La Federazione e il fantasma della xenofobia

Fonte: Kommersant

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In un Paese in cui il 60% della popolazione condivide slogan come “La Russia ai russi”, le manifestazioni razziste aumentano sempre di più. E trovano terreno fertile in un’opposizione spesso insensibile a questo fenomeno

“Restituiamo la Russia ai russi”, “Basta mantenere il Caucaso”, “Libertà, nazione, ordine”. Il 4 novembre 2011, mentre nel centro di Mosca si stava celebrando la Giornata dell’Unità Popolare, festa ufficiale in Russia, nella periferia della capitale, accerchiati dalla polizia, 7mila nazionalisti hanno sfilato con questi slogan. Un numero notevole per la Russia contemporanea.

In questa settima edizione annuale della cosiddetta “Marcia russa”, la stragrande maggioranza dei partecipanti era costituita da giovani con un atteggiamento chiaramente ostile e violento, insieme a molti nazionalisti più anziani, dall’aspetto rispettabile, che si autodefiniscono “moderati”.

Il corteo però non è rimasto compatto. Si è diviso tra skinhead che indossavano maschere, fondamentalisti ortodossi, comuni pensionati con le icone dei Santi, fino a genitori con i loro bambini. A chiusura del corteo c’era un gruppo di nazisti con il “Totenkopf”, il teschio simbolo delle Ss.

Tutti i manifestanti hanno sfilato con diversi striscioni: dalle frasi contro i caucasici e dai ritornelli antisemitici accompagnati dalla balalajka fino agli slogan contro il partito di governo “Russia Unita” e contro l’islamizzazione.

La manifestazione era stata autorizzata dalle forze dell’ordine e si è svolta senza scontri. Il centro studi Sova, specializzato nel monitoraggio della xenofobia in Russia, ha dichiarato che nel corso della manifestazione sono stati lanciati slogan inneggianti all’odio interetnico, un comportamento punito dalla legge. La polizia però non ha reagito. 

Il sociologo Lev Gudkov, direttore del centro studi Levada, afferma che lo slogan nazionalistico “La Russia ai russi” è attualmente condiviso da quasi il 60% dei cittadini della Federazione Russa, e che circa il 50% degli abitanti di Mosca appoggiano l’idea di restrizioni all’immigrazione verso la capitale per le etnie caucasiche e asiatiche. “Il problema non è che i sentimenti xenofobi si stanno diffondendo dai bassifondi verso strati più ampi della popolazione, bensì che l’opposizione sociale si sta via via indebolendo”, spiega il sociologo.

Il fenomeno è dovuto a più cause. Prima fra tutte, secondo il direttore generale del Centro di Tecnologie Politiche (Cpt) Igor Bunin, la delusione nei confronti del potere. Ne è stato un chiaro esempio il raduno nella piazza del Maneggio a Mosca, nel 2010, di molte migliaia di tifosi di calcio: lanciando slogan nazionalistici i tifosi hanno chiesto a gran voce di indagare sull’omicidio di un tifoso commesso da persone di origine caucasica. “È stata quella la prima volta che il nazionalismo si è coniugato alla protesta sociale. È stata una reazione scatenata da un senso di iniquità, di mancanza di giustizia e di mezzi legali per influenzare il potere”, afferma Lev Gudkov.

La seconda causa è la politica migratoria incoerente seguita dal governo, per cui da un lato, data la diminuzione della popolazione in Russia e la carenza di forza lavoro, i flussi migratori provenienti dalle regioni povere del Caucaso e dell’Asia Centrale sono visti con favore, mentre dall’altro lato questi processi sono di difficile gestione e spesso risentono della corruzione. Spesso sono le stesse autorità a fomentare i sentimenti nazionalistici. Inoltre, verso il Caucaso confluiscono ingenti somme dei contribuenti, che vengono poi rubate o spese in maniera poco trasparente, suscitando il malcontento di molti cittadini.  

Un altro fattore, segnalato dal politologo Nikolaj Petrov del Carnegie Moscow Center, affonda le proprie radici nella questione della ricerca dell’identità russa. Secondo i dati del Levada Center, alla fine degli anni Ottanta il livello di nazionalismo nella Russia sovietica era più basso rispetto a quello di altre repubbliche dell’Urss. “I cittadini russi possedevano un’autocoscienza imperiale sovietica che non necessitava di un’appartenenza etnica”, sostiene Gudkov. L’ottenimento dell’indipendenza da parte delle repubbliche dell’ex Unione si è basato su un movimento di liberazione nazionale.  È stato così nei Paesi Baltici, in quelli del Caucaso, e in Ucraina. I russi invece non hanno avuto bisogno di liberarsi da nessuno. Infine per la Russia, abitata da 140 diversi gruppi etnici, la via del nazionalismo era controindicata, come spiega Nikolaj Petrov: “In Russia ciascuna etnia, a differenza dei turchi in Germania, possiede un proprio territorio storico. Pertanto – conclude - il nazionalismo può portare solo alla disgregazione del Paese”.

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