La svolta pop dell’ex letterina Ludmilla

Foto dall'archivio personale

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La Radchenko, arrivata dalla Siberia alla tv italiana, oggi percorre una strada lontana dai riflettori. La incontriamo nel suo studio d’arte alla vigilia di una sua mostra a Milano.

Il suo regno oggi è uno studio tutto green,dalle luci alla pavimentazione, nel cuore più multietnico di Milano, la zona di viale Monza. Ed è qui, sotto gli sguardi attenti di Brigitte Bardot e Marlon Brando, Madonna e Elton John, ritratti su opere di grandi dimensioni, appese alle pareti o distese sul pavimento, che incontriamo Ludmilla Radchenko, l’ex letterina di Passaparola, classe 1978, modella, attrice, showgirl e oggi pittrice e designer a tempo pieno. Ci accomodiamo tra le sue opere e i suoi mobili di design che da tre anni sono al centro della sua vita, da quando, cioè, ai riflettori ha preferito tavolozza e pennelli, rispolverando i suoi studi e il diploma di design di moda. E’ la vigilia del vernissage che sabato 19 febbraio vedrà la bella siberiana protagonista di una sua personale: alla Casa delle Culture del mondo di Milano aprirà i battenti “Power Pop”.

Nell’invito alla vernice si legge: From Siberia with love. Quanto “calore”, paradossalmente, arriva dalla sua terra?

Non è un paradosso. In realtà in Italia si ha un’idea poco corretta della Siberia: è vero che abbiamo inverni lunghissimi e freddi ma vi assicuro che d’estate indossiamo anche noi le t-shirt. Nessuno meglio di me conosce la Russia, perché fin da piccola ho potuta girarla in lungo e largo con la mia famiglia in lunghi soggiorni, così il mio Paese è insito in me, è connaturato. Dentro di me ci sono i suoi laghi, i suoi monti, i suoi fiumi, il mare… E’ una cosa che apprezzo tanto solo adesso.

Come mai?

Ho vissuto in una famiglia molto semplice ed ero molto attratta dal mondo del consumismo, dai colori, dai manifesti, dalle luci, dalla pubblicità, perciò quando sono andata a New York sono rimasta scioccata da come era diversa rispetto al mio Paese, dove il colore dominante era il grigio. Per questo mi è sempre piaciuto vivere altrove, non perché non ami la mia terra, anzi, lì stavo bene e la mia infanzia è stata bellissima. Oggi, invece, che attraverso l’arte mi sono espressa in tutti i modi, ho cominciato a diminuire il colore, a usare le frasi e anche il testo russo, mentre prima rifiutavo la lingua russa, non so perché, era una cosa istintiva. Quello che è in me del mio Paese sono sicuramente organizzazione e disciplina, due tratti tipici che mi permettono di lavorare moltissimo, quasi senza interruzione.

Cosa l’ha attratta di Milano?


Milano era la città che aveva tutti i presupposti per farmi diventare indipendente. Il mio sogno era comprarmi un appartamento e farlo come volevo io; entrare in un negozio e acquistare un vestito; viaggiare quando e dove desideravo. E ora che sono sogni realizzati è logico che i miei obiettivi sono cambiati: adesso non mi interessano i vestiti, se viaggio mi piace vedere i posti che hanno fatto la storia, visitare mostre e gallerie. Ora che ho una casa voglio colorare le case degli altri. Mi piace leggere, studiare e mentre dipingo ascolto il corso di inglese, perché secondo me la ricchezza più grande è avere un bagaglio personale che nessuno può regalarti né puoi comprare. Lo puoi acquisire con le tue forze e la tua determinazione, quella determinazione che, ripeto, ho imparato dalla mia gente. Così nelle mie opere non c’è serenità ma dinamismo, c’è uno sfogo, c’è esagerazione.

Fiera di essere un’autodidatta?


Ne sono orgogliosa. Il mio motto è la necessità fa virtù, perché nel bisogno, devi trovare un modo per ottenere ciò che vuoi. Niente cade dal cielo. Devi crearlo. Questa è una mia caratteristica determinante. Io devo sempre inventare qualcosa. Non esiste una persona che vende meglio di me le mie opere. Invento, creo, magari sbaglio, ma secondo me l’obiettivo si raggiunge anche provando e sbagliando.

Nessun rammarico quindi per la lontananza dalla tv?


Sarò sempre grata al mondo dello spettacolo che mi ha potuto dare popolarità e mi ha aperto tantissime porte. Ma la tv non è stata solo un vantaggio. L’altra faccia della medaglia è cercare di acquisire credibilità, perché davanti all’idea di una ex show-girl che comincia a dipingere tutti storcono il naso. E’ stato difficile soprattutto convincere l’ambiente snob dell’arte, dei galleristi, dei critici, ma ce l’ho fatta, grazie alla mia determinazione nell’organizzare eventi, nel presentarmi in un certo modo e dimostrare che non ero una dilettante, perché comunque sono preparata nel mio lavoro, ho studiato l’arte, la composizione, il colore, la tecnica che è continua evoluzione. E vado avanti a studiare.

