Russia, la ami o la odi

Lennart Dahlgren. Foto: Itar-Tass

Lennart Dahlgren. Foto: Itar-Tass

In un libro, un ex dirigente Ikea racconta la sua decennale esperienza di vita nella terra degli zar. L’occasione per sfatare alcuni luoghi comuni.

Da un punto di vista storico la Russia non ha mai goduto di recensioni troppo positive da parte degli intrepidi viaggiatori arrivati da Occidente. Le loro memorie di viaggio sono ricche di epiteti come “Paese selvaggio e barbaro” o “strano e misterioso”. È stato scritto molto dagli stranieri sullo Stato russo nel XV, XVI, e XVII secolo. Secondo Vasilij Kljuchevskij, uno storico russo del XIX secolo, “nessun Paese europeo è stato descritto così tante volte e in modo così dettagliato dai viaggiatori dell'ovest Europa come la remota e silvana Moscovia”.

Allo stesso tempo ogni ennesimo libro sulla Russia vantava di essere il primo a svelare al lettore straniero i segreti di queste terre lontane e sconosciute. Nella prefazione delle sue celebri memorie sulla Russia del 1839 il Marchese di Custine dava l’impressione che nessun occidentale prima di lui avesse mai messo piede in questo “bizzarro Paese”, questa “terra insolita”, questa “società completamente ignota”.

Sono passati secoli da quando Custine fece il suo viaggio tra Mosca e i confini della Siberia, ma l’immagine della Russia all’estero è rimasta essenzialmente la stessa. “È incredibile quanto gli occidentali siano poco informati sulla Russia”, scrive lo svedese Lennhart Dahlgren, che per quasi dieci anni ha lavorato in Russia a capo dell'Ikea, il gruppo svedese che produce e distribuisce prodotti per la casa e per l’ufficio. “Abbiamo la tendenza – sottolinea - a considerare gli stereotipi come veritieri. Abbiamo un'ottica ormai superata attraverso cui delineiamo un'immagine tutta nostra della Russia, che in realtà è un mosaico in continua evoluzione”.

Anche Dahlgren ha pubblicato delle memorie di viaggio, Al di là delle assurdità: come ho conquistato la Russia e come lei ha conquistato me. Chiunque si aspetti l’ennesimo manuale su come avere successo negli affari rimarrà deluso. Questo libro, pubblicato lo scorso anno in svedese e in russo, non contiene una parola sul commercio. Il suo merito è un altro, quello di spiegare al lettore perché sarebbe meglio avvicinarsi alla Russia liberandosi di miti e stereotipi. “Quelli che si autodefiniscono esperti conoscitori della Russia spesso non capiscono l’essenziale di questa terra", scrive Dahlgren. “Sono quelli che dicono di non conoscerla abbastanza che arrivano a capirla meglio”. Grazie al libro di Dahlgren gli occidentali potranno conoscere meglio il Paese.

Come la maggior parte dei manager Ikea, Dahlgren all’inizio ha avuto un approccio piuttosto negativo nei confronti della Russia, per effetto della cattiva informazione dei media. Quando arrivò per la prima volta per un viaggio di lavoro nei primi anni Novanta, portò con sé due scatoloni di vestiti smessi per le schiere di bambini poveri che immaginava di trovare in Piazza Rossa. In una delle sue sere libere si recò con un amico in Piazza Rossa col desiderio di portare gioia a quei poveri ragazzi di strada. Con grande sorpresa, e persino con un po’ di delusione, si accorsero che i bambini che incontravano erano vestiti di tutto punto e per lo più accompagnati dai genitori. Infreddoliti ed esausti, i due svedesi decisero di andare all'attacco e sbolognare gli sventurati scatoloni a chiunque li avesse accettati. La maggior parte delle persone rifiutò educatamente, ma una minacciò di chiamare la polizia.  La morale? Dahlgren non portò mai più in Russia pacchi di vestiti di seconda mano.

