Eni-Gazprom, è rottura?

Foto Kommersant Photo

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Sempre più aspri i contrasti tra i due colossi energetici. Dito puntato contro l’ad italiano Paolo Scaroni che rischierebbe il posto

Le difficoltà nei rapporti con Gazprom potrebbero costare il posto all'amministratore delegato di Eni Palo Scaroni. Il suo contratto scadrà in primavera e secondo alcuni rumors, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sarebbe contrario a un eventuale rinnovo. Durante tutti i cinque anni di gestione dell'Eni, Scaroni non ha fatto che scontrarsi più o meno apertamente con Gazprom. Negli ultimi due anni però i contrasti sono sfociati in un netto calo degli acquisti di gas russo da parte dell'Italia e nei continui ritardi che ostacolano la realizzazione di uno dei progetti chiave della politica energetica russa: la costruzione del gasdotto South Stream.

Un quotidiano italiano ha pubblicato la notizia secondo cui l'amministratore delegato dell'Eni S.p.A. Paolo Scaroni starebbe per essere licenziato, senza indicare date. Ma il contratto quinquennale di Scaroni scadrà in aprile e il governo, come maggiore azionista dell'ente, potrebbe decidere di non rinnovarlo.

 

Secondo le fonti del quotidianoLa Repubblica, il premier Berlusconi sarebbe infatti contrariato, tra le altre cose, dall'andamento dei rapporti tra Eni e Gazprom. Il conflitto tra le due compagnie è iniziato subito dopo l'insediamento di Scaroni sulla poltrona di amministratore delegato dell'Eni. Nel novembre del 2006, l'ente italiano firmò con l'azienda monopolista russa un “Accordo di collaborazione strategica”, in base al quale, a partire dal 2007, Gazprom ha acquisito l'accesso diretto al mercato italiano del gas. Il volume delle vendite dirette entro il 2010 avrebbe dovuto raggiungere la media di 3 miliardi di metri cubi annui. Lo stesso accordo prevedeva il prolungamento dei contratti a lungo termine per la vendita di gas russo in Italia fino al 2035. Tuttavia, nel maggio del 2007 ci fu un cambio di personale ai vertici di Eni che rese necessaria una revisione completa degli accordi esistenti. Ad oggi il volume delle forniture dirette di gas russo all'Italia resta inferiore a quello previsto dagli accordi.

La riluttanza dell'Eni ad andare incontro alle richieste di Gazprom è emersa anche durante l'acquisto da parte dell'azienda monopolistica russa all'ente italiano di un 20% delle azioni di Gazpromneft. Il termine per la realizzazione dell'opzione è scaduto nella primavera del 2009, nel momento di massima incisività della crisi. In quella circostanza, la somma accordata in precedenza per l'affare superava di molto il suo valore di mercato, ma i manager di Gazprom non sono riusciti a convincere gli italiani a concedere un ribasso e l'azienda monopolistica russa ha pagato tutta la somma richiesta entro i termini. Allo stesso tempo, in cambio della cessione di una quota della “Severenergija”, Eni promise a Gazprom l'accesso ai propri attivi in Libia. Tuttavia nel corso di alcuni anni di negoziati, la lista degli attivi italiani in Libia non ha fatto che accorciarsi fino a includere solo una quota del giacimento Elephant, mentre le pratiche legali per la sua cessione si sono protratte per diversi anni.

L' estrazione di gas da parte di “Severenergija” è stata più volte rimandata a causa delle divergenze fra gli azionisti (Gazprom detiene il 51%, Enel il 49%) riguardo agli schemi di finanziamento del progetto. Il risultato è stato che Gazprom ha venduto le sue quote alla fine del 2010 alla joint venture creata dalla ditta affiliata “Gazpromneft” insieme alla Novatek.

