Il Bric e le paure dell’Occidente

Fumetto Niyaz Karim

Fumetto Niyaz Karim

Il braccio di ferro tra i Paesi emergenti che trainano l’economia mondiale, Brasile, Russia, India e Cina, e il vecchio mondo, ormai in declino, che vuole mantenere lo status quo

Di fronte ai vertici del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) l’Occidente reagisce quasi sempre allo stesso modo: da un lato minimizza la loro portata, dall’altro risponde con un’ansia diffusa, dovuta al fatto che le loro posizioni sono spesso in conflitto con gli Stati Uniti. Questa duplice, contrastante reazione risulta difficile da comprendere: se il Bric è davvero un’organizzazione fantasma, cosa teme allora l’Occidente?

Dopo la grande crisi finanziaria mondiale, i commentatori occidentali si domandano in che modo la Russia, uno Stato incentrato sulle commodities e dalle prospettive di modernizzazione incerte, possa contribuire al gruppo dei “leader del futuro”. È vero infatti che la Russia rappresenta per certi versi un’anomalia: oltre a registrare un tasso di crescita decisamente inferiore a quello di Cina e India, è alle prese con problemi diversi da quelli che caratterizzano le altre nazioni Bric. Malgrado l’imponente tasso di crescita, queste rimangono infatti Paesi in via di sviluppo, mentre la Russia è una nazione industrializzata che, dopo un eccezionale periodo di declino e degrado, cerca di rilanciarsi. E questo la rende simile agli altri Paesi Bric, e al tempo stesso diversa.

Il Bric ritiene che il sodalizio che lo unisce sia di natura soprattutto politica. Tale atteggiamento riflette l’obiettiva esigenza di un ordine mondiale nuovo, meno parziale nei confronti dell’Occidente. Le istituzioni che risalgono all’epoca della Guerra fredda non sono più in grado di fornire delle risposte alle problematiche del XXI secolo. Un mondo multi-polare richiede soluzioni diverse da quelle nate per far fronte a un mondo bipolare.

Né si può ritenere che il vento di novità giunga dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, i cui membri permanenti non hanno alcuna intenzione di spartire i propri privilegi nemmeno con Russia e Cina. Il Bric sostiene che l’Occidente abbia praticamente monopolizzato l’arena globale. E questo non solo contrasta apertamente con l’allineamento economico e politico delle forze in campo, ma impedisce al tempo stesso l’affermarsi di un nuovo assetto.

Brasile, Russia, India e Cina (ai quali si potrebbe aggiungere il Sudafrica) tentano di rafforzare le proprie posizioni negoziali proprio mentre si delinea un nuovo sistema mondiale. E il fatto che questi Paesi rappresentino regioni sempre più significative del mondo conferisce alle loro aspirazioni un peso maggiore. Per quanto riguarda la Russia, il Bric rappresenta un mezzo decisamente pratico: sarebbe difficile infatti immaginare un altro strumento in grado di invertire la rotta della politica estera, allontanandola dalla sfera di influenza occidentale, e di ricordare al tempo stesso al mondo le ambizioni globali di Mosca ed evidenziare le affinità che uniscono la Russia ai Paesi leader mondiali della crescita economica.

Il Bric presenta infine un ulteriore vantaggio, grazie al suo principio di non-ostilità, in virtù del quale i Paesi membri negano risolutamente che la loro organizzazione miri a “nuocere” a qualcuno. Tuttavia, a dispetto di quanto si dice e si pensa nelle capitali Bric, è ovvio che la crescente influenza di un gruppo di Paesi può avvenire solo a costo di una ridotta influenza dell’Occidente. E ciò, se conseguito per gradi e sulla spinta di reali esigenze, non rappresenta necessariamente un male. Il fatto è che il mondo ha bisogno di un nuovo assetto, per raggiungere il quale occorre promuovere l’affermazione di nuovi centri. Se un gruppo di Paesi si sforza di mantenere i propri privilegi mentre altri si adoperano per sottrarglieli, andremo di certo incontro a nuovi sconvolgimenti. E l’ordine mondiale che ne emergerebbe ne sarebbe una conseguenza: le nuove regole sarebbero certo più chiare, ma il costo della loro adozione sarebbe molto alto.

 

L’autore è il direttore della rivista Russia in Global Affairs

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta