Disordini nazionalisti a Mosca

Le ultime manifestazioni in piazza Manezhnaja, con la partecipazione di migliaia di persone, denunciano il malessere della società civile contro il potere e l’inadeguatezza del sistema di polizia.

Il quadro degli scontri avvenuti a Mosca presenta una molteplicità di livelli. In questa sede, si prenderanno in considerazione due dimensioni: quella politica e quella amministrativa. La prima delinea il contesto generico, la seconda definisce la cornice, entrambe di importanza cruciale.

Partiamo dalla definizione dell’accaduto. Si è trattato di scontri di massa? Assolutamente sì. Ma allo stesso tempo, si è anche trattato di una dimostrazione della depravazione del regime vigente, secondo cui la vita non è regolata dalle leggi ufficiali, ma da quelle non scritte. Secondo questa visione del mondo, la legge è ben lungi dall’essere uguale per tutti ed è normale comprare le forze dell’ordine per ottenere il rilascio dei colpevoli che fanno parte della propria cerchia, prassi comune all’interno dei gruppi commerciali ed etnici che seguono lo stesso modus operandi. Se l’altra parte è priva di risorse, il caso è chiuso.

Questa volta, invece, non è andata così; solo che in questo caso per risorse non erano da intendersi denaro o contatti, ma il numero di persone disposte a scendere in piazza. A brigante, brigante e mezzo. In questo sistema, dunque, quanto avvenuto a seguito dell’omicidio di Egor Sviridov, uno dei leader della tifoseria di calcio russa ucciso il 6 in una rissa, costituisce la norma: il rilascio, cioè,  da parte degli inquirenti di rilasciare tutti gli individui provenienti dall’area caucasica che avevano partecipato alla rissa. Il contenimento e il controllo delle proteste di massa e  lo svolgimento di indagini effettive, invece, rappresenterebbero un’eccezione.

Per prima cosa, il potere rappresentato dagli organi di polizia ha provocato la folla di giovani, manifestando un aperto disinteresse, se non un’autentica incapacità di condurre indagini soddisfacenti sull’omicidio; in secondo luogo, si è mostrato impreparato nel momento in cui c’era da opporsi alle azioni illecite della folla sul Leningradskij Prospekt, quando un paio di giorni prima del pogrom su piazza Manežnaja, centinaia di manifestanti hanno invaso la principale arteria viaria di Mosca.

Tra il 7 e l’11 dicembre, il potere ha avuto l’occasione di dimostrare il proprio impegno e la propria efficacia denunciando i reati perpetrati, ma anche in questo caso è rimasto inerte. Si è rivelato troppo lento per riuscire a estirpare la causa dei tumulti e non abbastanza severo per impedire una nuova manifestazione di protesta.

Il difetto strutturale alla base dell’esplosione della tensione consiste nel fatto che, in una situazione simile, per fare pressione sul potere, è necessario usare la forza. Non è possibile farlo attraverso i partiti politici, né i parlamentari, ma solo attraverso azioni di protesta, quanto più possibile nei dintorni del Cremlino… Fino a quando per ottenere giustizia sarà necessario comprare il potere o incutergli timore, sarà impossibile evitare che accadano episodi simili anche in futuro.


Le azioni della polizia di Mosca sono di natura reattiva. Le Omon (unità speciali per il controllo degli scontri di massa), di solito caratterizzate da massima intransigenza nei confronti di difensori dei diritti umani e dissidenti, in questo caso, non hanno quasi mosso dito. Si tratta, in sostanza, di organi preposti alla difesa del potere e non dei cittadini, per questo l’aggressione nella metropolitana di cittadini dai tratti somatici non slavi non ha più di tanto sollecitato le forze dell’ordine a intervenire.

Sintomatica è stata la reazione, o meglio, la mancata reazione ai fatti: su Internet un brusio senza tregua, mentre da parte degli organi di stampa ufficiali silenzio di tomba. È come se il potere si fosse paralizzato: il presidente Medvedev fa la sua sfuriata di rito, il ministro degli Interni Nurgaliev farfuglia qualcosa di poco comprensibile, confondendo gli estremisti di destra con quelli di sinistra. Tacciono il primo ministro Putin, il sindaco di Mosca Sobjanin, i presidenti delle due Camere, i leader di partito, i deputati, i senatori… Soltanto la Camera Pubblica ha effettuato un esame operativo, ma privo di contenuto. I commenti  della commissione d’inchiesta della Procura Generale della Federazione Russa sanciscono che loro non c’entrano, ma gli unici colpevoli sono i poliziotti.