Contemporaneamente, a causa della crisi, Eni ha ridotto significativamente i propri acquisti di gas russo, dai tradizionali 28-29 miliardi di metri cubi all'anno, fino ai 19 miliardi del 2009. Non solo, quando la domanda di gas ha cominciato a riprendersi, l'Italia non ha reagito con la dovuta ripresa degli acquisti e nel 2010 ha realizzato solo metà dei volumi previsti dal contratto. Un calo così radicale non è stato registrato da nessuno degli acquirenti occidentali di gas russo, soprattutto se si tiene conto che Gazprom ha concesso a Eni le condizioni più favorevoli, abbassando il livello del take or pay (il minimo obbligatorio per i prelievi di gas) fino al 65% e stabilendo una proroga per il riscatto del gas non prelevato fino al 2014.

 

Gli altri enti dell'Europa occidentale hanno avuto invece un take or pay del 75% con proroga fino al 2013. Nonostante questo nel 2010 la stampa italiana, basandosi su fonti all'interno di Eni, ha scritto che la compagnia avrebbe cercato di rivedere i contratti a lungo termine con Gazprom, dato che l'ente russo “effettua vendite in dumping sul mercato italiano grazie alle vendite dirette in borsa effettuate a prezzi inferiori”, e che il mantenimento di prezzi molto alti sui contratti a lungo termine, provoca alla compagnia italiana grosse perdite. Il direttore della “Gazprom Export” Aleksandr Medvedev, ha dichiarato che la compagnia non apporterà ulteriori modifiche al contratto sulle forniture di gas, a meno che non intervengano cause di forza maggiore. Tuttavia La Repubblica ha confermato nuovamente che Eni ha intenzione di rivedere i contratti sulle forniture di gas naturale. Alla Gazprom ripetono che non ci sono “i termini per la revisione del contratto”.

Le due parti hanno problemi anche nell'ambito del nuovo progetto comune che riguarda la costruzione del gasdotto South Stream che dovrebbe collegare la Russia all'Italia passando sul fondo del Mar Nero. Nel marzo del 2010, Paolo Scaroni in occasione di una conferenza a Washington, ha lanciato l'idea di una fusione di tale progetto con quello della concorrenza: il gasdotto Nabucco. Quest'idea, attivamente sostenuta dagli Usa, ha provocato dure critiche da parte russa. Le fonti del Kommersant hanno aggiunto che già da diversi anni Paolo Scaroni, di fatto, tiene bloccate le trattative riguardo al progetto South Stream, insistendo sulla cessione di una quota dei pagamenti per il transito sui tratti di passaggio del gasdotto su terra, per costruire il quale Gazprom ha intenzione di creare delle joint venture con le singole compagnie dei Paesi in cui transiterà il gasdotto. Quando Gazprom ha cercato di portare altri soci europei in questo progetto, Eni ha bloccato tutte le decisioni che avrebbero potuto ridurre la sua quota nel progetto South Stream per non arrivare a un valore che non fosse proporzionato alla quota di Gazprom. Nel progetto sarebbero dovuti entrare anche francesi e tedeschi, ma nessuno di loro è ancora riuscito ad avere informazioni certe sul valore della quota e su quale dei due azionisti la cederà.

Valerij Nesterov di Trojka Dialog è convinto che la politica dell'Italia sulla diversificazione delle forniture di gas potrebbe mettere in discussione la futura competitività del South Stream. Il direttore della East European Gas Analysis Mikhail Korchemkin ritiene che se in cinque anni il signor Miller, ad di Gazprom, non è riuscito a trovare un accordo con Scaroni, “è difficile che ci riesca in futuro”. Il segretario dell'ufficio stampa del premier russo Dmitrij Peskov ha spiegato al Kommersant, che nei colloqui tra Vladimir Putin e Silvio Berlusconi si parla continuamente dell'andamento del progetto South Stream, rifiutandosi di commentare ulteriormente la questione. Fonti del Kommersant all'interno di Gazprom, tuttavia, hanno confermato che il licenziamento di Scaroni dovrebbe portare a una riduzione dei tempi di realizzazione del South Stream.

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