La rivoluzione a scatti

Yurij Kozyrev/Noor
Ritratto del russo Yuri Kozyrev, considerato a livello internazionale uno dei migliori reporter di guerra del nostro tempo

Senza paura e ferocemente talentuoso, il fotografo russo Yuri Kozyrev è stato recentemente insignito del premio Bayeux Calvados dopo essersi aggiudicato anche il riconoscimento Visa d’Or News per il suo lavoro sulla primavera araba. Già nel 2003 aveva ottenuto il primo premio del World Press Photo nella sezione General News stories, e nel 2004 aveva sfiorato il bis, conseguendo il secondo posto per la sezione Spot News stories. Così i colleghi ritengono che sia sulla buona strada per entrare nel novero dei più grandi fotografi di guerra. Nel dicembre 2010, il fotografo russo era giunto in Yemen, un Paese sull’orlo del collasso. Era atterrato a Sana’a, la capitale, senza un “faccendiere”, ovvero un assistente e interprete locale. Vagando per le strade, incapace di comprendere la lingua del posto, Kozyrev ha affermato di aver lavorato “costantemente sul punto di fallire”. Era uno strano e all’apparenza misterioso turista. Eppure, le sue foto che ritraevano gruppi di uomini cupi mentre masticavano il khat (una droga naturale, ndr) al tramonto, donne che nuotavano con il velo e un uomo triste, mentre portava sulle spalle un pesce gigante, hanno anticipato l’arrivo della guerra civile.

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Nel febbraio 2011, il Time Magazine chiese a Kozyrev di partire alla volta del Cairo per documentare le manifestazioni di piazza Tahrir. A marzo 2011, è stato in Libia per quasi due mesi seguendo i ribelli contro Gheddafi. Kozyrev è diventato uno dei più fedeli cronisti dei disordini in Medio Oriente: i suoi reportage hanno saputo catturare il fermento del 2011 in Yemen, Bahrain, Egitto e Libia. I suoi scatti si possono ammirare in giro per l’Europa: attualmente sono in corso delle mostre in Croazia, Francia e Gran Bretagna. “Premi e mostre non significano nulla - dichiara Kozyrev -. La cosa importante della nostra professione è permettere alle persone di avere voce. Scatti una foto, dai un nome alla persona, documenti le vicende storiche del nostro tempo. Chiunque può essere un fotografo oggi, ma `Io sono in piazza Tahrir` è una cosa diversa dalla storia del popolo egiziano in piazza Tahrir, che richiede maggiori responsabilità”. Sempre in giro per il mondo, Kozyrev è noto per essere un acuto testimone delle storie e delle vicende umane. Pochi giorni prima che si scatenasse la primavera araba, stava seguendo la storia di alcune persone in fuga dalle grandi città per vivere negli insediamenti siberiani. La sua sigaretta sempre accesa, i grandi occhi vivaci, le sue storie delicate e sensibili, sono state capaci di andare oltre le tazze di tè, spostandosi di casa in casa e lasciando ricordi negli amici che ha incontrato nei suoi viaggi. È questo tipo di sensibilità, così come un puro talento, che emerge dal suo lavoro.