Come di consueto, il primo giorno lavorativo dopo i pogrom sulla piazza Manežnaja si sono svolte una serie di iniziative di una certa importanza. Si è riunito il Consiglio di sicurezza, c’è stata la riunione del direttivo di “Edinaja Rossija” e si è tenuto un incontro dedicato ai giovani al centro per l’innovazione di Skolkovo. Credete che in uno di questi eventi si sia parlato degli scontri? Certo che no. Le forze dell’ordine hanno parlato del tema della sicurezza energetica, i burocrati del partito si sono occupati del discorso del presidente e i dirigenti di Skolkovo della creatività giovanile.

Il potere, temendo da anni la presunta minaccia della “rivoluzione arancione”, non s’è accorto della cosiddetta minaccia “marrone” di stampo nazionalista, forse anche perché, piuttosto che considerarla un veleno, l’ha sempre vista come un antidoto. Dov’erano le leve di “Molodaja Gvardija” e “Naši”, che di solito lottano contro i difensori della foresta di Khimki o i dissidenti? Che una parte di loro fosse tra i fanatici che hanno causato i pogrom?

Come sempre, non mancano le teorie cospirazioniste sugli avvenimenti. C’è chi ritiene che dietro questi avvenimenti si celino raggruppamenti del Cremlino, che già in passato hanno fatto leva sugli estremisti per contrastare forze politiche inopportune. Se così fosse, stupirebbe la reazione impreparata dal punto di vista propagandistico del potere, segno di smarrimento, più che di qualsiasi altra cosa. Altri ritengono invece che dietro ai disordini ci siano i cosiddetti “falchi” delle forze di polizia, che spingono, pare, perché il potere smetta di fare la corte all’Occidente e al liberalismo. A prescindere dal fatto che ci sia o meno lo zampino di esponenti del potere nei fatti di Mosca, la forza che ne è scaturita è impressionante. Dubito ci siano persone disposte a giocare con questo fuoco, con una forza così pericolosa.

In mancanza di una situazione stabile nel governo e nella società, una forza piccola, ma ben organizzata può combinarne delle grosse. I nazionalisti, rispetto ad altri gruppi, sono meglio organizzati e capaci di condurre e strumentalizzare una protesta popolare. Abbiamo infatti avuto prova non soltanto della loro forza, ma anche della loro capacità di sfruttare le situazioni a proprio vantaggio.

In piazza Manežnaja si è raccolta una folla numerosa, che si è mostrata aggressiva e ripeteva slogan nazionalisti, ma sarebbe sbagliato fare di tutt’erba un fascio e dire che tutti appartenevano alle schiere dei nazionalisti. Gran parte della folla era composta da individui che “lottavano contro l’ingiustizia”, spinti a protestare dalla morte di un amico, alleati spontanei di Medvedev nel fare della Russia uno stato di diritto. Questo gruppo di individui aveva richiesto lo svolgimento di indagini legittime sull’omicidio, senza però ottenerlo. Di conseguenza, hanno identificato il nemico nel potere corrotto e nei “caucasici”, venuti dall’estero, forestieri e diversi.

Cosa accadrà in futuro? Dipende dalla lezione che il potere ha saputo trarre dagli avvenimenti del 7-11 dicembre e da quanto tempo sarà concesso per correggere gli errori. La situazione è precipitata a tal punto che non è più possibile risolvere tutto e stemperare la tensione solamente con lo svolgimento di un’equa indagine sul caso Sviridov. Se il potere non reagirà subito in maniera decisa e con forza a tutela dei diritti delle vittime dei disordini, soffocando il sentimento ultranazionalista, sarà impossibile evitare nuovi scoppi di violenza, tanto contro i cittadini di nazionalità caucasica, quanto contro i cittadini russi. E questa volta non solo a Mosca.



Sabato 11 dicembre 2010 nel centro di Mosca, in piazza Manežnaja, si sono verificati disordini e scontri. Più di 5 mila tifosi di calcio e nazionalisti hanno organizzato una manifestazione non autorizzata, che si è conclusa con una serie di pogrom. Si sono levati cori nazionalisti e alcune decine di individui sono state vittime di percosse. Il pretesto per gli episodi di violenza è stato l’omicidio del tifoso dello Spartak Egor Sviridov.

Il 15 dicembre le forze di polizia sono riuscite a scongiurare una nuova ondata di scontri a Mosca. Egor Sviridov è stato ucciso durante una rissa che ha coinvolto circa dieci persone il 6 dicembre scorso. Accusato dell’omicidio il ventiseienne Aslan Čerkesov, originario della Cabardino-Balcaria (Caucaso settentrionale). Secondo le indagini, nel corso della rissa, Aslan Čerkesov ha sparato quattro colpi di pistola contro Sviridov, uccidendolo sul colpo. Čerkesov è stato arrestato con l’accusa di omicidio colposo. L’imputato afferma di aver agito per legittima difesa.

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