Venezia e Sokurov

Ampio reportage dalla Laguna sull’opera del regista russo Leone d’oro 2011. I segreti del film, le reazioni in sala e le emozioni da premiazione del cineasta

Foto: Anna Casazza

“La magia di un quadro di Rembrandt”. Una sorta di sintesi dei “grandi temi legati alla letteratura russa”. Ma anche un progetto “monumentale”, “seducente”,  forse con “qualche pretesa di investigazione teologica”, secondo i pareri del pubblico in sala a Venezia nel corso della 68esima Mostra del Cinema. Il Faust di Aleksandr Sokurov non è un film facile. Ma ha lasciato il segno. E non solo perché ha fatto impazzire la critica, conquistato la giuria e vinto il Leone d’oro. Ma perché è arrivato là dove ogni film d’arte dovrebbe arrivare: a far vibrare le corde della sensibilità del pubblico.

Un progetto ambizioso, consacrato dal caloroso abbraccio che Marco Muller, direttore della Mostra, ha riservato al regista sul red carpet; e una sfida a conti fatti ben riuscita, a giudicare dall’ovazione della gente in sala al termine della prima proiezione del film, “potente” e “ipnotico”, che con questa rilettura dell’opera di Goethe ha chiuso la tetralogia dedicata a Hitler, Lenin e all’imperatore Hirohito. Standing ovation e applausi scroscianti per quel maestro composto, vestito di nero, che nella penultima giornata di festival non nega qualche autografo e si inchina riconoscente all’acclamazione del pubblico. E poi esce di scena, lasciando gli attori a fare il pieno di applausi.

Fuori dalla sala, in una serata in Laguna ancora calda e afosa, la gente si dice “spiazzata”, “attonita”. Tanti giovani, molti stranieri. Guarda caso, anche russi. Due ragazze eleganti, dall’accento romano, sorridono. “Perché andare al cinema a guardare il Faust? Perché racchiude tutti i vizi dell’uomo. Perché ormai di capolavori così se ne vedono pochi. Perché è una pellicola che scuote le coscienze e fa pensare”. Ma perché è anche uno di quei film “così potenti da rivedere mille volte, per lasciarsi stupire cogliendone ogni singola sfumatura”.

La gente si avvia lenta alla fermata del vaporetto, e nella discreta penombra di un’uscita laterale della sala, Sokurov si intrattiene con l’équipe, affiancato dalla bellissima Alena Shumakova, consulente della Mostra, e Vittorio Sgarbi, acceso di entusiasmo. “Un capolavoro – esclama il critico – Sokurov è riuscito a creare una tensione formidabile, riprodotta da un’operazione pittorica eccezionale”. Tenendo la Shumakova sotto braccio, il regista si fa largo verso l’auto che lo attende, congedandosi con un “sono molto felice. Ora sono stanco, voglio andare a riposare”.

 

Ma il giorno dopo è sempre lui il protagonista, questa volta lontano dai flash dei fotografi e dalla pomposità del festival, in un faccia a faccia con gli studenti dell’università veneziana, che per oltre un’ora hanno ascoltato a bocca aperta il mondo di Sokurov. Tante domande, grande devozione, soprattutto da parte degli studenti di russo della facoltà di Lingue.

Anche questa volta il maestro si congeda tra gli applausi, seguito dagli sguardi dei ragazzi che lui stesso all’inizio dell’incontro ha definito “il futuro del mondo”. Un futuro che “deve avere il coraggio di combattere contro il degrado della cultura, lavorando per difendere l’arte, la letteratura e il cinema”.

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