Migranti, sul Mosca-Dushanbe l’odissea verso casa

Foto: Yuri Kozyrev/ Noor for Russian Reporter magazin

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Il reportage di cento ore di viaggio con chi ha accumulato qualche risparmio lavorando nei mercati e nei cantieri moscoviti e ora torna in famiglia: storie di vita e di fatica

Piazza Komsomolskaya, a Mosca, è sempre affollata di gente. Alcuni la chiamano “piazza delle tre stazioni” per la presenza di tre scali che collegano mezza Russia. La sala d’attesa è affollata da volti con la carnagione scura. Piccoli gruppi di uomini curano i propri bagagli: valigie logore, gigantesche borse di plastica, scatoloni con televisori enormi. Sono kazaki, uzbeki, ma soprattutto tagiki che aspettano la partenza del leggendario treno numero 320 con rotta Mosca-Dushanbe.

I lavoratori stranieri tornano a casa, assaporando già i gusti e gli odori della terra natale. Dove e come vivono a casa loro, chi sono le donne che li aspettano con devozione per lunghi mesi, in Russia interessa a pochi. In pochi hanno voglia di chiedersi cosa porti tante persone a lasciare tutto per una vita da braccianti. Non è un segreto che la maggior parte di loro si trova in Russia illegalmente, senza permesso di soggiorno e, per evitare di essere braccato dalla polizia, esce raramente dalla recinzione del cantiere, della dacia o della fabbrica dove ha avuto la fortuna di trovare lavoro. E non tutti, arrivati a Mosca, il lavoro lo trovano. Chi non ha fortuna può sempre recarsi sullo Yaroslavskoe Shosse, appena oltre la tangenziale moscovita. È qui il punto di ritrovo degli immigranti in cerca di lavoro, che seduti a bordo strada aspettano una buona occasione. Anche se questa generalmente non va oltre l’equivalente di 500 euro al mese.

Il viaggio Mosca-Dushanbe dura ben 100 ore, più di 4 giorni. Inutile contare quanto tempo manca per l’arrivo. Il corridoio della carrozza è affollato e rumoroso. Tutti si affannano, sistemano i propri lettini, stendono materassi e lenzuola. Il vagone si trasforma ben presto in una grande famiglia. Dghuma, che tradotto dall’arabo significa Venerdì, e Gandghalaj, in russo più semplicemente Ghena, conversano come se si conoscessero da una vita, anche se in realtà si sono visti per la prima volta solo sulla banchina. Con le loro storie e barzellette riempiono le lunghe ore di viaggio, diventando guide preziose lungo i sentieri tortuosi dell’animo tagiko. Sono capitati a Mosca con lo stesso fine: guadagnare per sostentare le proprie famiglie numerose. Dghuma ha 43 anni e, dopo la morte del padre, è diventato capofamiglia. A Dushanbe è atteso dall’anziana madre, la moglie, tre figli, cinque fratelli e quattro sorelle.

Dal vagone-ristorante, la cameriera porta un grande piatto fumante. Al banchetto improvvisato si mettono in comune provviste: panini, acqua minerale e, inaspettatamente, anche del cognac. Il treno deve attraversare quattro Stati: la Russia, il Kazakhistan, l’Uzbekhistan, il Turkmenistan, rientrare in Uzbekhistan, per poi finalmente raggiungere il Tagikistan. Deve superare ben dieci confini, ma tra i racconti il tempo passa velocemente.

Anche le poche donne presenti nel vagone si uniscono alla chiacchierata. Con l’avvicinarsi della meta Dghuma e Ghena si fanno più sicuri e loquaci. Le paure, i divieti della loro esistenza moscovita si allontanano. Dghuma racconta che per due anni ha lavorato presso una pelletteria di Mosca, facendo di tutto e acquistando così il rispetto del personale della fabbrica, dalle sarte ai capi. Il suo motto è “essere sempre disponibile, non risparmiarsi e fare sempre di più e più velocemente di quanto richiesto”. Ama il suo lavoro e non si lamenta. Nemmeno una parola sulle difficoltà che comporta la sua posizione di immigrato clandestino. A riposare, quando è a Mosca, non ci pensa. La sua preoccupazione è di guadagnare il più possibile, sfruttando tutte le occasioni per arrotondare lo stipendio base, tanto da arrivare a una media di 800 euro al mese. Ghena, invece, ha avuto meno fortuna con il lavoro. Il titolare del cantiere moscovita presso cui lavora non gli ha pagato gli ultimi sei mesi e lui ha dovuto fermarsi nella capitale un anno in più del previsto.

All’alba del quinto giorno di viaggio, a poche ore dall’arrivo, i racconti della vita da immigranti lasciano il posto ai progetti futuri. L’argomento più dibattuto è cosa fare come prima cosa una volta arrivati a casa. Ovviamente dopo un po’ di meritato riposo e molti festeggiamenti in famiglia.

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