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Stanley Greene, collega di Kozyrev presso l’agenzia fotografica Noor, sottolinea: “Yuri ha ispirato il modo di illustrare i conflitti; spingendoci a mettere in discussione il modo in cui guardiamo alle storie. Lui è un poetico fotografo di guerra. Le sue foto sono piene di una poesia che non avevo mai visto prima .... Yuri potrebbe diventare uno dei più grandi fotografi di guerra”. Le fotografie di Kozyrev sono dotate di una profondità e di un senso della composizione sorprendenti, soprattutto considerando le condizioni in cui lavora. Il suo primo insegnante, Valiko Arutyonov, era membro di una comunità clandestina di fotografi in Unione Sovietica descritta nel romanzo di Vasilij Aksènov, intitolato “Say Cheese”, sui dissidenti sovietici. Arutyunov è stato il suo mentore. Poi, Kozyrev ha iniziato a ritrarre le persone nei piccoli appartamenti e nelle case occupate, raffigurando il ronzio creativo della vita dei dissidenti a Leningrado, oggi San Pietroburgo. “È stato un periodo felice, quando io e mia moglie Regina, una designer di talento, ci godevamo la vita seguendo l’esempio dei meravigliosi artisti underground”, ricorda Kozyrev. Ma dopo il crollo dell’Unione Sovietica, Kozyrev si è allontanato dalla sua cerchia e ha iniziato a fotografare una serie di conflitti post-sovietici in Armenia, Moldavia, Tajikistan e Georgia. Da allora non ha più smesso di spostarsi da un conflitto all’altro. A quel tempo, ha detto, ha avuto la fortuna di incontrare un altro mentore, Evgenij Khaldey, un ex fotografo dell’esercito sovietico, famoso per la sua foto, diventata un`icona, del soldato russo che alzava una bandiera sovietica sul Reichstag a Berlino, rappresentando la sconfitta della Germania nazista. “Khaldey mi ha dato l’insegnamento più importante della nostra professione - svela Kozyrev.  - Nessuna università ti può insegnare l’importanza di ritornare negli stessi posti ancora e ancora e documentare la storia. E` per questo che facciamo un tale lavoro”.

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Kozyrev è ormai un fotoreporter da più di 20 anni. Ha seguito tutti i principali conflitti nell’ex Unione Sovietica, tra cui anche le due guerre cecene. Ha documentato la caduta dei talebani 10 anni fa e poi ha vissuto a Baghdad per quasi otto anni prima di fare ritorno a Mosca nel 2009. Chi documentò la seconda guerra cecena ricorda Yusup Magomadov, un ragazzo di 13 anni rimasto gravemente ferito durante un bombardamento nel suo villaggio natale di Novy-Sharoi. Gli furono amputate entrambe le gambe. Yuri Kozyrev, insieme a uno scrittore olandese, Strano Duk, portò il piccolo e sua madre a Mosca per farlo curare. Le fotografie pubblicate su una rivista olandese permisero di raccogliere i fondi per le protesi. “È stata la prima e unica volta che ho visto le lacrime negli occhi di Yuri, mentre stava fotografando i ceceni salutare Yusup”, ha detto Duk. “Avevano paura che i russi avrebbero ucciso il ragazzo”. Una fotografa danese free-lance, Mari Bastashevski, ci consegna nelle sue parole l’etica del lavoro di Kozyrev nel corso dei loro reportage nel deserto libico nella primavera 2011: “E’ rimasto sotto il fuoco degli spari fino alle 9 di sera, per poi dedicarsi al montaggio fino a mezzanotte. Ed è stato così ogni giorno”.

Kozyrev è oggi anche mentore di fotografi più giovani. Tra i suoi allievi ci sono Maria Morina, Olga Kravets e Oksana Yushko, che stanno lavorando insieme a un progetto su un documentario intitolato “Nove Città”, per riportare l’attenzione su una dimenticata Cecenia. La Kravets rivela: “Oltre a essere un grande fotografo, ha anche un grande occhio per il lavoro degli altri”. Kozyrev è conosciuto come un fotoreporter disposto a lanciarsi in prima linea. Le sue foto sono apparse in numerose pubblicazioni, tra cui Newsweek Magazine e Russia Beyond The Headlines. Il reportage sulle proteste anti-governative nei Paesi arabi per il Time Magazine è stato tra i suoi incarichi più pericolosi. In Libia gli hanno sparato ed è stato picchiato dalla polizia. È stato arrestato in Bahrain e in Arabia Saudita. Ha perso i suoi colleghi, tra cui i suoi amici Chris Hondros e Tim Hetherington, due fotografi uccisi ad aprile 2011 a Misurata, in Libia. Perché un uomo di 47 anni dovrebbe rischiare la propria vita? Il direttore del Dipartimento di fotografia della rivista Russian Reporter, Andrei Polikanov, amico di lunga data, prova a dare la risposta: “E` l’incondizionato e incredibile spirito di sacrificio e di fedeltà al giornalismo che lo spinge a buttarsi nei conflitti”.

Anna Nemtsova, corrispondente da Mosca per “Newsweek” e “The Daily Beast”. Ha lavorato in team con Kozyrev per una serie di reportage

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