Yuri Gagarin, una leggenda di nome e di fatto

Foto: Ria Novosti

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Quattro storie legate al mito del cosmonauta russo che, 50 anni fa, a bordo della capsula Vostok, esplorò per primo lo spazio.

Un volo di 108 minuti e tanta fortuna. Per molto tempo la censura non ha permesso ai giornalisti di raccontare i problemi che ci furono a bordo della navicella “Vostok”: come poteva essere possibile che una navicella spaziale sovietica non fosse perfettamente affidabile? In realtà nel corso delle ore precedenti la partenza, gli ingegneri sovietici furono occupati a risolvere diversi problemi. Quando fecero entrare Gagarin dentro alla capsula e chiusero il portello dietro di lui, venne fuori che non c'era il contatto radio e la cabina non si chiudeva ermeticamente. Era impossibile effettuare il lancio in tali condizioni. In fretta svitarono il portello, ma per fortuna il guasto si rivelò facilmente riparabile. 

In seguito, durante il decollo, venne di nuovo perso il contatto radio con la navicella. “Kedr (nome in codice di Gagarin), come si sente?”, ripeteva il Ventesimo, nome in codice dell'ingegner Sergey Pavlovich Korolev. Ma nell'audio si sentiva solo un ronzio. “Non so che aspetto avessi io in quel momento, ma Korolev, che era in piedi vicino a me, era molto agitato: quando prendeva il microfono gli tremavano le mani, la voce gli veniva a mancare, aveva un'espressione stravolta e il suo volto era quasi irriconoscibile. Tutti tirammo un sospiro di sollievo quando ci venne comunicato che il contatto era stato ristabilito e che la navicella era entrata in orbita”, questo è quanto scrisse sul suo diario l'assistente del comandante in capo dell'Aviazione Militare sovietica, Nikolaj Petrovich Kamanin.

Il momento dell'atterraggio, poi, avrebbe riservato a Gagarin preoccupazioni ben più serie. La pressione del razzo retrogrado iniziò ad abbassarsi vertiginosamente. La navicella spaziale si mise a vibrare, il rumore oltre il rivestimento di bordo diventava sempre più forte. Il sovraccarico aumentava. Dopo lo spegnimento del retrorazzo avrebbe dovuto verificarsi il distacco del modulo di discesa dal modulo della strumentazione. Ma questo non avvenne.

La navicella girava come una trottola, lanciata dalla mano di un monello. La velocità di rotazione era di circa 30 gradi al secondo. Come in seguito raccontò lo stesso Gagarin davanti alla Commissione di Stato, sembrava un balletto: testa-piedi, testa-piedi, da restare senza fiato. Gagarin fece appena in tempo a proteggersi dai raggi solari che entravano dall'oblò. Soltanto dopo dieci interminabili e terribili minuti, si sentì uno scatto e il modulo di discesa si staccò finalmente dal modulo della strumentazione.

Ma l'astronauta ebbe un nuovo motivo di angoscia. Oltre al portello si sentiva un crepitio sospetto, la cabina venne illuminata dai riflessi vermigli del fuoco. Un incendio a bordo. Anche se Gagarin, come tutti i piloti dei primi voli spaziali, veniva dall'aviazione da caccia, aveva già iniziato a dire addio alla vita. Soltanto in seguito ci si abituò alle fiamme provocate dall'attrito del rivestimento ignifugo con l'atmosfera terrestre. Ma allora, durante il primo volo di prova, le lingue di fuoco che avvolgevano il vetro dell'oblò sembravano senza dubbio foriere di morte.

“A un'altezza di circa 7000 metri avviene il distacco del portello - raccontò in seguito Gagarin in un rapporto rimasto a lungo secretato -. Sono seduto e mi chiedo se non sono stato io a essere catapultato, rapidamente, dolcemente, senza intoppi, senza andare a sbattere. Ero volato fuori insieme alla poltrona. Lo stabilizzatore si stacca, entra in azione il paracadute principale e improvvisamente la poltrona si stacca da me, vola verso il basso. Inizio a scendere col paracadute principale. Poi inizia ad aprirsi il paracadute di riserva, inizia, ma non si apre del tutto e penzola in basso”.

