Due russi per un Nobel

Evgenij Evtušenko. Foto: Ria Novosti

Evgenij Evtušenko. Foto: Ria Novosti

Candidati al prestigioso riconoscimento nel campo della lettura ci sono Viktor Pelevin e Evgenij Evtušenko. Nomi non del tutto nuovi in Italia, ma conosciamoli meglio

Gli scrittori russi Viktor Pelevin e Evgenij Evtušenko sono entrati nella lista dei possibili vincitori del premio Nobel per la letteratura stilata dal bookmaker inglese Ladbrokes. Pelevin è al 43° posto con una possibilità di vittoria quotata 50 a 1, mentre il poeta Evgenij Evtušenko occupa il 73° (80 a 1). In anticipo rispetto alla proclamazione ufficiale del vincente, Russia Oggi presenta questi due protagonisti della cultura contemporanea della Federazione, due grandi nomi così diversi tra loro.   

Autore di nove romanzi e dieci raccolte di racconti brevi, Pelevin occupa un posto molto speciale nella letteratura Russa. Le sue storie, una miscela di realtà, finzione e assurdo espressi in un linguaggio fortemente ironico che rappresenta a pieno il postmodernismo, gli sono valse il titolo di scrittore contemporaneo “numero 1” della Russia. Al tempo stesso la sua popolarità, la sua fruibilità e il riferimento alle realtà di oggi suscitano perplessità tra le autorità accademiche letterarie: alcuni lo ignorano, altri lo paragonano a scrittori del livello di Nikolaj Gogol’ e Mikhail Bulgakov. Secondo un sondaggio condotto nel 2009 da Openspace, un autorevole periodico on-line, Pelevin era considerato l’intellettuale più influente di Russia, pur non avanzando alcun programma ideologico, anzi, non appare neppure in pubblico e in tutte le fotografie indossa occhiali da sole. Di lui non si sa praticamente nulla. Le sue interviste, concesse esclusivamente via e-mail, hanno lo stesso carattere post-moderno della sua prosa. Questo ha dato adito a voci secondo cui Pelevin non sarebbe altro che uno pseudonimo collettivo, una falsa identità, per cui l’autore ad oggi è circondato da un’aura di mistero.

Illusionista nato, Pelevin prende i fatti reali della Russia contemporanea come punti di partenza, per poi inserire i propri personaggi in un mondo nascosto e assurdo, fatto di simboli e mitologia, fervida immaginazione e humor nero. Nel suo romanzo più celebre, Generation P (edito in Italia col titolo Babylon), il protagonista scopre che il governo russo non è altro che un modello informatico in 3D, un virus informatico dà inizio al default, e il Cremlino è frutto di un’accanita teoria del complotto. Il protagonista dei suoi racconti è spesso qualcuno che cerca di trovare una qualche logica in un mondo invischiato nel consumismo frenetico e nell’ossessiva corsa al denaro e al potere (come accade in DPP (NN), Il libro sacro del lupo mannaro, Empire V). Qualcuno che cerca di trovare il proprio posto in mezzo alla follia che lo circonda, per poi scoprire che dietro l’apparente follia si cela qualcosa di ancora più incredibile. Forse è questo che spiega il successo esplosivo di Pelevin. La linea tra la Russia contemporanea e la realtà assurda descritta nei suoi libri è così labile che il termine pelevenšina (peleviniano) è entrato nell’uso comune, e non solo in relazione alla letteratura. 

Pelevin è stato insignito del prestigioso premio letterario russo Bestseller Nazionale 2003 per l’opera DPP (NN), è stato tre volte vincitore del premio Grande Libro, e il suo libro Generation P gli è valso nel 2000 il premio letterario Richard Schoenfeld.

A 78 anni Evgenij Evtušenko resta uno dei pochi “classici viventi” del Ventesimo secolo, esponente dell’ormai passata generazione dei poeti degli anni Sessanta: nelle sue interviste spiccano nomi come Vonznesenskij, Brodskij, Okudžava, Pasternak, mostri sacri della poesia russa di cui la maggior parte dei lettori contemporanei ha letto versi solo sui libri di testo. Le sue opere hanno raggiunto il successo nell’epoca di Kruscev e gli anni del disgelo, un periodo caratterizzato da un forte carattere ideologico e un vero cambiamento della mentalità sovietica. Uno dei simboli di quell’epoca erano le letture di poesie nell’atrio del Museo Politecnico, che si riempiva di partecipanti: Rozhdestvensky, Akhmadulina, Okudžava, Vonznesenskij e Evtušenko erano le voci della libertà, tanto cara ad una generazione ricca di speranze per il futuro.  

