Il braccio di ferro tra i due leader

Putin e Medvedev si ritrovano in una situazione complessa, dovuta in primis all’anomalia del sistema politico russo, in cui ad avere un ruolo dominante non sono tanto le istituzioni, ma coloro che le rappresentano. L’elefantiaco apparato burocratico non fa riferimento a istituti, leggi e regole scritte, bensì al capo, al suo stile, ai suoi desideri e ai suoi capricci. Così, l’ipotesi che Medvedev possa oggi dichiarare di non voler andare al ballottaggio, equivarrebbe ad affermare che la Russia è rimasta senza Presidente un anno prima delle elezioni presidenziali. Mentre, se a dichiarare il suo ritiro dalla scena politica fosse lo stesso Putin, l’esito sarebbe che tutta la macchina gerarchica governativa, già così poco efficiente, smetterebbe definitivamente di funzionare.

Putin e Medvedev ne sono perfettamente consapevoli e non intendono correre rischi. E ciò senza tralasciare il fatto che ciascuno di loro coltiva le proprie ambizioni politiche e ha una propria visione personale del ruolo presidenziale.

Un altro discorso è che non appare affatto chiara la visione che i due membri del tandem hanno dell’attuale situazione politica da loro stessi prodotta nel 2008. Come ha pianificato Putin il prossimo evolversi degli eventi? E se Medvedev, dopo “aver custodito” la poltrona presidenziale, rassegnasse le dimissioni da Presidente, lasciando intendere che non si batterà per il secondo mandato? L’impressione è che il problema vero non sia tanto quale dei due leader si candiderà alle elezioni di marzo 2012, quanto quale sarà il messaggio destinato a caratterizzare il nuovo mandato presidenziale. Da questo dipenderà la direzione che il Paese prenderà nelle strategie di politica interna e internazionale.

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