Ma di nuovo la fortuna accompagna il cosmonauta. “A questo punto mi trovo ad attraversare uno strato di nuvole, c'è un po' di vento che fa aprire il secondo paracadute, si riempie di aria e continuo a scendere con due paracadute”. Gagarin avrebbe dovuto affrontare un altro problema ancora. Non si apriva la valvola per l'aria, perché il cosmonauta stava atterrando dentro allo scafandro chiuso. Come avrebbe fatto a respirare?

“La valvola era andata a finire sotto alla guaina anti-mimetica - disse poi Yuri Gagarin davanti alla Commissione -. Cercai di tirarla fuori per sei minuti. Poi slacciai la guaina e aiutandomi con uno specchio, riuscii a tirare fuori il cavetto e lo aprii”.

Una catapulta per Gagarin? Il sistema delle navicelle Vostok non prevedeva in alcun modo la possibilità che il cosmonauta atterrasse all'interno del modulo di discesa: la “sfera” infuocata, infatti, semplicemente si schiantava al suolo. Per un essere umano un colpo simile sarebbe stato fatale. E' per questo che nel modulo di discesa funzionava un'apposita catapulta. Il portello si apriva quando il modulo si trovava ancora in quota e una carica di polvere esplosiva “sparava fuori” l'astronauta.

Prima di Gagarin, altre missioni fallite. Se fosse vero che ci furono voli prima del lancio di Gagarin, non si sarebbe riusciti a mantenere il segreto fino ad oggi. Gagarin fu davvero il primo terrestre a volare nello spazio. Però, per dovere di cronaca, bisogna ricordare che i dirigenti dei programmi spaziali iniziarono a pensare alla possibilità di far volare un essere umano nel cosmo già nel 1957, quando le capsule spaziali non erano ancora in grado di tornare sulla Terra. All'epoca molti ingegneri, medici, ma anche entusiasti, imbevuti di romanticismo spaziale, inviarono richieste per un volo nello spazio senza ritorno. Senza venire accontentati.

Il primo a morire tra i cosmonauti addestrati insieme a Gagarin, fu Valentin Bondarenko. Il 23 marzo 1961, durante un'esercitazione in una camera iperbarica la cui atmosfera era satura di ossigeno, scoppiò un incendio. L'astronauta riportò ustioni mortali. Al lancio di Gagarin mancava meno di un mese.

Gagarin non è morto. Il 27 marzo 1968, fu messo in scena un incidente su un aereo d'addestramento, per liberarsi della persona più popolare del Paese, che aveva iniziato a permettersi di contraddire i membri del Politbjuro del Partito Comunista dell'Unione Sovietica.

Gagarin era talmente amato dalla gente, che anche quando venne ufficialmente annunciata la sua morte, molti non ci credettero. Da qui le varie versioni “di salvataggio”, che trovavano conferma nel fatto che il corpo di Yuri Alekseevich non venne mai ritrovato.

Purtroppo, Gagarin rimase veramente ucciso durante un volo d'addestramento sopra ai boschi vicino a Kirzhach. Il suo MiG-15 si schiantò al suolo con una forza tale che i corpi di Yuri Gagarin e del suo istruttore Vladimir Seregin, vennero letteralmente disintegrati. Gagarin venne riconosciuto grazie ad alcuni frammenti dei suoi effetti personali.

Le cause della tragedia non sono ancora state ricostruite con sicurezza. Alcuni ritengono che l'aereo di Gagarin sia finito nella scia di un altro aereo di passaggio e sia quindi precipitato in avvitamento. Altri sono convinti che il MiG si sia scontrato in aria con un oggetto non meglio identificato, tipo una sonda meteorologica, che sfondò il vetro dell'apparecchio. Una terza versione indica un blocco del motore come causa dell'incidente.

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