Scudo missilistico, frenata sulla proposta di Washington

Foto AFP/East News

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L’ultima versione del piano Star Wars disegnato da Obama solleva alcune questioni fondamentali che Mosca è pronta ad affrontare

Cosa riserva il futuro per lo scudo missilistico americano? Il progetto fu riesumato dall’Amministrazione Bush; il suo predecessore, che risale all’epoca Ronald Reagan, in piena guerra fredda, era noto come piano “Star Wars”. Da allora sono cambiati i tempi (e le tecnologie), ma alcune idee sono rimaste intatte.

Lo “scudo” sarebbe formato da vari componenti terrestri, aerei e spaziali che formerebbero un sistema in grado di localizzare, intercettare e distruggere i missili in arrivo. L’equipe di Bush motivò il progetto alludendo ai cosiddetti Paesi canaglia, come Iran e Corea del Nord.

Il piano dello scudo missilistico americano include l’installazione di un radar enorme nella Repubblica Ceca e di una base di lancio in Polonia. Dire che il governo russo non l’abbia presa bene è un eufemismo. La protezione, così descritta e legittimata, da ipotetici missili lanciati da Pyongyang appare surrealistica se paragonata al vero pericolo, dal punto di vista russo, che sarebbe quello di avere l’occhio americano, sempre vigile, posizionato poco al di là dei confini della nazione.

Ma, cosa più importante, c’è la vecchia nozione chiara a tutti gli esperti militari: occupare il più possibile il territorio è spesso un grosso vantaggio. In questo particolare scenario, poi, essere presenti nello spazio diventa una questione di massima importanza. Per di più esiste una verità strategica nata durante la guerra fredda e mai scomparsa: la nozione di deterrente nucleare si basa principalmente sul non uso e sul rischio di un’irreversibile distruzione reciproca. Non appena una potenza si sente al sicuro da tale minaccia, può ragionevolmente pensare di avere carta bianca e di non correre alcun rischio.

L’avvicendarsi dei presidenti alla Casa Bianca ha portato, comunque, un notevole cambiamento nel clima fra Mosca e Washington. Ciononostante, Barack Obama non ha abbandonato l’idea dello scudo missilistico. Nell’autunno del 2009 il Presidente ha svelato una nuova versione del programma, con cambiamenti a livello di ubicazione e tempi di introduzione della componentistica. Più di ogni altra cosa, Obama ha favorito la ripresa delle relazioni bilaterali sulla base di un nuovo rapporto, in modo da alleggerire l’ostilità russa. Ciò è accaduto appena i due Paesi si sono accordati sul nuovo trattato di riduzione delle armi strategiche (Start, Strategic arms reduction treaty), un documento recentemente ratificato da entrambi i parlamenti.

Il Presidente contava di raggiungere uno schema di accordo con la controparte al summit della Nato di novembre. Dmitri Medvedev era stato invitato al meeting, il primo di un certo livello. Il Cremlino ha colto l’opportunità per mostrarsi meno ostile nei confronti del piano americano prendendo Washington in parola. Medvedev ha dichiarato che, per premunirsi contro qualunque minaccia nucleare, la Russia dovrà essere un partner paritario all’interno di un sistema antimissilistico integrato che comprenderà Russia e Nato. Per il momento, gli stati membri occidentali stanno valutando l’idea di due sistemi difensivi indipendenti ma coordinati fra loro.

Se Washington porterà avanti il proprio piano, Mosca adotterà delle contromisure. Secondo il presidente russo, ripreso da Ria-Novosti, “o entrambi i Paesi si accorderanno sulla cooperazione con la Nato per creare ognuno il proprio sistema di difesa, o la Russia sarà costretta a optare per la creazione di un proprio sistema missilistico offensivo”. Il Cremlino, tuttavia, preferirebbe la prima opzione.

Alla fine di gennaio, il Government Accountability Office (Gao) statunitense ha pubblicato una relazione alquanto aggressiva sul progetto di difesa antimissile del presidente Obama, dove si faceva riferimento a “mancanza di orientamenti chiari, di stime dei costi dei cicli di vita e di un programma completamente integrato”.

Ovviamente, gli strateghi del Pentagono non pensavano di dover fronteggiare un attacco del genere. Certo è che non rimarranno scoraggiati per molto tempo. Ma le stelle potrebbero aver conquistato un briciolo di tregua e saranno libere di splendere in pace. Almeno per il momento.

Noi non ci lamenteremo.

Pierre Levy è un giornalista francese, direttore del mensile Bastille-Republìque-Nations ed è il segretario nazionale dell’Istituto di ricerca internazionale per la cooperazione e l’indipendenza delle nazioni (Iricin, Institute for international research for cooperation and indipendence of nations) con sede a Parigi

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