Un programma che soddisfa?

Foto: Itar-Tass

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Russia Unita fissa le priorità dei lavori della Duma nella quale, dopo le lezioni di dicembre, è sicura di conservare la maggioranza. Il documento piacerà anche a nazional-conservatori e liberali occidentalisti?

Il Programma di iniziative popolari, pubblicato sul sito del partito Russia Unita, non è, a detta dei suoi estensori, “il frutto del lavoro dei soliti burocrati ed esperti della capitale”, bensì “di esperti autorevoli e professionisti provenienti da varie regioni della Russia nonché di tutti i cittadini non indifferenti alla sorte della propria patria”; ossia di “militanti” del Fronte popolare panrusso, organizzazione creata da Russia Unita come “strumento per migliorare la democrazia diretta nel paese”, in vista delle prossime elezioni parlamentari.

Il documento contiene un’analisi onnicomprensiva dell’ultimo decennio di storia russa e dei suoi esiti, a partire dalle dimissioni di Eltsin dal mandato presidenziale, che produssero effetti estremamente positivi, quali la crescita del Pil, dei salari e delle pensioni, la diminuzione del debito pubblico e del tasso di mortalità… Il Fronte popolare panrusso è fautore di un governo forte. I suoi ideologi  sottolineano come negli ultimi tempi anche nei Paesi più liberali sia toccato allo Stato il compito di combattere la crisi economica e ritengono che il nuovo orientamento verso “una verticalizzazione del potere” sia sotto molti aspetti legittimo, pur esortando a “indirizzare lo sviluppo del sistema politico nazionale verso una vera democrazia”.

“L’insoddisfazione dei cittadini russi è profonda”, ammettono gli estensori del programma. A loro avviso i problemi più urgenti da combattere sono la povertà, il cattivo clima economico, la corruzione, l’incapacità degli amministratori nel risolvere adeguatamente i problemi della gente. Un elenco che potrebbe essere facilmente ampliato da qualunque cittadino russo. E per soddisfare le esigenze dei cittadini russi si propone di assolvere a quello che è “il compito primario dello Stato”, ossia creare le premesse per “una civile competizione tra uomini, idee, progetti, programmi, iniziative sociali nella politica, nell’economia, tra le regioni”.  Si tratta di un approccio assolutamente liberale, ma è assai improbabile che le misure proposte siano sufficienti a realizzare gli obiettivi formulati nelle successive cento pagine del documento, primi fra tutti, quelli economici. Anche se bisogna rilevare che nel programma il disegno “socialista” di salvaguardare in nome dello Stato gli interessi della collettività non è esente da un lapsus: “Stato sociale e giustizia sociale non significano uguaglianza, ma uguaglianza civile”. 

La parte macroeconomica del documento si apre con l’usuale retorica sulla necessità di modernizzazione e diversificazione del sistema economico, ma contiene, tuttavia, una novità: le entrate ottenute dalla vendita di risorse naturali non dovrebbero essere utilizzate soltanto come una sorta di “paracadute”, ma per stimolare lo sviluppo economico. Se Aleksei Kudrin, che si era fermamente opposto agli “sprechi” di risorse statali, non si fosse di recente dimesso da ministro dell’Economia, certe tesi sarebbero state certamente escluse dal programma.

Un altro “compito primario dello Stato” sarebbe quello di stimolare l’iniziativa privata.  A tale fine si raccomanda di “eliminare tutti gli ostacoli burocratico-amministrativi e la corruzione e i fenomeni negativi prodotti dalla burocrazia russa”. In che modo la burocrazia dovrebbe combattere contro se stessa nel programma, però, non viene spiegato.

Soffermandosi sul rinnovamento del sistema politico, gli estensori del documento sottolineano che “nel nostro Paese talvolta l’interesse pubblico ha prevalso sull’interesse privato”, avvertendoci che “ciò non potrà più ripetersi, dal momento che il potere è ormai sottoposto al controllo della società”. Più oltre, nel documento, vengono descritti degli obiettivi concreti la cui realizzazione consentirebbe a tutti i cittadini russi una vita libera e agiata. Ormai non è facile stupirsi, tuttavia sorprende come tali obiettivi siano presentati in modo estremamente circostanziato. Si prevede persino “una riforma dei segnali stradali”.

Il Fronte popolare panrusso, sulla scia del presidente Dmitri Medvedev e del primo ministro Vladimir Putin, promette di non alzare l’età pensionabile (ora è di 55 anni per le donne e di 60 per gli uomini). In alternativa, i cittadini potranno decidere essi stessi quando andare in pensione.

“Lo Stato dovrà sostenere e incoraggiare le esportazioni dei settori manifatturieri e dei prodotti ad alto valore aggiunto”, si dice nella parte del documento relativa al commercio estero. La necessità del sostegno statale è motivata dall’“inasprimento della concorrenza” sui mercati internazionali. Anche i partner stranieri vengono rassicurati: “Apriremo il nostro sistema economico alle imprese straniere detentrici di nuove tecnologie e disposte a estendere la produzione in Russia”. Alle imprese, inoltre, si chiede di essere più partecipi  “non soltanto nella fase di elaborazione progettuale, ma anche nelle procedure amministrative degli organi federali e regionali di potere”. Il Fronte popolare panrusso propone anche di sostituire gradualmente le misure di controllo statale nel sistema economico con l’autoregolamentazione. I suoi ideologi sanno che “non si possono costringere gli investitori a venire in Russia, ma che si possono comunque attrarre”.

Tornando al tema della democrazia, gli estensori del documento ammettono che “negli ultimi dieci anni abbiamo vissuto sotto le leggi di uno sviluppo pilotato”.  Ma “oggi ci attendono nuovi obiettivi che esigono una sempre maggiore iniziativa privata e una sempre maggiore competitività politica”.

Nella parte del programma riguardante la politica estera si riafferma lo status di superpotenza mondiale della Russia e si formula il progetto finalizzato, secondo gli estensori del documento, all’interesse nazionale, ossia il “pieno utilizzo delle possibilità offerte dalla globalizzazione e dalle più recenti conquiste della civiltà e del progresso scientifico, che dovrà essere orientato verso un modello di sviluppo che risponda ai bisogni del paese e di tutti i suoi cittadini”. “Per la Russia la priorità del vettore europeo nello sviluppo economico non è una scelta geografica, bensì di valori”, si legge nel programma. “Che non contraddice, ma va a integrare e ad arricchire la variante della scelta eurasiatica, senza limitare in nessun modo la nostra libertà d’azione nella politica estera”. Ma si invita il “cosiddetto Occidente” “a rinunciare alla sua leadership, nella consapevolezza che né attraverso l’esportazione forzata di un modello politico, né con la creazione di un sistema di difesaantimissile si potrà mai “garantire la felicità” nel mondo, né creare delle “isole” di assoluta sicurezza…”. L’attività della Russia in Asia, Africa e America Latina negli ultimi anni ha segnato a livello internazionale “un autentico, essenziale momento di rottura”, soprattutto in relazione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, al Brics e ai progetti nell’ambito dell’Accordo Commerciale Asia-Pacifico.

Nel programma è ribadita l’intenzione di destinare 20 trilioni di rubli alla riforma delle forze armate. In particolare, per “sostenere la componente missilistico-nucleare al più alto livello tecnologico”. “Nel Paese sono molti i problemi che esigono delle soluzioni e gli obiettivi che attendono di essere realizzati”, è detto nella parte conclusiva del programma. “Noi siamo in grado di realizzarli. Possediamo la volontà, le competenze e la squadra necessarie per farlo”, promettono i suoi estensori. Si avrebbe voglia di crederlo.

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