Quando la fiducia è più forte degli insuccessi

Fumetto di Niyaz Karim

Fumetto di Niyaz Karim

La parabola di Boris Eltsin è legata saldamente alla figura di Mikhail Gorbaciov. Due gli errori fatali: la guerra contro la Cecenia e il secondo mandato presidenziale.



È stata una vera fortuna per il mondo che due uomini intelligenti e moderati siano stati al potere quando l’Urss e il suo impero sono crollati. Le cose sarebbero potute andare diversamente. E anche se in patria sono stati denigrati, Boris Eltsin e Mikhail Gorbaciov resteranno nella storia con l’immagine di due benefattori.


Gorbaciov e Eltsin sono uniti come le due facce di Giano. Alleati sin dagli albori della perestrojka, ognuno riconosceva ed ammirava le doti dell’altro, per poi diventare rivali inavvicinabili. Si sono accusati a vicenda di essersi lasciati trasportare dagli eventi.


Gorbaciov ha riconosciuto l’inutilità della Guerra Fredda e vi ha messo fine nell’intento di rinvigorire il sistema sovietico, senza riuscirci. Eltsin ha riconosciuto l’inutilità del sistema sovietico stesso e ha contribuito a mettervi fine nell’intento di far sì che i Paesi occidentali accettassero la Russia come loro pari, senza riuscirci. Forze superiori all’uno e all’altro hanno determinato l’esito della Guerra Fredda e il destino dell’Unione Sovietica, ma una gestione pacifica di entrambi gli eventi sarebbe stata impossibile in assenza di un grande talento politico.


Eltsin conosceva il sistema sovietico come pochi altri politici. Ma solo scontrandosi con la realtà esterna è riuscito a prendere coscienza del fallimento del regime. Al suo primo viaggio negli Usa rimase impietrito nel vedere anche un piccolissimo supermercato e nel constatare che i “lavoratori” erano liberi di farvi la spesa. Al suo ritorno, dichiarò: “Il nostro sistema è uno schifo”.


Solo chi era presente può ricordare l’infinito carisma che Eltsin esercitava sulla folla a quell’epoca. Quell’uomo aveva un’immensa fiducia in coloro che dimostravano una mentalità “occidentale”. Non era un adepto ossessivo che tentava di curare la Russia applicando ogni prescrizione occidentale. Sperimentava con pazienza un metodo dopo l’altro nell’attesa che qualcosa prima o poi funzionasse. Sfortunatamente non funzionò niente.


Eltsin traeva ispirazione da ogni crisi, ma mancava di costanza e di resistenza per portare a termine le riforme. Non amava le finezze del pluralismo politico e persino dopo che gli venne rinnovato il mandato col referendum dell’aprile 1993 non fu capace di sfruttare l’occasione per far adottare una riforma costituzionale. La sua abitudine a ricorrere ai poteri d’emergenza e ai decreti per governare si rivelò terribile per lo Stato di diritto. Eltsin aveva perso il contatto con i russi comuni e i deputati lo destituirono. Risultato che ebbe il merito di accettare, senza mai imparare a gestire, un Parlamento ribelle.


Nel 1994 la Russia doveva confrontarsi con un grave problema in Caucaso e scatenare una guerra contro il popolo ceceno si è rivelato un errore di valutazione e umano molto sovietico. La carneficina che ne derivò non solo fece sprofondare la regione in un bagno di sangue, ma provocò anche la deriva delle riforme politiche, sollevando così l’opinione pubblica occidentale contro la Russia. La guerra di Cecenia è diventata un mezzo di diffusione ideale della russofobia.

Il secondo errore di Eltsin è stato quello di ambire a un secondo mandato presidenziale. Avrebbe dovuto capire di non essere più utile. Sfortunatamente si è lasciato convincere da un messaggio di Washington in cui si affermava che lui era l’unico in grado di impedire un ritorno dei comunisti. Affermazione assurda. Le alternative non mancavano e qualsiasi altro candidato avrebbe potuto avere successo e fare un lavoro migliore.


Quindi, perché, nonostante tutto, il presidente Eltsin è degno di rispetto? Innanzitutto perché non è diventato uno Slobodan Milosevic russo, ma tutto il contrario. Gli siamo tutti debitori per aver affrontato i mesi critici tra il 1991 e il 1992. Eltsin non aveva paura del popolo russo. Credeva fermamente che se si fosse riusciti a dare alla gente il potere economico e politico, tutto sarebbe andato per il meglio. Come riuscirci? Non ne aveva la minima idea.


Aleksandr Jakovlev ha detto del suo mentore che Gorbaciov era un democratico di natura ma spaventato dalla democrazia. Paradossalmente, Eltsin non era un democratico, ma non aveva paura della democrazia nel suo Paese. Il suo scopo non era né quello di mobilitare, né di soggiogare, né di educare, né di controllare il proprio popolo, ma quello di dargli potere. Ha fallito. In parte, perché il compito era troppo vasto e in parte perché, persino all’interno delle forze che si definivano democratiche in Russia, pochi condividevano la sua stessa fiducia nel popolo. Uno dei suoi più fedeli collaboratori al Cremlino era famoso per la sua visione denigrante del popolo russo, come “il letame della storia”.


È un dato di fatto che tutte le carriere politiche finiscano male e quella di Eltsin lo ha confermato. Ma quanto tempo dovrà passare ancora prima che la Russia veda nascere di nuovo un capo di Stato convinto che il suo popolo merita il potere, e non un regime?

Wayne Merry, diplomatico americano, era impiegato a Mosca tra il  1991 e il 1994

 Fumetto di Niyaz Karim

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