 All’inizio nemmeno gli affari andarono lisci. Ikea riuscì a lanciare i propri negozi in Russia solo al terzo tentativo. Il primo fallì a seguito del crollo dell'Unione Sovietica, il secondo per colpa delle lotte tra governo e parlamento russi. Alla vigilia del terzo tentativo, proprio quando stavano per iniziare i lavori di costruzione del primo punto vendita Ikea in Russia, crollò il rublo. Penserete che, secondo la logica occidentale, sarebbe stato meglio non fare affari con uno Stato come il nostro. Ma la logica occidentale non funziona in Russia. Un vecchio detto recita: “Se non provi, niente champagne". Dahlgran lo ha provato sulla propria pelle.

Quasi metà del libro è dedicata all’interminabile braccio di ferro tra Ikea e le autorità locali della regione di Mosca. La compagnia svedese avrebbe dovuto costruire un ponte sulla superstrada di Leningrado affinché i clienti potessero raggiungere più facilmente il negozio. Prima ebbero il permesso, ma venne revocato con un pretesto. Presto il traffico sulla suddetta superstrada venne invertito nella direzione contraria per un tratto lungo chilometri e il contestato ponte, dopo un sì e un no, ricevette un altro sì, ma nel senso di marcia sbagliato.

Una dinamica burocratica come questa farebbe saltare i nervi a chiunque. Dahlgren non si dilunga troppo sulla cosa, ma fa intendere che il problema si sarebbe potuto risolvere coi soldi. Non è certo un mistero che le autorità locali, in diverse regioni russe, vedano nell’arrivo di una grande compagnia occidentale un’occasione per riempire le casse locali e risolvere problemi sociali. Ikea alla fine ha dovuto dare un contributo di 5 milioni di dollari per lo sviluppo di attività sportive per ragazzi nella regione di Mosca.

Ovviamente solo una grande azienda ha la sicurezza necessaria per intraprendere una lunga battaglia con le autorità locali. Molti altri finiscono per lasciar perdere e abbandonare il mercato. Ikea non ha lasciato perdere ed ecco il risultato: in meno di 10 anni in Russia sono stati aperti 13 mega-store in 10 città con un grande centro di distribuzione e sono stati avviati tre complessi di produzione. “In quale altro posto si possono raggiungere risultati così straordinari in un lasso di tempo così breve?", esclama Dahlgren. Casualmente è in Russia che Ikea ha testato il suo nuovo modello imprenditoriale. Qui infatti, la compagnia ha iniziato ad aprire centri che non erano più solo negozi di arredamento, come negli altri Paesi, ma enormi centri commerciali e di intrattenimento. Il successo ottenuto ha superato ogni aspettativa: il primo complesso di questo genere è diventato il più frequentato al mondo in soli due anni dall'apertura, con 50 milioni di visitatori all'anno.

Dopo aver vissuto in Russia per dieci anni Dahlgren ha trovato una spiegazione all'immagine negativa che questo Paese ha in occidente: chiaramente è nell’interesse di qualcuno che questo accada. “Mi sono accorto quasi subito che diversi uomini d’affari occidentali in Russia conducono una vita allegra all’insegna di festini alcolici e bellezze locali, cosa che non aiuta certo gli affari”. E quindi cosa fanno questi manager amanti della bella vita? “Cedono alla fortissima tentazione di vivere come pare e piace a loro, e poi di attribuire la colpa dei loro fallimenti agli ‘orrori della società russa’: mafia, corruzione, costrizioni, minacce”, racconta Dahlgren.

Ma ognuno riesce ad ottenere dalla Russia quello che desidera, che si tratti di piaceri e divertimento, di straordinari profitti, o di un tremendo mal di testa. Una cosa è certa: “La Russia o la ami o la odi, di certo non ti può lasciare indifferente”. “Sono certo che sentirò per sempre la mancanza di quel luogo pazzo pieno d’amore, senza capirne la vera ragione”, conclude l'autore. “La Russia è una droga, e io ne sono dipendente”. Questo sì che è amore in stile svedese!

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