Sembra il ritratto dell’artista perfetta.


Non mi faccio chiamare artista, perché “artista” è chi ha almeno 50 anni di percorso, 50 anni di storia. Quasi nessuno dei viventi è un artista, il tempo dimostrerà se si riesce a superare la storia.

Come possiamo definirla, allora?


Graphic viewer, perché raccolgo immagini, le assemblo; c’è anche la pittura, ma come Caravaggio era il genio del suo tempo, adesso ci sono altre tecniche, altre possibilità tecnologiche di poter creare un’immagine.

A proposito di geni, cosa mi dice di Dalì e Leonardo da Vinci?


Salvador Dalì è il genio della composizione, mi piace il suo modo di disporre gli oggetti che non c’entrano l’uno con l’altro, però dietro c’è una chiave di lettura. Anche nei miei quadri sono presenti oggetti che non appartengono al personaggio ritratto, ma c’è un suo perché. Il mio Einstein è tra formule e oggetti, una scelta è quasi istintiva. Leonardo è un genio nel suo genere, ma né lui né Salvador Dalì e Caravaggio potevano stampare sulla pellicola o usare il computer. Immaginiamo cosa avrebbero potuto combinare oggi, ma restano geni nell’uso dei mezzi del loro tempo.

La mostra di Milano è all’insegna della Pop Art. Perché?


Pop art è un linguaggio immediato che interagisce direttamente con il pubblico e ha un impatto visivo abbastanza forte. Usa gli oggetti di tutti i giorni e parla di pubblicità, mondo del consumismo, coinvolge tutto quello che abbiamo intorno per creare un’immagine che colpisce e non va spiegata, possono capirla tutti. Per me è un incontro recente, le opere parlano da sé, hanno un loro linguaggio come colore, come composizione.

Tra le 18 opere dell’esposizione di Milano, qual è la sua preferita?


Tutte le opere sono come miei bambini. Ognuna è preziosa per il momento e il periodo in cui è stata concepita, in cui è nata. Andando avanti e guardandomi indietro mi accorgo che non riuscirei a rifare quello che realizzavo due anni fa. Tutto oggi è più istintivo, veloce e magari pensato prima non dopo, perché ho già la sicurezza di cosa funziona e cosa no.

Dice di sentirsi sempre ispirata.


Non ho momenti di down. Quelli arrivano quando non si hanno più idee. Mentre io amo il mio lavoro, mi sveglio e non vedo l’ora di andare in studio a creare qualcosa, disegno sul computer, mi occupo della comunicazione, degli incontri con i miei clienti o con i miei collaboratori. E’ tutto entusiasmante.

In Russia conoscono questa sua svolta artistica?


Sì, ormai sono usciti articoli su di me su alcune riviste d’arte ma la Russia considera ancora tutto cool quello che arriva dall’estero. Dovrei complimentarmi con gli esponenti dell’arte contemporanea moscovita, ma si appoggiano sempre a curatori stranieri, mentre quelli russi sono riconosciuti soprattutto all’estero.

Dopo tante mostre in Italia, sogna di esporre in Russia?


Sarebbe una grande e bella rivincita, ma deve arrivare il momento giusto. Forse non lo è ora. Sogno di avere uno studio a New York che è la città del mio cuore ma ho rivalutato anche molto il mio Paese. Nell’ultimo viaggio ho acquistato diversi libri e audiolibri in inglese e in russo di pittori e arte in generale, letteratura. Siamo un popolo ben preparato. E abbiamo sempre avuto questa cultura e questa voglia di informarci.

E’ iniziato l’Anno 2011 di intercambio Italia-Russia, andrà a Roma ad ammirare Dejneka?


Di sicuro. La prossima serie di opere su cui lavorerò riguarderà proprio l’avanguardia russa.

E intanto il suo 2011?


Bologna Arte, Artissima, Verona Arte, Miart, il Salone del Mobile di Milano. Ci sono talmente tante cose da fare, ma non ho fretta. Perché in tre anni è già successo di tutto.

L’ultima domanda è quella pettegola. Come si sentirebbe nei panni di una iena?


Mi immaginavo nei panni di una iena già prima di conoscere il mio fidanzato (Matteo Viviani, delle Iene di Italia1, ndr). Poi quando l’ho conosciuto ho pensato che lui è talmente iena che io non posso competere. E ci lasciamo con una gran risata finale.

www.ludmillapopart.it

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