Quali relazioni con Bruxelles?

Foto di Reuters/Vostock-photo

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L’Unione Europea riunisce Paesi dagli interessi spesso divergenti, sembra ancora condizionata dal suo percorso storico ed è più che mai sorella della Nato

Al termine del vertice Russia-Ue, tenutosi il 7 dicembre, entrambe le parti hanno manifestato un forte ottimismo. Meglio così. Se i risultati saranno positivi quanto lo sono state le promesse e gli impegni presi, gli scambi che si realizzeranno da Brest a Vladivostok saranno talmente vantaggiosi da soddisfare tutti. Lo sviluppo e l'aumento di cooperazioni, scambi e circolazione, non solo di merci, ma anche di persone, rappresentano una prospettiva auspicabile per tutti.

 

Tuttavia ci si può immaginare che i dirigenti di Mosca siano ben consapevoli dei limiti strutturali dell’Unione Europea e dell’importanza che, ora più che mai, risiede nelle relazioni bilaterali. Per una questione di pragmatismo i vertici russi intendono ovviamente continuare il cammino intrapreso con l’Ue. D'altra parte sarebbe impensabile ridurre le relazioni a un rapporto a due con Bruxelles.

 

Innanzitutto per una semplice ragione: all’interno della stessa Ue gli interessi degli Stati membri spesso non coincidono, e, anzi, talvolta sono quasi opposti. Questo lo si può intuire anche dai continui appelli all’armonia, indispensabile affinché l’Unione Europea possa svolgere un ruolo importante a livello mondiale. Appelli che sembrano avere una funzione di autosuggestione, sottolineando in realtà l’impossibilità di raggiungere un’unione vera e propria a livello politico e diplomatico. Il governo americano, dal canto suo, non si fa problemi a mettere determinati Paesi europei l’uno contro l’altro e abbiamo assistito a questo teatrino anche di recente.

 

Vi è una seconda ragione per cui analizzare l’Unione Europea con attenzione, ossia le sue origini. Da un punto di vista storico Ue e Nato sono sorelle gemelle, nate nello stesso periodo e con lo stesso spirito: quello della guerra fredda. Sono state concepite dagli stessi padri, compresi gli Stati Uniti, che furono sponsor numero uno della costruzione europea. Washington, inoltre, dalla svolta degli anni Novanta, non si stanca mai di far coincidere i confini delle due istituzioni (e non si fa problemi a dire apertamente quale Paese debba entrare o meno nell'Unione Europea). Infine, i funzionari politici si muovono liberamente da un'organizzazione all'altra (basti pensare a Javier Solana, passato direttamente da Segretario generale dell'una a capo degli Affari Esteri dell'altra). Nel recente vertice di Lisbona si è sottolineata la volontà di intrecciare ulteriormente le strade delle due organizzazioni, come viene chiaramente espresso nella dichiarazione finale. Al momento sono solo poche contraddizioni a impedire di fare ulteriori passi in questo senso (ad esempio la questione tra Cipro e Turchia).

 

Di recente abbiamo avuto conferma del fatto che lo spirito della guerra fredda è ancora presente, quando si è saputo che alcuni Paesi del Baltico avevano promosso l’elaborazione di piani militari legati all'idea di una Russia sempre pronta ad attaccare i Paesi vicini. E del resto, per molti governi dell'Europa centro-orientale, l'integrazione "euro-atlantica" è un'unica realtà.

 

Vi è una terza questione di cui è bene che i partner dell'Ue tengano conto: l’Unione è sempre più impopolare all’interno degli Stati membri. Ovviamente tale impopolarità si manifesta a gradi diversi, ma è presente ovunque. In Francia in particolare, dove gli elettori che avevano votato “no” al referendum sulla Costituzione europea del maggio 2005, si ha l’impressione di essere stati scippati della loro decisione. La crisi economica globale, inoltre, inasprisce i rancori. L’euro aveva il compito di "proteggere" le economie europee. E invece le spinge a fondo. È interessante in tal senso l’esempio dell’Irlanda: il Paese è stato oggetto di speculazione non in ragione della propria insolvenza, nonostante le banche fossero fortemente indebitate, ma perché i mercati hanno voluto “testare” la zona euro attraverso gli anelli più deboli della catena. Domani potrebbe toccare ad altri Paesi di trovarsi nell'occhio del ciclone.

 

D’altronde non possiamo dimenticare che gli irlandesi avevano votato anche loro "no" al referendum del 2008 sul Trattato di Lisbona. Ma il voto venne ripetuto un anno dopo, sullo stesso identico testo (non osiamo immaginare cosa si sarebbe detto in proposito se una cosa simile fosse stata fatta in Russia). E venne posto l’accento sul fatto che un altro "no" avrebbe scatenato una catastrofe economica. Gli irlandesi cedettero di fronte a questa argomentazione. Il resto è storia.

 

Tale aspetto è naturalmente legato alla responsabilità dei popoli stessi. Ma i Paesi che trattano con l'Ue non possono ignorarlo completamente, poiché al momento la domanda non è più retorica: siamo sicuri che l’Unione Europea sopravvivrà ancora per decenni?

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