Il vero inno di quella nuova era è stata la poesia di Evtušenko e Il meglio di una generazione e la sua raccolta Viale degli entusiasti. Sin dalle sue prime opere il poeta ha dimostrato uno spirito ribelle e combattivo senza nascondere la sua posizione civile e ideologica. Le sue poesie riflettevano fatti storici reali e si sono trasformati in eventi letterari suscitando scandalo: tra queste ricordiamo Babij Jar (1961), Gli eredi di Stalin (1962), Lettera a Esenin (1965), Solcano Praga i carri armati (1968), Formica afgana (1983),  Arrivederci, bandiera rossa (1992),  Altalene deserte (1994), e La scuola di Beslan (2004). Evtušenko è anche autore della celebre frase “Il poeta in Russia è più che poeta” (da La centrale idroelettrica di Bratsk del 1965).

Nonostante la sua posizione ideologica e le campagne umanitarie di intercessione a favore dei dissidenti perseguitati e delle persone accusate di tenere un “comportamento anti-sovietico”, Evtušenko è riuscito a convivere in armonia e a continuare la sua opera sotto ogni governo o regime, suscitando sospetto, malelingue e critiche. Questo gli ha consentito però di riflettere nelle sue poesie i cambiamenti della realtà russa: dal disgelo degli anni sessanta, alla stagnazione dell’epoca Brežnev, fino alla perestrojka.  

La realtà russa però non costituiva la sua sola fonte di ispirazione. Altre poesie conosciute sono Sotto la pelle della Statua della Libertà, Corrida, Il ciclo italiano, La mamma e la bomba al neutrone e la sua preferita Il Colombo di Santiago, romanzo in poesia, scritto nel 1978 dopo un viaggio in Cile al culmine del potere di Pinochet.  

Evtušenko è celebre inoltre per la sua passione per il cinema: oltre a recitare e scrivere per il grande schermo è stato sceneggiatore, attore e regista dei film Giardino d’infanzia (1983) e il funerale di Stalin (1990).   

Evgenij Evtušenko ha già vinto diversi premi e titoli prestigiosi. È membro onorario dell’American Academy of Arts, dell’Accademia di Belle Arti di Malaga e dell’Accademia Europea delle Scienze e delle Arti; professore emerito “honoris causa” alla  New School University di New York e al Royal College di Queens. Nel 1984 è stato insignito del Premio di Stato dell’Unione Sovietica per la poesia La mamma e la bomba al neutrone. Ha vinto inoltre i premi Tizian Tabidze (Georgia), Ianis Rainis (Lettonia), il Premio Fregene (1981), il Leone d’Oro di Venezia, i premi Enturia, Triada e Accademia SIMBA (Italia) oltre al prestigioso premio letterario Grinzane Cavour consegnato a Torino nel 2005 per “la sua abilità a trasmettere temi eterni attraverso la letteratura, in particolar modo alle giovani generazioni”. È stato premiato dall’Accademia della Televisione Russa (TEFI) per il miglior programma educativo Il poeta in Russia è più che poeta (1998), e ha ricevuto anche il Walt Whitman Award (USA) e il Premio Internazionale Botev (Bulgaria, 2006).  È stato insignito dell’Ordine al Merito di III Grado (2004), dell’Ordine della Bandiera Rossa del Lavoro (1983), dell’Ordine del Distintivo d’Onore (1969), dell’Ordine d’Onore georgiano (2003), dell’Ordine di Stato della Romania per “gli eccezionali risultati ottenuti in ambito culturale”, dell’Ordine di Bernardo O'Higgins (Cile), della Medaglia d’Onore della Fondazione Sovietica per la Pace, della Medaglia Presidenziale della Libertà (USA) per il suo attivismo a favore dei diritti umani, e di un premio speciale per i suoi servizi alla Yale University (1999). Nel 2006 ha ricevuto la Medaglia di Raoul Wallenberg a riconoscimento dei suoi eccezionali contributi e risultati in ambito umanitario. La notizia del suo rifiuto all’Ordine dell’Amicizia per protesta contro la guerra in Cecenia (1993) fece il giro del mondo. In Italia il suo Non morire prima di morire è stato nominato miglior romanzo straniero del 1995.

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