Quei corpi congelati nella Foresta Rossa

Foto: Olga Matveeva

Foto: Olga Matveeva

Venticinque anni dopo il disastro nucleare di Chernobyl, il racconto di un superstite di quel tragico evento.

Centinaia di migliaia di persone pagano ancora le conseguenze del disastro di Chernobyl, come si ascolta dalle loro testimonianze. Alexander Antonov è uno di loro, anche se a lui è andata meglio di altri. Ci accoglie seduto al tavolo di cucina con una giacca grigia un po’ consumata e un paio di jeans. Fuma una sigaretta dopo l’altra. Ha lavorato a lungo come giornalista: adesso, 64enne, è in pensione.

 

Con Cherno­byl ho capito cos’è una guerra”, commenta. Ricorda la frenesia dei soccorsi ai quali ha partecipato e i morti a decine tra i soccorritori. “Quando divenne evidente che tutti loro sarebbero morti, fu deciso di chiamare i riservisti quarantenni - racconta Antonov - nella considerazione che non avevano molto altro da chiedere alla vita”. Il giornalista fu uno di loro. Una sera del gennaio 1987 trovò due inviati militari davanti alla sua porta che gli ordinarono di presentarsi la mattina successiva al comando militare. Antonov capì subito di cosa si trattava. Non c’era scampo.

 

Pochi giorni dopo era già alla guida di un camion militare per la “Foresta Rossa”, come venne soprannominata per il colore assunto dalle piante colpite dalle radiazioni. Antonov è ancora vivo per una coincidenza: l’esercito cercava qualcuno che sapesse battere a macchina per scrivere i rapporti e lui si propose. Rimase a svolgere questo lavoro per 50 giorni, e solo tre volte andò alla centrale. Per arrivarci bisognava passare davanti ai bacini di raffreddamento.

 

Non potevo credere ai miei occhi quando all’improvviso vidi due pescatori congelati come statue di ghiaccio”. Notò anche che la maggior parte dei soldati non portava le maschere di protezione obbligatorie, anche se tanti oggetti intorno erano pesantemente contaminati. Nonostante abbia avuto salva la vita, Antonov soffre di disturbi alla pelle. Ma, tutto sommato, riconosce di essere stato fortunato: nella sua mente si sovrappongono ancora i ricordi dei compagni di lavoro con i volti sfigurati dalle radiazioni, i corpi resi irriconoscibili dalle conseguenze dell’esposizione ai siti altamente inquinanti.


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