Gli indignados visti da Mosca

Foto: Reuters

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Il movimento “Occupy Wall Street” testimonia i profondi cambiamenti in atto nella società e pone interrogativi anche i russi. Sulle proteste globali, da Roma a New York, due opinioni a confronto

Le azioni promosse dal movimento “Occupy Wall Street” e che hanno infiammato l`Occidente nel week end del 15 ottobre 2011 vengono discusse in modo molto attivo anche nella terra degli zar. Russia Oggi propone ai lettori una scelta delle opinioni più interessanti espresse sulla stampa russa riguardo questi eventi di protesta, iniziati in maniera pacifica e degenerati in violenza.


PRO: “Cambiamenti da non sottovalutare”

Natalja Serova, Utro.ru


Guardandosi intorno, la gente ha capito che le istituzioni democratiche non funzionano, poiché non difendono gli interessi dei cittadini che ne hanno eletto i membri, e che il capitale fa ballare i governi quasi fosse un pifferaio magico. E non c’è niente da fare, perché qualsiasi tentativo di auto-organizzazione finisce immediatamente sotto il controllo dei potenti di questo mondo, che dispongono di mezzi sufficienti a intimidire o a corrompere qualsiasi leader e a controllare dal punto di vista finanziario e decisionale qualsiasi organizzazione.

Attaccando Wall Street, i membri del movimento Usa “Occupy Wall Street” sottolineano che il nocciolo delle loro rivendicazioni non si riduce al fatto che qualcuno sia ricco e gli altri no. Non è questo che li turba, bensì la situazione attuale in cui i banchieri e i finanzieri controllano ogni cosa e il sistema è strutturato in modo tale che non si può contestarlo continuando a farne parte. A quanto pare, i membri del  movimento sono riusciti a trasmettere questo semplice concetto a gran parte dei loro sostenitori.

Se si mettono da parte i problemi personali, dei quali chi partecipa alle manifestazioni di protesta parla volentieri davanti alle telecamere, quasi tutti in un modo o nell’altro sostengono che il capitale ha sottomesso lo Stato e le sue istituzioni, che l’attuale forma di rappresentanza democratica non esprime la volontà del popolo, e che pertanto non è una democrazia. L’ovvia conclusione che se ne trae è che bisogna cambiare l’ordine attuale: c’è bisogno di un’altra democrazia, di una democrazia vera.   

Se la situazione continuerà a peggiorare, continuerà anche la revisione dei concetti consueti. Se invece la crisi andrà scemando e le classi dirigenti troveranno possibilità e risorse per correggere la propria politica, i manifestanti torneranno subito alla loro vita normale e dimenticheranno la loro intuizione. È naturale che avvenga, perché la gente aspira a vivere una vita normale, e non a lottare sulle barricate.

Nel frattempo però saranno diventati delle persone diverse, perché la nascita del movimento “Occupy Wall Street” e le manifestazioni di protesta che coinvolgono molte migliaia di persone negli Usa e in Europa testimoniano i profondi cambiamenti in atto nella psicologia della società contemporanea.



CONTRO: “No ai consigli da viziati e fannulloni”

Konstantin von Eggert, Kommersant FM


I colleghi giornalisti della sinistra liberale hanno subito annunciato l’apparizione di un nuovo fenomeno globale in grado di farsi ascoltare dai governi e dalle mega-corporazioni. Io per il momento non vedo alcuna particolare novità.  Gran parte di coloro che sono scesi nelle strade e nelle piazze delle capitali occidentali sono gli stessi personaggi che rivediamo a ogni edizione del G8 da vent’anni a questa parte: no-global, ecologisti radicali, pacifisti, vari nemici degli Stati Uniti e di Israele, marxisti e trozkisti. La lotta a favore di un controllo statale sul sistema bancario per loro non è che un pretesto per rianimare un ordine del giorno che sembrava sepolto insieme alle rovine dell’URSS.    

Buona parte di queste persone sono giovani rampolli di famiglie benestanti, che possono permettersi di continuare a cercare il senso della vita fino a quarant’anni.  Migrano da un movimento radicale alla moda all’altro. Solitamente non hanno problemi con le banche, e anche qualora dovessero averli, la mamma e il papà li aiuterebbero a risolverli. Un’altra categoria di manifestanti, meno numerosa, è rappresentata da quanti, per usare l’espressione di John Le Carré nel romanzo La spia che venne dal freddo, “non sono mai stati in una banca e difficilmente vi entreranno”.   

Eppure, non vedo niente di divertente. Non trovo divertente il fatto che le piazze delle città europee vengano definite “la nostra Tahrir”, perché in Egitto la gente è morta per il diritto di vivere una vita dignitosa e non per quello di bighellonare fin quasi alla pensione. Non trovo divertente che dei demagoghi o dei falliti cronici parlino in nome del popolo, perché sappiamo dall’esperienza sovietica e da quella tedesca quali tragiche conseguenze ciò possa portare. Non trovo divertente che ci propongano di rispondere alla prima crisi nella storia della società postindustriale e in via di globalizzazione con una battuta di Poligraf Poligrafovich Sharikov: “Prendere e dividere tutto”.

Non sono un economista e non posso proporre una mia via d’uscita dalla situazione che si è venuta a creare, perché non ho una così alta opinione di me stesso come i vandali di Roma o i sinistroidi che hanno insudiciato il centro di New York. Quel che è certo è che l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno sono i consigli di hipster viziati e fannulloni che vanno in cerca di emozioni forti.   

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