Il sogno agrario di Stolypin

Foto: Itar-Tass

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Torna d’attualità, a un secolo dalla sua scomparsa, l’economista zarista che con la sua riforma rivoluzionò i modelli di sviluppo del Paese

A cento anni dalla scomparsa del ministro russo Petr Arkadyevic Stolypin (Dresda 1862-Kiev 1911), torna quanto mai attuale la sua vasta opera riformatrice in campo agrario. Già governatore di alcune province calde dell’Impero quali Grodno, Kovno e Saratov, l’uomo che lo zar Nicola II chiamò a corte fu uno dei più intrepidi sostenitori della monarchia intuendo che la risoluzione del problema contadino avrebbe giovato alla causa stessa dei Romanov, evitandone così la caduta.

La sua riforma agraria prevedeva la fine della Comune contadina, l’obscina, un piombo alle ali per l’economia zarista, con la nascita di un ceto sociale nuovo costituito da piccoli proprietari terrieri che, col tempo, avrebbero potuto arricchirsi ingrandendo le loro proprietà grazie all’intervento dei prestiti della Banca contadina, a tal fine istituita. In pratica, si favoriva la nascita del kulak, un contadino che sapendo sapientemente sfruttare le proprie qualità imprenditoriali avrebbe finito col tempo per arricchirsi.

Figlio di un’epoca difficile, Stolypin respirò l’atmosfera di contraddizioni della società russa e ne interpretò le pulsioni. Condannato e diffamato dagli storici del periodo sovietico, che lo annoverarono come fenomeno “borghese”, Stolypin ha conosciuto una discreta fortuna storica solo in tempi più recenti quando cioè, terminata l’esperienza “rivoluzionaria”, la Russia ha tentato di recuperare modelli di sviluppo più adatti alla sua vocazione di Stato-mondo con una propria idea di progresso, diversa da quella occidentale o europea per la natura autoreferenziaria del suo apparato socio-politico. Personalità di alto profilo intellettuale, l’ex governatore provinciale, chiamato dallo zar a corte nel 1906, appartenne a quella schiera di burocrati illuminati di fine Diciannovesimo secolo che si erano formati presso le Università di Mosca e San Pietroburgo ovvero laddove, come sostengono gli storici del populismo russo, fiorirono le menti più brillanti del pensiero politico d’oltre Urali.

Con la sua accelerazione economica, contribuì a svecchiare l’obsolescente società agraria, sforzo per altro non portato a compimento per la prematura morte nel 1911, quando fu assassinato dall’ebreo Dmitri Bogrov. Così, dal giudizio fallimentare della riforma, sostenuto dalla storiografia sovietica ufficiale, si è giunti nell’arco di un decennio all’interpretazione opposta, all’orientamento apologetico della sua opera avutosi in occasione del convegno organizzato dall’Università di Omsk nel 1997, per i 135 anni dalla nascita dello statista e ancora oggi il suo nome campeggia nell’olimpo delle personalità più illustri dell’intera storia nazionale.

 

L’autore è docente di Storia della Russia all’Università di Perugia

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