deve lavorare su questo materiale la deve conoscere, ci deve entrare in empatia, per poter creare. Ad esempio, c’è un tema tipico della cultura, dell’arte italiana, che c’è anche in Goldoni, quello dell’uomo costretto a indossare maschere sociali che non gli corrispondono e del dissidio interiore che ciò gli provoca. Ma far sì che un attore russo faccia suo questo tema è molto difficile, perché i russi sono molto più liberi, hanno un rapporto meno stretto con le leggi, con i costumi della società, ne sono più distaccati. Credo che per questo sia così frequente trovare in Russia messinscene di Goldoni molto approssimative: storie d’amore con gente allegra, rigorosamente condite da qualche numero musicale con balli coreografati, nelle quali oltre alla mera trama non c’è altro. Insomma spettacoli basati su cliché. 

Intende dire  che si può parlare di una nazionalità del teatro?

Quella del teatro è un’arte con un carattere spiccatamente nazionale. E questo è evidente soprattutto per quello che riguarda i rapporti tra drammaturgia e recitazione. Alcuni giri di parole che possiamo leggere in un testo hanno insiti in sé un movimento del corpo e dell’anima, ci fanno “vedere” il personaggio che il drammaturgo aveva in mente mentre agisce. Ma quelle stesse battute, quegli stessi giri di parole una volta tradotti, per quanto fedelmente, tendono a parlarci di un altro personaggio, di un altro tipo, di altre caratteristiche, ci fanno vedere un altro panorama. (Va detto che ciò non sempre è un male e che nell’arte le difficoltà sono spesso occasioni di ricchezza). D’altra parte, per quanto strano possa sembrare, uno spettacolo in una lingua straniera, quando è un buon spettacolo, spesso risulta più godibile per chi lo vede non capendone la lingua. Perché quando non ne capisci la lingua non ti fai distrarre dal testo e cogli meglio la tessitura dell’azione, cogli meglio l’intensità della presenza dell’attore, vedi meglio il suo puro gioco, ti fai trasportare più facilmente, dai campo più libero alla tua immaginazione. Insomma, il teatro è un’arte nazionale, ma la lingua del teatro è internazionale.

La “Trilogiadella villeggiatura” ha un significato politico ancora attuale?

Non in senso stretto. Però i classici sono tali perché lavorandoci vi si può sempre trovare un livello di attualità. In altri termini, anche se il contesto in cui il principe di Danimarca si pone le sue domande non ci appare più attuale, ciò nondimeno continuiamo a metterlo in scena, perché quelle domande sono ancora attuali. Così è anche per la villeggiatura goldoniana. Non è una semplice villeggiatura, ma un luogo meraviglioso dove i sogni, i propri progetti, le proprie aspettative si possono realizzare. I protagonisti partono per la villeggiatura indossando abiti eleganti perché li attende una nuova splendida vita con tutte le sue nuove prerogative. Una villeggiatura vista come possibilità per vivere una vita meravigliosa alla quale è legittimo, anzi quasi doveroso aspirare, e per vivere la quale è giusto indebitarsi comprando nuovi costosi abiti, arrivando in splendide carrozze, per far capire che si è pronti, che si è in grado di vivere questa vita meravigliosa in questa “terra promessa”, che la si può sostenere economicamente e caratterialmente…

In altre parole  “indossano una maschera”…

Non esattamente. I protagonisti della commedia vogliono corrispondere a un`immagine interiore di se stessi che si sono costruiti e vedono nella villeggiatura il posto ideale dove realizzare questa corrispondenza. Ma quell’immagine non ha nessuna possibilità di diventare realtà, perché ciò accada non ci sono le condizioni (economiche, relazionali, caratteriali, personali, ecc.). Loro fanno tutti gli sforzi possibili per far coincidere la realtà con questi propri sogni e compiono una serie di atti in questa direzione. Ma con questi atti loro finiscono per compromettere la propria libertà e rendere ancor più impossibile il raggiungimento del loro obiettivo. Insomma tornano dalla villeggiatura in condizioni assai diverse da quel che si erano immaginati e solo allora, lasciatisi alle spalle il delirio della villeggiatura e trovandosi immersi in problemi veramente grossi, concreti, comprendono che proprio quel loro desiderio di corrispondere a delle immagini, di misurarsi su un’apparenza, su un’idea è stata la vera causa delle loro sventure. E così cominciano una nuova vita.

Una bella vita?

Semplicemente la vita! Che per il fatto di essere vita è già di per sé bella.

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