Il caso Lampedusa e la convivenza russa

Foto: Reuters/Vostock Photo

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Un Nobel per la pace all’isola siciliana teatro degli sbarchi di immigrati? L’esempio di Mosca dopo il crollo dell’Urss.

Silvio Berlusconi ha promesso di candidare Lampedusa per il premio Nobel per la Pace e ha dichiarato di voler acquistare una villa nell’isola. Pur riconoscendo l’ospitalità e la pazienza degli abitanti di Lampedusa, bisogna tener conto di ciò che ha dichiarato il portavoce della tendopoli di Manduria, Hamady Ksouri: «Non riusciamo a farvi capire che quasi nessuno vuole rimanere in Italia».

Si tratta di migranti che sono nel Belpaese solo di passaggio per poi dirigersi verso la Francia, il Regno Unito, il Belgio e la Germania. Giustamente a Roma si lamenta la lentezza e l’atteggiamento passivo delle autorità comunitarie, che non si affrettano a fornire fondi per normalizzare l’emergenza. Non si può però dimenticare che l’Italia non è nemmeno tra i primi cinque Paesi destinatari di flussi migratori in Europa.

Poco dopo il crollo dell’Urss, Mosca si scontrò con un problema di immigrazione molto grave. Migliaia di abitanti delle periferie dell’ex-impero sovietico si mossero verso la capitale alla ricerca di una vita migliore. Lì si trasferivano anche imprenditori di successo per i quali la casa a Mosca diventò un status-symbol. Ovunque, per le strade e nei mercati, nelle scuole e negli ospedali, si iniziarono a sentire sempre con maggior forza lingue e accenti differenti. Ciò non era consueto per la maggior parte dei moscoviti, mentre non pochi furono scioccati da quella che alcuni commentatori arrivarono a etichettare come “invasione barbarica”.

Tuttavia oggi è impossibile immaginare la vita quotidiana di Mosca senza gli operai edili del Tagikistan, gli spazzini del Kirghizistan e i fruttivendoli dell’Azerbaigian. Ciò non significa affatto che una tale situazione debba essere premiata con un Nobel per la Pace. Questo è stato dimostrato dagli avvenimenti dello scorso dicembre a Piazza Manezhnaja, dove si scontrarono ultras, nazionalisti e polizia.

“Quando ho visto persone innocenti ferite, aggredite solo perché dal viso di un altro colore e di diverso aspetto, mi sono sentito amareggiato e mi sono vergognato per l’accaduto”, commentò il Patriarca Kirill. E’ ingenuo credere che, con gli investimenti finanziari all’estero e con gli armamenti moderni a casa, sia possibile difendere l’Europa o la Russia dallo “tsunami immigratorio”. Nell’epoca della globalizzazione fermare questo processo è praticamente impossibile: saremo comunque costretti a convivere con “gli altri”. E raramente protetti dall’alto recinto di una lussuosa villa.

L’autore è direttore dell’agenzia Ria Novosti a Roma

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