Quel giorno che ha cambiato la storia

Un episodio che ha agito da spartiacque: poche settimane dopo, con la dichiarazione di indipendenza dell’Ucraina, l’Urss iniziò a disgregarsi

Quel mattino molti di noi furono svegliati dallo squillo del telefono: «Accendi la radio: nel Paese c’è un colpo di Stato», ruggì alla cornetta un mio collega. «Lasciandomi guidare dai più alti interessi dei popoli della nostra patria, di tutti gli uomini sovietici», leggeva impassibile la voce al microfono, «dispongo di introdurre lo stato di emergenza nei territori dell’Urss per un periodo di tempo di sei mesi a partire dalle 4 in punto del 19 agosto 1991». Caspita, pensai.

Diretto al lavoro sul tram semivuoto (nella prima mattinata del lunedì i moscoviti sono ancora nelle dacie) sentivo cittadini di 30-35 anni commentare positivamente la notizia e accusare Gorbaciov di aver portato il Paese allo sfascio. I figli del disgelo kruscioviano, che avevano a malapena assaggiato gli stravolgimenti di Gorbaciov, già chiamavano in causa la «mano forte»? Nella tipografia della casa editrice Pravda arrivò l’ordinanza del Gkcp (Comitato coordinatore del golpe, composto per lo più da funzionari del Partito comunista) di «sospendere fino a specifica disposizione» l’uscita di tutte le riviste e dei giornali a eccezione della Pravda , di Krasnaya Zvezda e di altre sette pubblicazioni. Decisione contro la quale reagimmo trasformando le colonne del giornale in manifesti inneggianti alla democrazia e correndo verso le barricate innalzate davanti alla Casa Bianca.

Intanto non c’erano informazioni attendibili su dove e in quali condizioni si trovasse Gorbaciov, il Presidente dell’Urss legittimamente eletto. Il Consiglio Superiore della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (Rsfsr) e Boris Eltsin si schierarono in difesa della democrazia: la Casa Bianca, come è chiamato il complesso governativo sul lungofiume Krasnopresnenski della Moscova, divenne nel giro di poche ore il quartier generale della resistenza organizzata.

Intanti, tra i dirigenti del partito e delle istituzioni cresceva lo sconcerto. Una parte degli amministratori fece in tempo a prestare giuramento al Gkcp mandando a Mosca un «telegramma di sostegno», ma la maggioranza della nomenclatura politica e dei dirigenti economici assunse una posizione di attesa. Con diversi pretesti evitarono di esprimere pubblicamente i loro giudizi e le loro considerazioni, aspettando di capire da che parte pendesse il piatto della bilancia.

Nel frattempo a Mosca entravano le colonne di carri armati, autoblindo e camion con soldati. Sotto la loro protezione, nella sala stampa del Ministero degli Affari Esteri iniziò la conferenza del Gkcp per i giornalisti. Il tono nervoso nelle parole del vice presidente Gennadij Janaev sulle condizioni di salute di Mikhail Gorbaciov si percepiva bene persino dalle ultime file, ma i fremiti di panico che facevano tremare le mani al falso salvatore poterono osservarli meglio di noi gli spettatori televisivi che seguivano la diretta.

I ricordi

 

Boris Nemtsov, presidente del Partito della Libertà popolare, all’opposizione. Nel 1991 era deputato del Soviet supremo della Rsfsr:

" La notte tra il 18 e il 19 agosto arrivai a Mosca con mia moglie e mi fermai all’hotel Ucraina. Il mattino dopo venni a sapere del golpe e mi precipitai alla sede del governo. Vi trovai Eltsin che mi ordinò di farmi dare un’arma. Mi diedero un kalashnikov e una maschera antigas, per essere pronto a qualsiasi evenienza”

Aleksandr Korzhakov, deputato della Duma . Nel 1991 era a capo del servizio di sicurezza del presidente della RSFSR:

" Il 18 agosto ero con Eltsin in Kazakistan, a un incontro con Nazarbaev. Rientrammo a Mosca all’una di notte e proseguimmo per Archangelskoe. Al mattino l’ufficiale di guardia del Cremlino ci disse del colpo di Stato. Corsi da Eltsin: in quel momento ebbe inizio la resistenza”

Vladimir Putin, premier della Federazione Russa. Nel 1991 era presidente del Comitato per le relazioni esterne del Municipio di San Pietroburgo:

" Ero in ferie quando tutto ebbe inizio. Tornai a Leningrado il 20 agosto, servendomi di vari mezzi di trasporto. La gente era con noi: era chiaro che se qualcuno avesse tentato di rovesciare la situazione, ci sarebbero state moltissime vittime anche tra i civili. Il golpe finì e gli insorti vennero dispersi”


Commento: Valeri Vizhutovich, analista politico

I fatti di quelle settimane spiegano l’evoluzione della Federazione

Sono passati 20 anni dal giorno in cui la notizia di un colpo di Stato in atto fece il giro del Mondo. Sembra incredibile, ma a ben vedere tutti i cambiamenti iniziati in Russia dal 2000 con l’arrivo al potere di Putin si potevano prevedere già allora, quando Eltsin salì in piedi su un carro armato e Gorbaciov fu confinato non nella villa di Foros, ma nell’ultima strada senza uscita del potere comunista. Passata quella stagione di grandi speranze, il pendolo della storia tornò come sempre indietro. Dalla totale distruzione delle fondamenta si passò alla loro parziale ricostruzione e modernizzazione. Qualcuno ancora oggi è incline a pensare che, se vi è un ritorno a metodi di governo che in qualche modo ricordano quelli sovietici, è principalmente perché 20 anni fa il Paese non chiuse definitivamente i conti con il suo passato totalitario. L’agosto del ’91 segnò l’inizio dell’era Eltsin, seguita da quella di Putin. Un’epoca di stabilità caratterizzata dall’addio alle speranze e alle illusioni dei primi anni post-sovietici, dalla crisi delle ideologie e dai tentativi di trovare un’idea nazionale. Quanto durerà la fase attuale? A mio avviso si concluderà nel momento in cui caleranno i profitti del petrolio e del gas. Allora la sfera economica e quella sociale torneranno libere dall’eccessiva attenzione dello Stato, e si riprenderà il cammino interrotto dopo i “selvaggi anni Novanta”.

L’autore è commentatore politico di Rossiyskaya Gazeta

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